Alfredo Facchini
Il Venezuela detiene le più vaste riserve di petrolio del pianeta. È impossibile prescindere da questo dato per comprendere i fatti e gli eventi che gravitano intorno al suo oro nero.
In questo scenario, il Nobel assegnato a María Corina Machado appare – a chi è malizioso, come chi scrive – non tanto come un premio alla pace, quanto come un investimento simbolico. In altre parole, un riconoscimento concepito per costruire un volto presentabile, spendibile, in vista di un futuro cambio di regime. Una nuova Juan Guaidó, ma con il sigillo morale dell’Accademia di Oslo.
María Corina Machado è tutto tranne che una figura “popolare”. Proviene da una delle famiglie più ricche di Caracas, legata storicamente agli ambienti imprenditoriali filo-statunitensi. La sua idea di “libertà economica” coincide con una privatizzazione selvaggia dell’economia venezuelana: banche, infrastrutture, compagnie minerarie e, soprattutto, PDVSA, il cuore pulsante della sovranità economica nazionale.
PDVSA, Petróleos de Venezuela S.A., è la compagnia petrolifera statale del Venezuela. Fondata nel 1976, dopo la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, nacque come risposta a decenni di sfruttamento straniero da parte delle multinazionali angloamericane: Shell, Exxon, Mobil, Chevron, Gulf.
Dal 2017 le sanzioni statunitensi hanno tagliato fuori PDVSA dal sistema finanziario internazionale. Impossibile vendere liberamente il petrolio, sbloccare fondi, acquistare ricambi o tecnologia. Un assedio economico che ha fatto crollare la produzione: da oltre 3 milioni di barili al giorno negli anni ’90 a meno di 700.000 nei periodi più duri.Le lobby filo-occidentali, con in testa María Corina Machado, chiedono da anni di privatizzare PDVSA e aprire il mercato agli investitori stranieri.Tradotto: “solo il capitale privato può rilanciare la produzione”.
La “transizione democratica” che propone è una restaurazione, dove il mercato – ovvero le corporation americane – tornano a controllare le fonti di energia.Machado ha sostenuto apertamente le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, anche nei momenti più duri, quando mancavano medicine, cibo e carburante. È arrivata a chiedere un intervento militare straniero per “liberare il paese dalla dittatura di Maduro”.La sua “pace”, dunque, corrisponde a quella formula usata decine di volte per giustificare invasioni, golpe e cambi di regime, dall’Iraq alla Libia. E Donald Trump ha già dichiarato più volte che il Venezuela è un “obiettivo strategico”: non per la democrazia, ma per riprendersi il petrolio che oggi gestiscono Cina e Russia.È il vecchio schema: elevare un’oppositrice neoliberale a paladina dei diritti, creare il consenso mediatico internazionale, giustificare l’ingerenza o addirittura il colpo di Stato.Da anni del resto il Comitato di Oslo è diventato un termometro dell’ideologia dominante: raramente premia chi mette davvero in discussione i poteri globali. Premiare Machado oggi equivale a legittimare un eventuale cambio di regime funzionale all’ordine occidentale.
È un messaggio chiaro: la “pace” è accettabile solo se coincide con l’obbedienza a Washington e con l’apertura dei pozzi.Come può definirsi una “pacifista” chi invoca le sanzioni e la forza armata contro il proprio paese? È il paradosso perfetto di un mondo in cui la guerra viene venduta come salvezza.
Personalmente, il Premio Nobel per la Pace l’avrei assegnato agli oltre duecento reporter sterminati a Gaza.

