Carlo Seclì
L’avvio del processo di liberalizzazione economica della Cina si deve a Deng Xiaoping (1978-1989).Questa grande evoluzione è stata resa possibile grazie alla politica della “porta aperta” e all’innovazione delle regole del mercato interno volute dallo stesso Deng, che hanno condotto allo sviluppo di un settore privato molto dinamico, caratterizzato da numerosi ingenti investimenti da parte di operatori stranieri. Il paese si è trasformato così in uno straordinario sistema di produzione ed esportazione su scala globale.
I tre obiettivi principali del governo cinese in materia di strategia e sviluppo economico sono: la liberalizzazione dell’economia, lo sviluppo dell’alta tecnologia e l’ambizione a qualificarsi come leader regionale.Le istituzioni, i rappresentanti dello Stato e le grandi aziende agiscono nella fiduciosa consapevolezza del loro compito: accrescere l’immagine della Cina come potenza pacifica e responsabile a livello internazionale.
Negli anni di Mao la prima innovazione economica fu la riforma agraria, susseguita a una lotta agraria armata. Questa lotta fu caratterizzata da un esproprio dei proprietari terrieri non lavoratori e dalla distribuzione della terra gratuitamente ai contadini più poveri, tenendo conto del numero dei membri della famiglia, delle disponibilità esistenti luogo per luogo e del possesso da parte dei contadini di altri terreni. Tutta la terra non coltivata direttamente dai proprietari e data in affittanza, a mezzadria o in altre forme, a contadini lavoratori in cambio di una rendita non guadagnata con il lavoro diretto, veniva espropriata senza compensazione alcuna: cessava così di avere legittimità nelle campagne cinesi una classe privilegiata che da secoli viveva della produzione della terra senza lavorarla e che, con il plusvalore estorto ai contadini ,si era sempre garantita il tempo libero che le consentiva di svolgere attività non manuali, come dedicarsi agli studi (e quindi assicurarsi il controllo della burocrazia intellettuale che governava il paese), amministrare i consigli di villaggio (che in effetti erano consigli di notabili e a loro volta controllavano la ripartizione delle tasse, del lavoro collettivo obbligatorio e della leva militare), dedicarsi al commercio e all’usura. L’esproprio delle terre dei proprietari costituiva dunque una rottura rivoluzionaria decisiva nelle campagne cinesi.
La riforma distribuì 50 milioni di ettari a 300 milioni di contadini, cioè in media meno di un ettaro per famiglia di coltivatori.La lotta contro la vecchia classe di proprietari aveva un carattere non solo economico-sociale, ma anche di denuncia politica e morale, contro lo sfruttamento cui i contadini erano stati soggetti.
Nel 1953 la Cina avviò il primo piano quinquennale, basato sul modello dell’URSS di Stalin: priorità all’industrializzazione, soprattutto di base (acciaio ,miniere, cemento e macchine utensili) capace di innestare un ulteriore sviluppo industriale, investimento di capitale tratto in larga misura dall’oneroso gravame fiscale sui contadini, concentrazione su poche grandi progetti collocati in aree industriali staccate dalle campagne, formazione di una classe operaia specializzata e separata dalla massa dei contadini, reclutata a preferenza tra operai di seconda generazione e tra ragazzi delle scuole elementari e medie urbane. Nel corso della realizzazione del piano fu gradualmente introdotto il sistema sovietico di gestione delle aziende fondato su un direttore unico, appoggiato dalla cellula del Partito Comunista dell’azienda e dall’organizzazione sindacale, confinata a compiti di promozione della produttività e di assistenza dei lavoratori.
La collettivizzazione agricola fu il primo segno dell’allontanamento della strategia cinese per lo sviluppo dall’esperienza sovietica e fu probabilmente la prima occasione in cui si affermarono in seno al Partito Comunista due linee contrapposte. Fu Mao a dare rilievo decisivo alla collettivizzazione come svolta sociale di portata epocale nella storia della Cina. Mao riteneva che si dovesse attuare nelle campagne cinesi una mobilitazione di massa, sulla base della spinta di classe dei contadini poveri, dando loro una superiore organizzazione sociale, che consentisse di affrontare e risolvere una serie di problemi produttivi in modo più efficace di quanto avveniva per la piccola proprietà dei coltivatori diretti e anche in modo più produttivo di quanto avveniva nel caso dei contadini ricchi. Mao pensava soprattutto ad investimenti massicci di lavoro in opere di sistemazione del terreno, di terrazzamento, di livellamento, di controllo delle acque e di irrigazione: ciò avrebbe consentito, utilizzando le disponibilità di lavoro sottoccupato e disoccupato esistente tra la massa di contadini poveri, di aumentare il reddito e migliorare le condizioni di questi rispetto ai contadini ricchi, rendendo così le soluzioni collettive più attraenti del mito della piccola proprietà e più capaci di assicurare un margine di prelievo per l’accumulazione di capitale senza impoverire le masse contadine. Gli avversari di Mao interni al Partito insistevano sulla necessità di appoggiare la collettivizzazione ad una disponibilità larga o comunque adeguata di macchine e mezzi per la modernizzazione, mentre Mao contava soprattutto sulle capacità di iniziativa dei contadini poveri, per i quali la necessità di modificare la condizione sociale, e quindi economica, era un’imprescindibile esigenza di sopravvivenza. In tal senso egli raccolse una serie di documenti che attestavano spinte dal basso verso la collettivizzazione. La Cina, sotto Mao, perseguiva una politica di avvicinamento ai paesi di nuova indipendenza in Africa e Asia, accentuando il tema della comune solidarietà anticolonialistica e del comune passato di oppressione imperialistica, in continuità con la linea seguita dall’ Internazionale comunista nei confronti dei movimenti nazionalisti anticoloniali dei paesi sottoposti a regimi di nazionalisti borghesi.
