Riportiamo con piacere l’articolo odierno dello scrittore e filosofo salentino Emanuele Maggio, che proprio oggi ha espresso la sua condivisibile opinione su quel mostro che è l’Unione Europea che, nel suo funzionamento come nei suoi principi appare assolutamente in contrasto con il nostro dettato costituzionale. Ricordiamo come l’art. 11 della Costituzione repubblicana Consente limitazioni di sovranità in condizioni di parità con altri Stati per assicurare pace e giustizia, e promuove organizzazioni internazionali rivolte a questo scopo. È evidente come né la Nato né la UE hanno tali caratteristiche (parità tra gli Stati membri, persecuzione di pace e giustizia).
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La rinuncia al gas russo ha ridotto la competitività internazionale delle nostre aziende, ha accelerato il crollo dei nostri indici di produzione industriale, ha messo a dura prova interi comparti energivori; i piani di riarmo hanno stretto il laccio attorno al collo del nostro welfare già soffocato. Ma in UE ci dicono che bisogna fare dei sacrifici, se vogliamo salvare la “democrazia” ucraina. Le stesse persone ci assicurano che uscire dall’UE e dall’euro avrebbe conseguenze nefaste per la nostra economia: la svalutazione della moneta, il rialzo dei tassi, l’inflazione.Lo dicono contro i “sovranisti” (quelli veri), che sono disposti a qualche sacrificio economico pur di salvare la democrazia italiana, e pur di liberare la Costituzione Repubblicana Italiana dalla gabbia dei Trattati di Maastricht e Lisbona.
Insomma, a quanto pare possiamo rischiare di distruggere l’economia italiana per salvare la “democrazia” ucraina, ma non possiamo rischiare di distruggere l’economia italiana per salvare la democrazia italiana. Nell’Unione Europea la democrazia rappresentativa è strutturalmente finita. Ma attenzione, il rapporto di casualità va invertito: la democrazia rappresentativa non è finita A CAUSA dell’Unione Europea; invece, l’Unione Europea esiste proprio a causa della fine della democrazia rappresentativa. Solo nella crisi delle democrazie europee degli anni ’80-’90 poteva prendere piede il mostro giuridico dell’Unione Europea, senza che si attivassero i contrappesi necessari creati dalle democrazie per evitare una tale deriva tecnocratica, elitaria, mercatista. Le democrazie funzionanti degli anni 50-60-70 (pur con tutti i loro difetti) ne avrebbero impedito l’accesso in tutti i modi, e se già dentro ne sarebbero uscite nel tempo di un inverno.
Quando c’era la democrazia (si intende: quando c’era la politica, i partiti, i sindacati, la partecipazione ecc) il progetto dell’integrazione politica europea era immaginato come una prospettiva di lungo periodo, in cui i pilastri del costituzionalismo nazionale si sarebbero replicati a un livello più alto. La formulazione popolare e partecipata di una Costituzione Europea era vista come un requisito essenziale, anche dai pro-austerity del PCI.Ma il progetto della Costituzione Europea è stato fatto naufragare. È sorta invece una strana creatura, riemersa da un passato oscuro, dal nome aspro e nordico, come quelli di certe spaventose mitologie norrene: Maastricht.Il processo comunitario è stato accelerato in sordina, in stanze chiuse, senza fase costituente, senza validazione elettorale referendaria. Una vera e propria cessione strutturale di sovranità (soprattutto con il Trattato di Lisbona) è stata presentata come un “trattato internazionale” e ratificata da Parlamenti che non avevano alcun preciso mandato sulla questione europea (né tantomeno su QUESTA Unione Europa), all’epoca neanche presente all’attenzione pubblica.Come per tradizione, in Italia il ladrocinio di Lisbona si è consumato ad agosto, il mese d’oro delle più vergognose leggi della Repubblica, perché il minor numero di cittadini se ne accorgesse. Un atto di Restaurazione epocale, paragonabile al Congresso di Vienna, che ha posto la pietra tombale sulle esperienze repubblicane europee.La genesi delle costituzioni democratiche europee fu segnata dal lento compromesso tra l’istanza liberale e quella socialista, l’individualista e la collettivista, il perimetro dell’individuo in cui i poteri pubblici non devono entrare, e i vincoli pubblici che piegano l’interesse individuale a quello collettivo. La nostra Costituzione, nata a tavolino per concertazione, modula persino in sezioni ordinate di paragrafi questa collisione storica.
