RD Congo, i traffici miliardari dell’oro e del coltan

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RD Congo, i traffici miliardari dell’oro e del coltan

Un rapporto di Amnesty International squarcia il velo di silenzio su una strage sistematica che si sta consumando nell’est del Paese africano, dove la guerra per il controllo del territorio si intreccia con quella, altrettanto spietata, per il controllo delle immense ricchezze del sottosuolo. Al centro dell’atto d’accusa vi è il gruppo armato ribelle M23, sostenuto dal Rwanda, ritenuto responsabile di gravi violazioni dei diritti umani contro i minatori artigianali

Francesco Citterich – Città del Vaticano

Vatican News-La storia della Repubblica Democratica del Congo si macchia di un nuovo, drammatico capitolo di violenza, confermando come la transizione energetica globale e l’incessante fabbisogno tecnologico dell’Occidente continuano a essere alimentati — e pagati — con il sangue degli innocenti.

Una strage sistematicaUn dettagliato rapporto pubblicato da Amnesty International — intitolato significativamente “We didn’t come to play: M23 abuses at artisanal mines and the trafficking of gold and coltan to Rwanda” — squarcia il velo di silenzio su una strage sistematica che si sta consumando nell’est del Paese africano, dove la guerra per il controllo del territorio si intreccia con quella, altrettanto spietata, per il controllo delle immense ricchezze del sottosuolo. Al centro dell’atto d’accusa vi è il Movimento 23 marzo (M23), il gruppo armato ribelle sostenuto dal Rwanda, ritenuto responsabile di gravi violazioni dei diritti umani contro i minatori artigianali e di un sistematico controllo delle attività estrattive, con modalità che vengono considerate riconducibili al crimine di guerra di saccheggio. Il cuore del dossier poggia su testimonianze dirette e verifiche condotte sui siti minerari tra l’inizio del 2025 e i primi mesi del 2026, concentrandosi in particolare sulla miniera di coltan di Rubaya, nel Nord Kivu, e sulla miniera d’oro di Lomera, nel Sud Kivu.

Un quadro drammatico

I dati e i riscontri raccolti dai ricercatori restituiscono un quadro drammatico. L’organizzazione ha documentato l’uccisione extragiudiziale di 18 minatori artigianali. Secondo i racconti dei familiari e dei testimoni oculari, dieci lavoratori sarebbero stati ammazzati a picconate, due uccisi con colpi d’arma da fuoco e altri sei, precedentemente rapiti, ritrovati senza vita a breve distanza dai siti estrattivi. Dietro questi numeri, tuttavia, ci sono persone che ogni giorno entrano nelle viscere della terra sapendo che potrebbero non uscirne vive. Sono uomini e donne che scavano per ore, spesso in condizioni di estrema precarietà, in un ambiente nel quale un crollo, una frana o l’assenza di qualsiasi dispositivo di sicurezza possono trasformare una giornata di lavoro in una condanna a morte. Per molte famiglie, la miniera non rappresenta una scelta professionale, ma l’unica possibilità di procurarsi il denaro necessario per mangiare, curare un figlio o mandare un bambino a scuola. È una sopravvivenza appesa a pochi grammi di minerale.

Obbligati a lavorare sottoterra anche senza pause

Molti altri minatori hanno dichiarato di essere stati torturati o gravemente maltrattati dai combattenti dell’M23 o dalle guardie di sicurezza private da loro controllate. I lavoratori vengono regolarmente frustati e percossi, secondo le testimonianze raccolte, per piegarne la resistenza o per terrorizzare l’intera forza lavoro. La violenza diventa così uno strumento di gestione quotidiana della miniera: non soltanto una punizione, ma un messaggio rivolto a tutti gli altri, affinché nessuno osi protestare, fuggire o rifiutarsi di obbedire.  Secondo il rapporto, alcuni minatori sarebbero obbligati a lavorare sottoterra per periodi prolungati, anche oltre una settimana senza pause adeguate e senza ricevere una remunerazione, mentre altri sarebbero sottoposti a detenzione arbitraria in container o celle sotterranee. È forse questo l’aspetto più sconvolgente della vicenda: la miniera, che in teoria dovrebbe essere un luogo di lavoro, si trasforma in uno spazio di prigionia. Un’ampia strategia di controlloQuesti abusi, secondo la ricostruzione di Amnesty, non sembrano essere semplicemente il risultato di episodi individuali, ma si inseriscono in una più ampia strategia di controllo delle aree minerarie. Il terrore serve a svuotare le comunità della capacità di opporsi e a garantire ai gruppi armati il controllo dei giacimenti, delle infrastrutture e dei flussi commerciali. In questo sistema, il minerale estratto diventa contemporaneamente fonte di reddito, strumento di potere e finanziamento del conflitto. La seconda, pesantissima parte della denuncia riguarda infatti l’architettura finanziaria e logistica che circonda l’apparato dell’M23. Le prove raccolte sul campo descrivono un sistema di commercio illecito transfrontaliero nel quale le risorse estratte nelle zone controllate dai ribelli vengono avviate verso il Rwanda. I ricercatori hanno documentato alcune delle rotte utilizzate: sacchi contenenti terra ricca di minerali vengono caricati su barche nei porti del Lago Kivu, nella provincia del Sud Kivu, e trasportati verso Kamembe, in territorio rwandese.

Dalla dimensione locale all’economia globaleOro e coltan — quest’ultimo contenente il tantalio, materia prima essenziale per l’industria globale della microelettronica, degli smartphone e di numerose tecnologie avanzate — possono quindi entrare in circuiti commerciali molto più ampi e difficili da ricostruire. È proprio qui che la dimensione locale della tragedia incontra l’economia globale: il minerale estratto in condizioni di coercizione può finire, attraverso una lunga catena di intermediari e operatori, all’interno di mercati internazionali nei quali il consumatore finale spesso non ha alcuna possibilità di conoscere l’origine effettiva della materia prima. Di fronte a questa emergenza, le organizzazioni umanitarie hanno chiesto un intervento immediato. L’appello più urgente è però rivolto alle grandi multinazionali della tecnologia: rafforzare immediatamente i controlli sulla provenienza di oro e coltan originari della regione dei Grandi Laghi e, in particolare, sui materiali estratti nelle aree di conflitto o transitati attraverso il Rwanda, fino a quando non sarà possibile garantirne con evidenze verificabili e tracciabili la provenienza lecita e l’assenza di legami con i circuiti del saccheggio e del finanziamento dei gruppi armati.

L’estrazione responsabile non deve però tradursi nell’abbandono dei minatori congolesi, che rischierebbero di perdere anche l’unica fonte di sostentamento disponibile. Deve invece significare controlli indipendenti, trasparenza rigorosa e tracciabilità, affinché la digitalizzazione del mondo non continui a essere alimentata dalla sofferenza e dalla violazione dei diritti dei lavoratori più vulnerabili.

Militari “ribelli” F-23

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