A partire dal 1978 la Cina ha rapidamente assunto molte caratteristiche dell’economia di mercato, riformando così il tradizionale modello economico dirigista e centralizzato, applicato rigidamente nell’epoca maoista. In particolar modo si è aperta l’economia al commercio e agli investimenti diretti di operatori stranieri, attratti dall’altissima densità di popolazione, dalle dimensioni del mercato cinese e dall’enorme disponibilità di forza lavoro a basso costo, che determinano attualmente circa la metà delle esportazioni cinesi e circa il 60% delle importazioni. L’obiettivo di Deng era quello di assicurare a tutti i cittadini cinesi un reddito annuo pari a 800 dollari entro la fine del XX secolo e fu raggiunto, ma con diseguaglianze territoriali importanti che l’attuale “quinta generazione di leader” si impegna a superare, realizzando così una società “moderatamente prospera” che condivida i benefici con l’intera popolazione.
A seguito della crisi economica globale del 2008, la Cina ha avviato un nuovo modello di sviluppo economico denominato “nuova formalità”, che fa leva sulla qualità della produzione, sugli investimenti in alta tecnologia, servizi e urbanizzazione, rallentando il passo della crescita demografica. Infatti il governo cinese autorizza investimenti diretti di imprese straniere, a condizione che queste trasferiscano anche alta tecnologia in Cina. In questo modo, pur rimanendo promotore e incentivando la globalizzazione economica, il governo mira a creare un sistema di circolazione interna che assicuri autosufficienza e sostenibilità alla rete nazionale anche nel caso si dovessero verificare situazioni di crisi o difficoltà economica globali. Grazie a un nuovo e moderno sistema educativo, vengono formati sempre più ingegneri, scienziati, informatici e tecnici da impiegare soprattutto nei settori tecnologici e commerciali, sempre più all’avanguardia.Altro elemento chiave del successo dell’economia cinese è costituito dalla caratteristica dell’apertura alle imprese private, senza al contempo privatizzare tutte le imprese statali. Queste, al contrario, vengono riformate internamente, in modo tale da essere rese più redditizie e competitive, ma anche decisamente favorite dalle recenti misure finanziarie ad opera di Xi Jinping.
L’articolo 1 comma II della Costituzione cinese del 1982, attualmente in vigore, afferma che: “Il sistema socialista è il sistema fondamentale della Repubblica Popolare Cinese”, intendendo che la sua struttura economica di base è ispirata ai canoni del marxismo-leninismo e al pensiero di Mao Tsetung. L’articolo 6 specifica che: “La base del sistema economico socialista della Repubblica Popolare Cinese è la proprietà pubblica socialista dei mezzi di produzione, cioè la proprietà del popolo intero e la proprietà collettiva delle masse lavoratrici. Il sistema di proprietà pubblica socialista abolisce il sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e applica il principio di distribuzione “da ciascuno secondo le proprie capacità” e “a ciascuno secondo il proprio lavoro”. Lo Stato è nello stadio iniziale del socialismo, mantiene un sistema economico di base con al centro la proprietà pubblica e varie forme di proprietà che si sviluppano in parallelo, seguendo il sistema di distribuzione secondo il lavoro quale forma dominante e modalità di distribuzione multiple che coesistono”.
