Lavinia Marchetti
Otto mesi dopo lo sciopero generale per la Flotilla, la magistratura milanese trasforma il cautelare in un foglio di via di fatto. Difendere la piazza è oggi l’unico esercizio rimasto di democrazia sostanziale. Le ordinanze del 13 maggio 2026, l’arresto razzista di Diala Kante e l’uso del “modello” statunitense di Immigration and Customs Enforcement nelle prassi italiane raccontano una sola storia: la guerra interna come tecnica ordinaria di amministrazione del consenso.
UNIAMO I PUNTINI SULLA CRIMINALIZZAZIONE DEL DISSENSO.
di Lavinia Marchetti
I. MILANO, 13 MAGGIO 2026. LA REPRESSIONE AD OROLOGERIA.
L’orologio della repressione segna ancora un’ora milanese. La mattina del 13 maggio 2026 la Digos ha notificato venti ordinanze a carico di altrettanti partecipanti al corteo nazionale del 22 settembre 2025, la giornata di sciopero generale promossa dal sindacalismo di base in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e contro il genocidio del popolo palestinese. Le misure cautelari complessive sono dieci, distribuite in sette arresti domiciliari e tre obblighi di dimora, accompagnate da quindici denunce e da perquisizioni mirate nelle case di militanti e collettivi (Infoaut, «Milano 22 settembre c’eravamo tutti e tutte», 13 maggio 2026). L’imputazione, dalla resistenza aggravata al lancio di oggetti, dall’oltraggio al pubblico ufficiale all’interruzione di pubblico servizio, fino al «deterioramento di beni culturali» per le vetrate della Stazione Centrale, ricalca il consueto repertorio penale impiegato per derubricare il conflitto politico a turbativa dell’ordine pubblico.
Il dato più rivelatore non risiede nel catalogo dei reati. Si rinviene nelle motivazioni dei provvedimenti restrittivi, dove il giudice scrive testualmente che le prescrizioni imposte servono
«oltre che fungere da monito per la reiterazione di condotte analoghe a quelle commesse, [a] limitare la partecipazione alle manifestazioni pubbliche, luogo in cui gli indagati esprimono e sfogano il loro risentimento nei confronti delle forze dell’ordine e trascendono nella commissione di condotte violente» (Tribunale di Milano, ordinanza cautelare 13 maggio 2026, riportata in Infoaut, cit.).
La prosa giudiziaria registra senza pudore una funzione che la dottrina liberale aveva sempre rifiutato di vedere. La misura cautelare viene piegata alla neutralizzazione preventiva dell’agire politico. Si tratta di sottrarre fisicamente il soggetto allo spazio della contesa, con l’obbligo di firma due volte al giorno «in occasione delle proclamate manifestazioni pubbliche che implichino la formazione di cortei organizzati». La piazza diventa una zona interdetta per via amministrativa. Il cautelare si trasforma in un foglio di via di fatto, modellato sulla sagoma del manifestante.
L’episodio milanese si incardina in una sequenza più lunga, che già aveva trovato il proprio epicentro torinese nello sgombero di Askatasuna del 19 dicembre 2025 (Cfr. L. Marchetti, Sotto assedio. La criminalizzazione del dissenso in Europa, Il Ponte rivista, capitolo «Il laboratorio Torino»). Salvatore Palidda lo aveva scritto a chiare lettere quasi un quarto di secolo fa: «in Italia la chirurgia sociale, volta a separare le “classi laboriose” dai “sovversivi” e dalle “classi pericolose”, ha assunto una brutalità tale da far apparire il paese come uno dei più criminalizzati d’Europa» (S. Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, Milano, 2000, p. 178). Quella diagnosi, formulata sul finire del secolo scorso, suona oggi profetica.
II. DIALA KANTE E IL RAZZISMO COME PRASSI ORDINARIA.
Quattro giorni prima di quelle ordinanze, sabato 9 maggio 2026, intorno alle venti, la stessa città offriva un’altra scena. Davanti al ristorante senegalese Baobab di via Tadini, quartiere Lima, Diala Kante, orafo quarantatreenne con bottega in zona Città Studi, residente a Milano dal 2013 e cittadino italiano, viene fermato sotto gli occhi dei propri bambini (Cfr. il manifesto, «“Un abuso di potere davanti ai miei bambini”. Diala Kante ammanettato e sbattuto a terra per aver fatto una domanda», 11 maggio 2026). La frase che gli è costata l’arresto, raccolta da Radio Onda d’Urto, è la seguente:
«Ce l’avete con i neri, perché vedo come vi comportate con le persone nere e le parole che usate» (Radio Onda d’Urto, «Milano: nuovo abuso di polizia. La testimonianza di Diala», 11 maggio 2026).
