Trad. di Lavinia Marchetti
Ho tradotto il video del giornalista del Guardian Matthew Cassel, i video per quanto siano d’impatto, non so a voi, ma a me restano poco nella mente, mi concentro più sulle immagini che sulle parole.
Ritengo questo video, riprodotto e sottotitolato da “Internazionale” (lo trovate qui https://www.internazionale.it/video/2025/10/08/israeliani-genocidio-gaza ), molto importante.
Spesso sentiamo dire: eh ma Israele non è “il sionismo”. Vero, ma in misura minoritaria. Quanto minoritaria lo capiamo bene dal video e dalla trascrizione. Peraltro ci offre uno spaccato di cosa pensa un popolo genocidiario del popolo che sta sterminando.
ECCO LA TRASCRIZIONE
Siamo qui a camminare lungo la spiaggia di Tel Aviv e, come si vede, ci sono famiglie fuori, gente che si gode il mare, com’è giusto. È piena estate. Però, mentre cammino lungo la costa, non riesco a non pensare che se segui la linea della costa per esattamente sessanta chilometri verso sud, in quella direzione, arrivi a Gaza.Lì, gruppi per i diritti dicono che sono in corso un genocidio e una carestia, qualcosa che ovviamente appare diversissimo da ciò che vediamo qui attorno a Tel Aviv.
Tel Aviv è conosciuta come la capitale liberale di Israele. Qui trovi spiagge, bar, e ogni tipo di attività che rendono questa città piacevole per i suoi quasi mezzo milione di abitanti.
«Sembra una festa in spiaggia. Siamo in mezzo a una guerra, da due anni, e la spiaggia alle mie spalle è piena. La resilienza è la cosa principale che rappresenta Israele, che rappresenta gli israeliani».
Sono qui per capire che cosa pensino gli israeliani della guerra che si combatte a due passi e delle crescenti condanne internazionali. Arrivando a Tel Aviv, tutto sembra piuttosto normale. Voi siete in spiaggia e vi divertite.
«Là fuori della guerra a Gaza si parla molto. Ognuno ha un parente o un figlio o un fratello o qualcuno che sta combattendo a Gaza. Tutti ci sostenevano e dicevano: “Che dispiacere”, e tutto il resto. Poi, dopo cinque minuti, tutti hanno dimenticato, e hanno dimenticato perché siamo a Gaza».
Dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele ha ucciso più di 64 mila palestinesi a Gaza, con un bilancio reale molto più alto. È stata dichiarata la carestia e gran parte del territorio giace in rovina, con l’esercito israeliano che continua a distruggere strutture civili mentre avanza più in profondità dentro Gaza.E sebbene sondaggi recenti indichino che tra gli ebrei israeliani ci sia poca compassione per la sofferenza dei palestinesi a Gaza, qui un piccolo gruppo di persone sta cercando di lanciare l’allarme. Stiamo camminando verso sud. Se salissi in auto qui, probabilmente in un’ora arriveresti a Gaza.
«In quella direzione, è folle pensare, da israeliani, di poter condurre una vita tranquilla e facile qui a Tel Aviv mentre lì le persone vivono l’inferno».Sarit Mikhaeli fa parte dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. A luglio si sono uniti a grandi organizzazioni per i diritti nel mondo nel determinare che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza.
«La popolazione di Gaza è stata sfollata, bombardata e affamata, lasciata completamente spogliata dell’umanità e dei diritti».Hanno intitolato il loro rapporto «Il nostro genocidio».«“Il nostro genocidio”, è un titolo forte».«Già. In quanto ebrea israeliana, appartengo al collettivo che sta perpetrando questo genocidio. Ho una responsabilità. Si fa in nome mio. C’è questa affermazione che alcuni fanno, tipo: “Questo non è in nome mio”. Invece si fa in nome mio. Io vivo in questa società. Pago le tasse. Ed è sia mia responsabilità sia mio dovere parlare agli israeliani di ciò che il nostro governo e il nostro esercito stanno facendo a Gaza».
Quanto è difficile per qualcuno guardarsi allo specchio e riconoscere che il proprio governo sta commettendo un genocidio?«È molto difficile. Ed è terribile riconoscere che il tuo governo, l’esercito in cui molti dei nostri parenti e amici e, a volte, noi stessi serviamo, stia facendo queste cose orrende».
