Alfredo Facchini
Le notizie arrivano col contagocce. Le autorità italiane, più omertose che mai, fanno trapelare poco o niente. È il silenzio dei complici.
Dobbiamo usare il condizionale.Dovrebbero rientrare in Italia oggi sette dei nove attivisti italiani a bordo delle navi della Freedom Flotilla e delle barche a vela della Thousand Madleens, sequestrate martedì notte dall’esercito israeliano in acque internazionali, a circa 120 miglia da Gaza. Un atto di pirateria militare, un sequestro in piena regola, compiuto nel silenzio quasi totale dell’Europa.Dopo l’abbordaggio, circa cento dei 145 attivisti sono stati assistiti dalla ong Adalah nel porto di Ashdod, poi trasferiti nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev. Lo stesso luogo dove, solo una settimana fa, erano stati rinchiusi oltre quattrocento partecipanti alla Global Sumud Flotilla.
Ketziot: un nome che ritorna, sinonimo di violenza e di impunità.In molti hanno denunciato maltrattamenti e abusi: calci, schiaffi, capelli strappati. Costretti a restare in ginocchio per ore, mani legate, insulti, minacce. Alcuni hanno raccontato di essere stati obbligati a pronunciare frasi di fedeltà verso Israele, o parole di disprezzo verso il proprio Paese.Ma i governi europei tacciono, Roma in testa.
Nessuna condanna, nessuna indignazione ufficiale. I nove italiani hanno ricevuto ieri una visita consolare, più formale che solidale. In cinque hanno firmato il foglio di via accettando l’espulsione.Vincenzo Fullone, portavoce della delegazione italiana, ha scelto invece di restare e affrontare il processo in Israele.
Nel frattempo, cinque parlamentari europei – francesi, belgi e irlandesi – sono già stati rimpatriati. Ma l’eurodeputata francese Mélissa Camara, del gruppo dei Verdi, sarebbe ancora a Ketziot. Tre deputati turchi sono stati espulsi verso l’Azerbaigian e dovrebbero rientrare in Turchia oggi.