Il processo di rivoluzione economica ha preso il via con le quattro modernizzazioni (agricoltura, industria, scienza e tecnologia, difesa nazionale) e si è concluso con il riconoscimento ufficiale del “socialismo di libero mercato” sia nel preambolo che nell’art.11, il quale stabilisce che: “L’economia individuale, il settore privato dell’economia e gli altri settori non pubblici costituiscono, entro i limiti stabiliti dalla legge, le componenti principali dell’economia socialista di mercato.” Nel XIV Congresso del PCC (1992) fu approvata una risoluzione che riprese una teoria di Mao, sottolineando che la società cinese era caratterizzata dalla forte contraddizione tra l’esigenza di benessere e la profonda arretratezza economica in cui si trovava il sistema produttivo. Si diede così priorità all’incremento delle forze produttive del paese, che servì da volano per il progresso sociale.L’obiettivo della riforma strutturale era quello di sviluppare un’economia socialista di mercato fondata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione. In questo scenario, mercato e stato hanno ruoli diversi: al primo spetta l’allocazione delle risorse, al secondo il controllo macroeconomico. La proprietà dei mezzi di produzione sarebbe comunque rimasta in mano pubblica prevalentemente, pur incentivando lo sviluppo dei settori privati. In questo contesto venne rivalutato il ruolo del diritto, sulla base del presupposto che l’economia socialista del libero mercato dovesse essere un’economia regolamentata dalla legge. Fu infatti costruito gradualmente un apparato giuridico formale e si diede il via a una serie di riforme legislative molto importanti. L’art. 2 del Regolamento delle Imprese private (1988) definisce le imprese private come quelle “entità economiche con almeno otto dipendenti e finanziate con fondi privati”.L’art. 11 fu emendato nel 1988 con l’inserimento ufficiale dell’iniziativa economica privata in complementarietà con l’economia pubblica socialista, tutelandone i diritti e gli interessi legittimi, ma al contempo sottoponendo l’intero settore alle linee di indirizzo e al controllo delle autorità statali. Con la revisione costituzionale del 1999 fu inoltre aggiunto che l’iniziativa economica privata veniva integrata come “componente importante dell’economia socialista di mercato”. Con la stessa revisione costituzionale del 1999 furono parificate le due forme di iniziativa economica privata: iniziativa individuale dei lavoratori e iniziativa privata organizzata in impresa per quanto riguardava sia il sostegno e la tutela da parte dello Stato sia i controlli. La riforma costituzionale del 2004 annoverò nella nozione di “iniziativa economica” anche tutte le “altre economie non pubbliche”, specialmente allo scopo di tutelare gli investitori stranieri in Cina.La proprietà pubblica tuttavia continuò a godere di un trattamento privilegiato rispetto alla proprietà privata, la quale tuttavia fu dichiarata “inviolabile”, nell’art. 13, con la revisione costituzionale del 2004, che ha previsto anche un indennizzo al privato in caso di esproprio o di requisizione da parte dello Stato. Analogamente alle garanzie tipiche del welfare state dei paesi occidentali, anche in Cina, con lo stesso emendamento costituzionale del 2004, fu aggiunto un ultimo comma all’art. 14, che prevede che: “Lo Stato istituisce e perfeziona un sistema di garanzie sociali compatibile con il livello di sviluppo dell’economia”. A partire dal 1980, l’oggettiva impossibilità di assicurare a tutti un elevato tenore di vita spinse il governo cinese ad adottare la cosiddetta “politica del figlio unico”, una drastica politica demografica di contenimento delle nascite, l’unica in grado di assicurare maggiore probabilità di successo alle riforme economiche avviate. Questa politica consisteva nell’obbligo per tutte le famiglie cinesi di non mettere al mondo più di un bambino, arrivando a imporlo anche con misure come l’aborto procurato coattivamente e la sterilizzazione forzata delle donne in età fertile (o alternativamente dei loro mariti). Il “dividendo demografico”, cioè la situazione per cui la popolazione giovane è in maggioranza rispetto a quella non ancora capace o troppo vecchia per lavorare, ha contribuito efficacemente a un rapido incremento dell’economia cinese, ma questi benefici sono destinati a decrescere con l’aumento della popolazione anziana, in assenza di un ricambio generazionale adeguato. Infatti la crescente popolazione di anziani sarà destinata a pesare nel medio-lungo termine sulla popolazione attiva, la cui crescita è stata fortemente rallentata dalla politica demografica governativa.Nel 2013 la “politica del figlio unico” fu abolita e si consentì alle coppie di avere fino a due figli, prevedendo il pagamento di una multa elevata nel caso di terzi figli.
Nel 2021 il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato emendamenti di modifica alla legge sulla popolazione e sulla pianificazione familiare, rendendo legittimo per tutte le coppie cinese avere un terzo figlio senza incorrere in sanzioni, includendo tra le misure anche diversi sussidi per le famiglie da attuare con l’apporto del governo centrale e delle amministrazioni locali.A partire dagli anni Novanta, la popolazione urbana è aumentata esponenzialmente, dando vita a tanti nuovi centri, soprattutto a seguito dell’attenuazione dei controlli sulle migrazioni interne. Si contano, infatti, circa 170 città nelle quali vive ufficialmente più di un milione di persone. In questo modo si è sviluppata anche la classe media, che ha superato il 15% della popolazione dell’intera Cina. La società comunista cinese si è trasformata così, nel giro di due decenni, in una delle società con il più elevato tasso di ineguaglianze territoriali. Decine di milioni di persone abbandonarono in clandestinità le campagne per trovare un lavoro e delle condizioni di vita migliori in città. A ciò si aggiunse la massa di lavoratori licenziati dalle industrie dello Stato e dalle cooperative non più redditizie. La disuguaglianza sociale è stata poi aggravata dalla diffusa corruzione negli apparati pubblici, che ha causato gravi disparità dei redditi.