La risposta dell’apparato è stata l’ammanettamento, la spinta a terra di cinque agenti, dodici ore in questura senza acqua né cibo, l’imputazione di resistenza a pubblico ufficiale insieme alla titolare del ristorante, al suo compagno e ad altri due avventori, tutti senegalesi con cittadinanza italiana (Ibid.; il Fatto Quotidiano, «Ammanettato e spinto a terra dopo che ho detto che ce l’avevano con i neri», 11 maggio 2026).
Il caso Kante restituisce con esemplare nitidezza il cortocircuito già rivelato nella criminalizzazione dei manifestanti. La domanda critica, esercizio elementare di parola pubblica, viene istantaneamente riclassificata come reato attraverso la magia del verbale di polizia. La «working personality» individuata da Robert Reiner, fatta di isolamento sociale e di cinismo verso la società civile, si traduce nell’operazione concreta di silenziamento di un cittadino che osa nominare il razzismo davanti ai propri figli (R. Reiner, The Politics of the Police, Oxford University Press, Oxford, 4ª ed., 2010, p. 118). Vincenzo Scalia parlerebbe ancora una volta di quella «chirurgia sociale» che individua il corpo nero come superficie privilegiata su cui esercitare l’autorità di Stato (V. Scalia, in S. Palidda, op. cit., p. 184). La concretezza dell’episodio milanese smentisce la retorica istituzionale. Quel razzismo è prodotto strutturale di una cultura di corpo addestrata a percepire la pelle nera come indice di sospetto. Definirlo incidente del singolo agente deviato significherebbe travestire la prassi da eccezione. Come al solito.
III. IL MODELLO ICE SBARCA IN ITALIA. IL RASTRELLAMENTO DI TERMINI.
Per cogliere a quale «professione» stiano lavorando le forze di polizia italiane, occorre alzare lo sguardo dall’episodio singolo. Il 16 gennaio 2026, notizia passata piuttosto sotto traccia, la stazione Termini di Roma è stata teatro di un’operazione straordinaria coordinata da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, con elicotteri sopra i binari, unità cinofile, strade bloccate, centinaia di identificazioni e una manciata di arresti per piccoli reati (Cfr. Ministero dell’Interno, comunicato «Roma, Stazione Termini: operazione straordinaria di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza», 16 gennaio 2026). L’analisi pubblicata da Contropiano e ripresa dall’Osservatorio Repressione ha colto immediatamente la natura del gesto:
«Il raid di Termini è un manifesto: identificare per intimidire, fermare per dimostrare, colpire per educare. […] È la logica ICE trapiantata in Italia» (Osservatorio Repressione, «Il sogno di Meloni e Piantedosi: una polizia modello ICE», 19 gennaio 2026).
Il riferimento è esplicito e va preso sul serio. L’Immigration and Customs Enforcement, agenzia federale statunitense divenuta, sotto la seconda amministrazione Trump, lo strumento privilegiato di una guerra a bassa intensità contro le comunità migranti, è oggi il punto di riferimento operativo del binomio Piantedosi-Meloni. L’operazione Metro Surge, lanciata in Minnesota nei primi giorni del 2026, ha visto duemila agenti federali ammassati nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul, con circa tremila arresti in poche settimane e l’uccisione di Renée Nicole Macklin Good, cittadina statunitense di trentasette anni, freddata a colpi d’arma da fuoco dall’agente ICE Jonathan Ross il 7 gennaio 2026 mentre si trovava in auto (Cfr. CNN, «Reports, videos show how ICE agent Jonathan Ross fatally shot Renee Good», 17 gennaio 2026; Vera Institute, The ICE Killing of Renee Nicole Good is a Watershed Moment for Trump, New York, 2026). Era la nona persona colpita dal fuoco di agenti ICE in cinque Stati e nel Distretto di Columbia dal settembre 2025 (American Immigration Council, New ICE Arrest Statistics, Washington, 2026).
Il modello che il governo italiano guarda con malcelata ammirazione è esattamente questo. La presenza, sia pure formalmente «consultiva», di agenti ICE sul territorio nazionale in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, dal 6 febbraio al 15 marzo 2026, ha offerto la copertura simbolica di una contiguità operativa che si rifiuta di nominare se stessa (Cfr. Today.it, 4 febbraio 2026; Avvenire, 5 febbraio 2026). Le smentite ministeriali sull’effettivo carattere «non operativo» della missione cozzano con quanto già accade nelle prassi, dal raid di Termini ai presidi militarizzati con esercito al Colosseo rivendicati come trofei di legislatura.