Se prendiamo il trattato di Maastricht e il TFUE, i due trattati che più si avvicinano al “rango costituzionale” nel diritto pubblico dell’UE, abbiamo un completo tradimento di quella genealogia liberalsocialista che è a fondamento del costituzionalismo europeo. L’elemento socialista è del tutto scomparso. Sono rimasti solo i diritti individuali dell’elemento liberale.La Repubblica Italiana, ad esempio, è fondata sul Lavoro (art.1); l’Unione Europea è fondata sul Mercato (art.3 TUE). Nella Costituzione Italiana il lavoro è un “diritto” (art.4, significa che la piena occupazione deve essere una priorità della politica economica), nell’UE la stabilità dei prezzi è un dovere e la piena occupazione un corollario (art. 127 TFUE, significa che il controllo dell’inflazione è prioritario rispetto a manovre espansive). Nella Costituzione Italiana l’impresa privata deve sottostare all’interesse collettivo (artt 41-42-43), nell’UE non solo non esiste un principio del genere, ma è lo Stato che viene subordinato alle regole del Mercato (art. 119 TFUE).A ciò si aggiunge il deficit democratico strutturale. L’Unione non rispetta il principio basilare della separazione dei poteri esecutivo e legislativo, e ha una Banca Centrale non solo indipendente ma quasi del tutto sganciata dal controllo politico (molto più della FED, che è indipendente ma vincolata al Congresso). Significa che la politica economica e fiscale è in gran parte sottratta al vaglio democratico. Ma gli ordinamenti costituzionali possono essere modificati, si dira.Peccato che, al contrario delle revisioni costituzionali nazionali, partecipate, aperte, quasi sempre referendarie, la revisione costituzionale comunitaria può avvenire solo tramite decennali accordi inter-governativi demandati a opachi uffici tecnocratici, nell’illusione di una unanimità tra i Membri irraggiungibile in una Europa a due velocità economiche diverse, con necessità tra loro incompatibili e modelli di sviluppo inconciliabili. I luoghi tradizionali della dialettica democratica non entrano nemmeno in questo processo.Sta qui il tranello nascosto nel termine “sovranismo”, perché non si rivendica la sovranità perduta, ma la democrazia perduta. Cedere sovranità non è di per sé un problema. I consigli comunali cedono sovranità alle giunte regionali, le quali cedono sovranità ai governi nazionali. Ma in nessuno di questi passaggi vi è cessione di democrazia. Quando i governi nazionali cedono sovranità all’organismo UE, cedono anche quote di democrazia su questioni fondamentali per la vita e la morte del cittadino.I cittadini europei se ne accorgono drammaticamente oggi, quando ormai è tardi, quando vorrebbero fermare il treno della guerra che incombe, ma sono rimasti pochissimi strumenti democratici per farlo.
L’Unione Europea è stata il più violento attacco all’Europa e alle costituzioni democratiche europee, e il più vasto trasferimento di poteri dal basso verso l’alto dai tempi del Congresso di Vienna.In sole tre occasioni i popoli europei sono stati unificati, contro la propria volontà, dentro una stessa entità sovranazionale: con l’Impero Napoleonico, con il Terzo Reich nazista, con l’Unione Europea.Tutte e tre le volte è stata dichiarata guerra alla Russia. Le prime due volte la guerra è stata persa, ed entrambe le volte ciò ha comportato il disfacimento del conglomerato sovranazionale. Non prima però di un’ecatombe di proporzioni magnifiche.
Per qualche motivo a me ignoto si dice: non c’è due senza tre.
Emanuele Maggio
