NON C’È PROPAGANDA CHE POSSA COPRIRE L’ODORE DEL SANGUE

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NON C’È PROPAGANDA CHE POSSA COPRIRE L’ODORE DEL SANGUE

Alfredo Facchini

Mentre Gaza viene straziata, il mondo si vede servire una stucchevole messinscena: dieci influencer-mercenari calati come comparse sui set della propaganda israeliana.

Caschetti lucidi, giubbotti antiproiettile, telecamere pronte a trasformare le macerie in palcoscenico, le cataste di aiuti bloccati a marcire in coreografia da reality. Il genocidio trasformato in storytelling.

Ma dietro a questa patina tossica, cadono i giornalisti veri. Non gli attori del marketing bellico, ma cronisti che scelgono di restare lì dove si muore, armati solo di una videocamera, di un taccuino, del loro corpo esposto. Dieci giorni fa cinque di loro sono stati eliminati in un sol colpo. Oggi altri 4. In tutto almeno 250. Colpiti perché raccontavano ciò che deve restare occultato.

I giornalisti vengono abbattuti perché mostrano ospedali trasformati in bersagli, case sventrate, bambini consumati dalla fame. Ogni immagine che trapela è una lama che squarcia la narrazione ufficiale.Gli influencer sfilano con la sicurezza di chi è scortato dagli aguzzìni nazisionisti. Diffondono slogan prefabbricati e bugie ben pagate. I giornalisti palestinesi, invece, cadono soli, senza protezione, senza copertura.

Di fronte al massacro sistematico dei reporter palestinesi, la stampa internazionale – e quella italiana in primis – continua a latitare. Nessun grido di allarme, nessuna campagna di categoria, nessuna indignazione degna di questo nome.Eppure sappiamo che quando la giornalista Cecilia Sala fu arrestata in Iran il 19 dicembre 2024, scattò immediata la levata di scudi. Titoli a nove colonne, firme prestigiose mobilitate, editoriali accorati a difesa della libertà di stampa.Ma allora perché la stessa energia non si attiva davanti ai cronisti palestinesi sterminati a decine? Perché non generano la stessa solidarietà compatta, non ottengono le stesse prime pagine? La risposta è acida e disarmante: l’empatia è selettiva, misurata in base al passaporto, al contesto geopolitico, all’utilità politica del caso, soprattutto in funzione della carriera.Il giornalismo italiano, tranne rare eccezioni, mostra qui il suo vero volto: un cane che abbaia a comando, che scodinzola quando il padrone chiama e che resta muto davanti al genocidio.

Questa assenza di empatia professionale non è un dettaglio: è un tradimento. Tradimento del mestiere, della verità, della memoria.Se i cronisti uccisi a Gaza non fanno notizia, il giornalismo è già morto. E con lui la nostra idea di verità.

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