Mark Neocleous aveva nominato per primo questa convergenza definendo la pacificazione come «nome politico della guerra interna condotta sotto il segno della sicurezza» (M. Neocleous, War Power, Police Power, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2014, op. cit.). L’innesto del modello ICE sul corpo dello Stato italiano è formalizzazione domestica di una tendenza già attiva. L’espulsione del migrante e dell’oppositore politico dallo spazio pubblico per via di forza trova nell’iconografia trumpiana il proprio attuale repertorio gestuale. E questi episodi ci portano dritti all’episodio di Kante che diventerà la norma operativa, senza nessuna conseguenza per i razzisti.
IV. L’EUROPA «OSTACOLATA» E IL BOOMERANG COLONIALE.
Il caso italiano si inscrive in una traiettoria continentale che ha smesso di ammettere infingimenti. Il rapporto 2026 di Amnesty International su 21 Stati europei descrive «uno schema di leggi repressive, uso eccessivo o non necessario della forza, arresti e procedimenti arbitrari, restrizioni ingiustificate o discriminatorie nonché l’uso crescente di tecnologie di sorveglianza invasive» (Amnesty International, Europa e Asia centrale: Rapporto 2026, Roma, 2026). Il CIVICUS Monitor ha declassato Francia, Germania e Italia da «ristretto» a «ostacolato», categoria che descrive Stati nei quali, scrive Riccardo Noury, «le persone che protestano vengono etichettate in vari modi, tra cui “terroristi”, “criminali”, “agenti stranieri”, “anarchici” ed “estremisti”» (R. Noury, «I manifestanti di tutta Europa sono sotto attacco», in Domani, 9 luglio 2024).
La cifra comune dell’epoca è la trasformazione del corpo del manifestante in luogo di esercizio dell’autorità. Lo stesso rapporto Amnesty registra dal Belgio alla Spagna, dalla Polonia alla Serbia, una casistica omogenea di lesioni permanenti inflitte da reparti di polizia durante manifestazioni pacifiche (Amnesty International, op. cit.). Aimé Césaire chiamò questo movimento «boomerang coloniale», allusione alla maniera in cui le tecniche di dominio forgiate nelle colonie tornano ad abitare le metropoli europee (A. Césaire, Discorso sul colonialismo, Ombre Corte, Verona, 2010, p. 17). L’agente ICE che spara a Renée Good a Minneapolis e l’agente milanese che ammanetta Diala Kante davanti ai suoi figli sono espressioni distinte di un identico programma.
V. LA PIAZZA COME SPAZIO RESIDUALE DI DEMOCRAZIA.
Le forme cambiano, lo schema resta. Lo Stato rinuncia alla mediazione e si presenta nella propria nudità coercitiva. La legge serve a fabbricare l’ordine politico desiderato; la polizia ne è insieme la mano operativa e il segno simbolico. Didier Fassin lo aveva detto con asciuttezza: «l’uso del vocabolario di guerra […] radicalizza ma anche normalizza una modalità ostile di designare problemi e individui», sicché «la politica dei quartieri popolari diventa una politica di guerra» (D. Fassin, La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane, Editrice La Scuola, Brescia, 2013, p. 93). Quel che valeva per le banlieue parigine vale oggi per la Stazione Centrale di Milano e per via Tadini. La continuità è la ragione del presente.
L’arresto di Diala Kante davanti ai propri figli e le venti ordinanze contro chi il 22 settembre 2025 si era opposto al genocidio in piazza esprimono un identico programma di governo. Programma di un’Italia che ha individuato nella criminalizzazione del dissenso e nella deumanizzazione del migrante i due pilastri di una “pacificazione” interna intesa, per dirla con Neocleous, come continuazione della guerra coloniale con altri mezzi (M. Neocleous, op. cit.). La trasposizione dell’estetica ICE, dagli elicotteri sopra Termini agli agenti federali ai bordi degli eventi olimpici, è il segnale visivo di una scelta strategica che il DL Sicurezza n. 48/2025 e il D.L. 24 febbraio 2026, n. 23 hanno già reso normativa.
Resta la piazza, allora, come spazio residuale di democrazia sostanziale. La magistratura milanese vuole sottrarla con due firme al giorno; il 16 maggio 2026 il Centro Occupato Autogestito T28 chiamerà di nuovo Milano in via Tadini e a Loreto (Infoaut, op. cit.). Difenderla significa esercitare una resistenza che non ha bisogno di chiedere il permesso. Lo Stato di diritto, se ancora esiste, esiste perché qualcuno disobbedisce alla sua perversione.