Voglio capire meglio come si sentano gli israeliani comuni rispetto a questi temi. Vado quindi in alcune delle aree più frequentate di Tel Aviv. Adesso camminiamo nel vivace Mercato di Carmel, a Tel Aviv.Come si vede, vendono ogni genere di merce: frutta e verdura, snack e cioccolato, elettronica. Venendo qui, mi tornano in mente mercati simili che esistono a Gaza e che ho visitato in passato. Però, in questo momento, a causa della guerra e dell’assedio in corso su Gaza, da quanto capisco nessuno di quei mercati è operativo.È pieno di gente. Possiamo chiederle com’è la vita qui? Lei lavora in un mercato che vende prodotti freschi, spezie, altra merce. In questo momento a Gaza la gente non ha accesso a nulla di tutto ciò. Da essere umano, la cosa la tocca?
«Preferisco non occuparmi di queste cose. Tel Aviv è una vacanza incredibile. Qui mi sento davvero al sicuro. Nella vita di tutti i giorni non lo percepisci. Poi scorri Instagram e vedi tutto questo. Mi rende molto triste».Che cosa vede su Instagram?«Tutti gli ostaggi. Mi sento tristissima».
Ci sono civili che soffrono a Gaza, e gruppi per i diritti usano parole come genocidio e carestia per descrivere la situazione. Quanto la preoccupa il fatto che civili stiano soffrendo e morendo?
«Tengo alle persone. Tengo ai bambini in tutto il mondo. Ma prima di tutto vogliamo indietro gli ostaggi».Tieni ai bambini. Quando vedi le immagini, le vedi davvero? «Almeno il 50 per cento delle immagini sono, come le chiamano… Gaza wood. La conosci? Gaza wood, come Hollywood».
Molte persone nel mondo guardano quelle immagini. È un grande problema. In particolare, le foto dei bambini che sembrano morire di fame. Voi vedete quelle immagini e vi turbano? «Per favore, dai, dimmelo. Le vedete e vi turbano?»
«Io vedo quelle immagini e vedo molte immagini che non sono reali. Sono inscenate. Tante, almeno il 50 per cento. Se non sbaglio anche l’80 per cento. Posso dirtelo. E la sofferenza è per colpa di Hamas».Hai messo tu queste foto?«Non solo io. Il 7 ottobre sono morte persone. Soldati, gente che era al parco. Ho un amico che è morto».Hai un amico che è morto il 7 ottobre?«Nova».Era al Nova?«Sì».Quanti anni hai?«Diciannove».Sei nell’esercito?«Mi arruolo tra due mesi».Tra due mesi parti?«Sì, a novembre».E andrai a combattere?«Certo».Potresti andare a combattere a Gaza?«Mi piacerebbe».Ti piacerebbe?«Sì».
«La gente pensa che i bambini, gli uomini e le donne a Gaza siano innocenti. Stronzate. Tutti hanno partecipato, in un modo o nell’altro, al 7 ottobre. Questo non si può ignorare. Qualunque cosa diciate, non si può ignorare. Nessuna innocenza».
Nemmeno donne e bambini sono innocenti a Gaza?«Ci sono madri di terroristi, capito, che li sostengono. Quindi non c’è innocenza».E i bambini?«Quei bambini diventeranno terroristi. Diventeranno assassini. Per quanto parlino e mostrino, noi restiamo gli stessi. Per quale motivo dovremmo avere paura? Andiamo. Facciamogli vedere ciò che vogliono far vedere»
.C’è molta critica a questa guerra a livello globale e molte persone scendono in piazza contro il conflitto, che potrebbero guardare a questa che tu definisci una manifestazione contro la guerra e chiedersi perché si parli così poco delle vittime palestinesi a Gaza.
«Senti, gli europei e gli australiani sono idioti. Scusami. Perché non capiscono che l’Islam sta arrivando anche da loro. La colpa non è di Israele. Sono i palestinesi, i loro “leafies”, e vogliono venire al nostro posto. Non accanto a Israele. Al posto di Israele».
Ti considereresti oggi un manifestante contro la guerra?«No».Spiegamelo.«Sono un manifestante contro il governo, nel senso che non credo che il governo faccia bene quasi nulla. Il 7 ottobre hanno perso la legittimità».
