da Cubadebarte.cu traduzione Silvana Sale
Il 4 settembre 1970, al terzo tentativo, Salvador Allende e la coalizione delle sinistre Unità Popolare vincono le elezioni presidenziali in Cile.
“È la notte della vittoria ci sono 200.000 persone in strada a festeggiare.
Non ci sono vetri rotti.
Non ci sono auto danneggiate.
Non c’è nessun nostro avversario che possa dire che lo abbiamo offeso, nemmeno a parole”, dichiarò il presidente eletto.
Allende aveva promesso una serie di misure economiche strategiche che non piacevano agli Stati Uniti, alle multinazionali che controllavano il rame e ai settori di destra all’interno del Cile.
La bandiera della Unità Popolare era il frutto di una storia di lotte, iniziata con gli eroici scioperi degli operai delle miniere di salnitro nei primi decenni del Novecento.
A 52 anni da quella storica vittoria, schiacciata nel sangue dall’imperialismo statunitense e dalla CIA è necessario riflettere su che successe contro quel tentativo di avanzare verso il socialismo attraverso le elezioni per non ripetere gli stessi errori.
Dopo il trionfo della rivoluzione cubana, l’America Latina e i Caraibi divennero un campo di battaglia politico e, in alcuni casi militare, tra l’imperialismo yankee, alleato delle oligarchie locali, e le forze popolari.
Il Cile è stato un caso emblematico.
Là, come in nessun altro paese della nostra regione, un movimento di sinistra orientato al marxismo e una classe operaia militante, organizzata e politicizzata avevano conquistato un considerevole spazio politico e istituzionale e avevano il potenziale per raggiungere il governo con mezzi elettorali con un programma socialista con un profondo contenuto antimperialista.
C’era anche un leader prestigioso, Allende, che, sebbene ci fossero resistenze nel suo partito, aveva l’appoggio della classe operaia, godeva del sostegno del Partito Comunista del Cile e della stretta amicizia e solidarietà di Fidel Castro.
Una radicalizzazione a sinistra di settori della borghesia aveva portato molti giovani militanti a lasciare la Democrazia Cristiana per sostenere Allende.
Nel Partito Socialista molti non hanno creduto all’audace proposta del loro candidato, il quale, aveva pensato che nel suo Paese fosse possibile passare al socialismo con mezzi elettorali.
Gli Stati Uniti avevano deciso di intervenire nel paese andino nello scontro di classe che si stava svolgendo appoggiando il candidato della Democrazia Cristiana Eduardo Frei, con lo slogan demagogico “Rivoluzione in libertà” per opporsi alla Rivoluzione cubana, che aveva dato entusiasmo e scatenato un ciclo prolungato e vigoroso di lotte popolari in America Latina.
Come mostrano i documenti declassificati, la CIA, sin dalle elezioni presidenziali del 1964, in cui Allende si era schierato contro Frei come candidato, gli USA inviarono 2,6 milioni di dollari a favore della sua campagna, ed investirono 3 milioni di dollari in propaganda contro Allende e in seguito dichiararono che questa e altre manovre erano indispensabili per il successo di Frei.
Nelle elezioni del 4 settembre 1970, la CIA elargì 350.000 dollari a favore del candidato di destra Jorge Alessandri attraverso la multinazionale ITT ed investì tra 800.000 e un milione di dollari per manipolare il risultato elettorale, secondo il rapporto del Comitato Church del Senato degli Stati Uniti.
Il risultato delle elezioni fu: Salvador Allende 36,6%, il candidato della destra Alessandri 34,9% e candidato DC Radomiro Tomic 27,8%.
Secondo la costituzione il 24 ottobre l’intero Congresso, in conformità con la Costituzione, avrebbe dovuto scegliere tra i due candidati più votati.
Da Washington, il presidente Richard Nixon ordinò alla CIA di impedire ad Allende di assumere la presidenza.
Ma il suo piano non funzionò perché Allende e Tomic (sebbene democristiano) avevano convenuto che l’uno avrebbe riconosciuto la vittoria dell’altro se la differenza avesse superato i 5.000 voti.
A peggiorare le cose per la CIA, fu il suo piano B, culminato nell’assassinio di René Schneider, comandante in capo dell’esercito, che invece di favorire i piani della agenzia statunitense li peggiorò, favorendo il voto della DC a favore di Allende.
La nazionalizzazione del rame, l’approfondimento della riforma agraria, la costituzione di un ampio settore sociale dell’economia con partecipazione dei lavoratori, comprese le banche, l’aumento dei salari, il rafforzamento del mercato interno, la politica estera latinoamericana non allineata agli USA e orientata alla pace, il ristabilimento delle relazioni con la sorella Cuba furono, tra le altre cose, le grandi conquiste di Allende.
Quel governo ereditò casse pubbliche fallite per tutte le importazioni e le spese fatte per migliorare l’immagine di Frei.
Inoltre, gli Stati Uniti asfissiarono economicamente il paese e scatenarono una terribile ondata fascista culminata nel sanguinoso colpo di stato dell’11 settembre 1973, che, tragico presagio, trovò i rivoluzionari cileni disuniti.
I militari fascisti ordinarono ad Allende di arrendersi, ma resistette per ore nel Palacio de la Moneda, dove morì abbracciando il fucile Kalachnikov che Fidel un giorno gli aveva dato.
Allende vive oggi nella ribellione anti-neoliberista cilena!
Gli insegnamenti di questa vicenda valgono anche per quei governi odierni come in Messico ed Argentina che, seppure non propongono il socialismo, hanno in comune con quello cileno il fatto che toccano importanti interessi oligarchici e imperialisti, i quali non si rassegnano a perdere i loro privilegi e quindi offrono la resistenza più feroce ai governi popolari, anche a costo di attaccare lo stato di diritto, in un atteggiamento sempre più simile a un colpo di Stato.
L’esempio della Bolivia del socialista Evo Morales, spodestato da un colpo di Stato camuffato appoggiato dagli Stati Uniti, è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo di una triste lista.
