Fanno discutere, nel Regno Unito, le parole premier Andy Burnham, secondo il quale la Russia avrebbe interferito nel referendum del 2016 sulla Brexit. «Quando sono arrivato a Downing Street», ha detto Burnham riferendosi alla residenza del primo ministro britannico a Londra, «ho posto questa domanda: dunque c’è stata un’ingerenza della Russia nel referendum del 2016? Ho ricevuto una risposta chiara: sì, c’è stata».I grandi media si sono affrettati a scrivere che è la prima volta che un primo ministro britannico ammette apertamente che Mosca cercò di influenzare il referendum su Brexit. C’è un piccolo problema: l’affermazione del premier laburista, a 10 anni dal referendum, non trova riscontri. Zero prove, zero report a supporto di tale affermazione presa per oro colato dai media in assetto di guerra.
Anzi, i report prodotti sin qui dicono l’esatto contrario. Dopotutto, basterebbe un po’ di logica: davvero è credibile che in 10 anni, se davvero ci fossero delle prove tangibili, non sarebbero già state tirate fuori visti i pessimi rapporti diplomatici che intercorrono tra Londra e Mosca?Con un Regno Unito schieratissimo in Ucraina contro la Russia sin dal post Euromaidan? Secondo un rapporto della commissione parlamentare per l’intelligence e la sicurezza, pubblicato nel luglio 2020 e riportato dall’agenzia Reuters, infatti, il governo britannico non è riuscito ad accertare se la Russia abbia tentato di interferire nel referendum del 2016 sull’appartenenza all’Unione europea.
Attenzione: non solo Londra non è riuscita a determinare se Mosca abbia influito sul voto ma non è nemmeno stata in grado se ci abbia effettivamente provato attraverso azioni di «guerra ibrida». Burnham accusa Mosca. Ma le prove non ci sonoLa commissione all’epoca ha spiegato di non essere stata in grado di stabilire se Mosca abbia cercato di influenzare il voto che ha portato all’uscita del Regno Unito dal blocco, a differenza del referendum scozzese del 2014, per il quale invece l’ingerenza russa, secondo Reuters, era stata documentata.
Quando la commissione chiese all’MI5 elementi su sospetti tentativi di interferenza, il principale servizio di sicurezza interna britannico produsse appena sei righe di testo. Il rapporto parlava di «indicazioni provenienti da fonti aperte su possibili tentativi di Mosca di influenzare la campagna sulla Brexit,» ma precisava che non erano state prodotte prove concrete.Che quella di Burnham sia una sparata, lo si capisce anche dalle successive dichiarazioni del ministro degli Esteri Stephen Doughty, che ha subito corretto il tiro. Intervenuto a Times Radio, ha evitato di entrare nei dettagli su cosa avrebbe fatto Mosca nel 2016 e se i suoi tentativi fossero stati efficaci, limitandosi a ribadire genericamente che la Russia «cerca di interferire nei processi democratici nel Regno Unito e in Europa», che quest’anno «spende 1,5 miliardi di sterline in disinformazione» e che serve uno sforzo dell’intera società per «contrastare la minaccia». Un po’ diverso, per usare un eufemismo, dall’affermare che Mosca avrebbe condizionato o interferito nel voto sulla Brexit con i suoi temibili bot. Burnham smentito da tutti i report e dallo stesso LabourDoughty ha aggiunto: «Il ministro della Sicurezza ne ha già parlato in precedenza, ed è stato molto chiaro sul fatto che ci hanno provato, ma non ci sono riusciti». Si riferiva alle dichiarazioni rilasciate a gennaio da Dan Jarvis, secondo cui «i governi che si sono succeduti non hanno riscontrato alcuna prova di interferenze straniere riuscite nel referendum sull’Unione Europea». Lo stesso orientamento era emerso l’anno scorso, quando l’allora ministro laburista Steve Reed aveva dichiarato alla Camera dei Comuni: «Non ci sono prove che l’esito di precedenti elezioni o referendum sia stato influenzato da tentativi di interferenza straniera».
A smentire le affermazioni di Burnham ci hanno pensato anche i “diretti interessati”, a cominciare dall’ex premier Boris Johnson. Su X ha posto un quesito cruciale: «Non appena sono diventato segretario agli Esteri ho posto la stessa domanda ai servizi di sicurezza e mi hanno risposto che non c’era alcuna prova di un’interferenza riuscita nel referendum del 2016, da parte della Russia o di qualsiasi altra potenza. O i servizi hanno cambiato opinione – cosa che sarebbe molto strana – oppure Burnham sta mentendo su ciò che gli è stato detto. Dopotutto Starmer è rimasto al potere per due anni e aveva accesso esattamente alle stesse informazioni».Perché, allora, Starmer non ha mai denunciato questa presunta ingerenza russa pur avendo avuto per tutto il tempo lo stesso accesso alle valutazioni dei servizi?Il sospetto è che le dichiarazioni di Burnham abbiano a che fare con la politica interna. Il sospetto è che Burnham stia usando la narrativa russa per riposizionare il Partito Laburista come il partito che riporterà il Regno Unito nell’UE, possibilmente senza passare da un nuovo referendum.L’ipotesi è che il richiamo alla minaccia eterna di Mosca, evocata come argomento di sicurezza e di difesa del continente, offra a Burnham un assist più solido e meno divisivo rispetto al vecchio dibattito su Brexit: non più una scelta economica o identitaria, ma una necessità strategica da presentare come inevitabile.Vedremo se questa operazione di riposizionamento reggerà sul piano politico e giuridico, e quali sono i suoi rischi, a partire dalla questione della legittimità democratica di un rientro deciso senza consultare di nuovo gli elettori.
Ma le parole di Burnham non lasciano spazio a dubbi: il premier ha parlato di riavvicinarsi all’Ue perché «la Brexit ha fatto più male che bene» al Regno Unito e perché restare ancorati a «uno status quo» che non funziona sarebbe una «diserzione dal dovere». La strategia è chiara. La bufala su Yandex e i data canterA proposito di ingerenze russe, i sedicenti liberali hanno diffuso la delirante fake news secondo cui un guasto al cloud di Yandex, dopo i colpi dei droni ucraini ai data center, avrebbe messo fuori uso i bot di disinformazione e i troll russi, basandosi sul grafico Cloudflare che mostra il crollo delle richieste HTTP automatizzate dalla rete di Yandex.
Si tratta però di una lettura totalmente imprecisa e fuorviante: Yandex gestisce un motore di ricerca e quel traffico è costituito in larghissima parte dal suo crawler (YandexBot), non da account di propaganda che postano sui social.Come hanno spiegato analisti che seguono da anni le troll farm e ricercatori di cybersecurity, tra cui Florian Roth, non esiste alcuna evidenza che gli account riconducibili alle operazioni di influenza abbiano smesso di postare; il traffico bot complessivo dalla Russia non è crollato, è calato solo il crawler di Yandex perché i suoi data center sono stati colpiti. Una fake news bella e buona diffusa dagli stessi politicanti ossessionati dalla «disinformazione».
