(articolo realizzato con il contributo dell’IA)
Il 12 maggio 1928, durante il periodo fascista in Italia, venne ulteriormente limitata la partecipazione politica dei cittadini con una nuova legge elettorale che svuotò di significato il diritto di voto, revocando di fatto il diritto di voto alle donne. Le donne, che già non godevano del suffragio politico nazionale, continuarono a essere escluse dalla vita democratica del Paese.
Il regime di Benito Mussolini trasformò infatti le elezioni in una semplice approvazione di una lista unica scelta dal Gran Consiglio del Fascismo, cancellando il pluralismo politico e ogni reale possibilità di scelta. In questo contesto, il voto femminile rimase negato, mentre aumentava il controllo autoritario dello Stato sulla società italiana. La legge che concretizzava questa svolta autoritaria fu promulgata pochi giorni dopo, il 17 maggio 1928.
Le donne italiane otterranno finalmente il diritto di voto soltanto nel 1945 e voteranno per la prima volta alle elezioni amministrative del 1946, partecipando poi al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che sancì la nascita della Repubblica italiana.