Stai chiedendo la fine della guerra? Vuoi che la guerra finisca?«Certo che sì. Penso che lo vogliamo tutti».Quindi sei un manifestante contro la guerra.«Dipende se vuoi essere moralmente irreprensibile oppure efficace. Da sinistra israeliana, rivendicare l’efficacia è complicato, lo ammetto».
Parlare delle vittime palestinesi è inefficace, è questo che hai appena detto?«Mi pare un po’ forzato. Noi, come israeliani, teniamo più agli israeliani che ai non israeliani. Ha senso. I palestinesi tengono più ai palestinesi che ai non palestinesi. Gli americani tengono più agli americani. Tutti fanno così. È normale. Stiamo cercando persone che esprimano qualche forma di solidarietà o sostegno verso i palestinesi e non le troviamo, quindi continueremo a cercare».
Parlami della tua maglietta.«Voglio dire, è vero. Le vite palestinesi contano, una cosa in cui credo, che penso la maggior parte degli israeliani non condivida. Magari lo dicono, ma il modo in cui si comportano, la loro politica e il modo in cui parlano non riflettono questa verità».
Pensi che, dato il livello della guerra e soprattutto le immagini emerse nelle ultime settimane e mesi di persone che muoiono di fame a Gaza, stia crescendo il numero di israeliani preoccupati per questo?
«Ascoltando il dibattito nei media israeliani e parlando con le persone, mi pare che la gente sia più preoccupata di ciò che il mondo occidentale pensa di Israele che delle effettive conseguenze delle azioni di Israele a Gaza».
A notte inoltrata, Tel Aviv si anima con una vita notturna famosa.Chi sei?«Sono un TikToker famoso».Un TikToker famoso? Che cosa fai qui per le strade di Tel Aviv oggi?«Intervisto».Su che cosa intervisti la gente?«Qualunque cosa mi venga in mente».
Come descriveresti l’atmosfera oggi a Tel Aviv?«Sexy, carina, divertente, stupida. Penso che ovunque ci siano persone che odiano davvero Israele e che non ci sopportano, forse antisemiti, forse per vari motivi. Penso che il nostro esercito sia molto morale e che la nostra gente sia gente buona, gente che non fa male a nessuno, che aiuta sempre. Però, alla fine, dopo tutto quello che è successo il 10 di Shavuot, non dimentichiamo. Invece della pace, siamo arrivati a una situazione di guerra e oggi non vedo come possiamo arrivare alla pace».
Mentre stiamo facendo le interviste, una donna interrompe la squadra di Tawando che stava parlando e tutti gli altri nel bar per evitare di parlare con noi.«Lui sa solo l’inglese. Gli ho chiesto se sapeva di cosa stava parlando. Sì, gliel’ho chiesto».Che succede? Come va?«Bene».Che succede?«Penso che forse stiano rigirando la cosa contro di noi, provando a farci fare una brutta figura, oppure che abbiano paura di ciò di cui stiamo parlando. Forse».Sentendo che la gente si sta mettendo contro di noi, decidiamo di andare via e di visitare un locale notturno molto frequentato lì vicino.Eri a Gaza solo pochi giorni fa e ora sei qui. Che effetto ti fa?«Tutto questo mi mette molto a disagio».
Siamo qui per le strade di Tel Aviv, entriamo nei club dove la gente balla e poniamo domande difficili su ciò che pensano riguardo a temi enormi come il genocidio. Se segui quello che accade a Gaza, risulta difficile capire come questi due mondi possano esistere così vicini.In tre giorni abbiamo parlato con decine di persone in tutta Tel Aviv e abbiamo riscontrato scarso interesse per i palestinesi a Gaza. Ma per B’Tselem la colpa di quanto accade lì non dovrebbe ricadere solo su Israele.
«Ci sono così tante scuse che il nostro governo ci fornisce, o che i poteri costituiti ci danno, per assolverci dalle responsabilità. Il fatto che la comunità internazionale abbia reso tutto questo possibile negli ultimi quasi due anni è uno dei motivi per cui vaste aree di Gaza oggi sembrano una landa desolata. E anche il motivo per cui sono stati uccisi così tanti esseri umani. Noi israeliani contrari a tutto ciò abbiamo fallito nel fermarlo. E penso che gli israeliani dovranno per sempre fare i conti con ciò che abbiamo fatto ai palestinesi a Gaza».
