Lavinia Marchetti
Il pianeta si scalda, mentre la salvezza viene distribuita secondo il reddito.
Premetto che mi baso completamente su studi scientifici. Ognuno è libero di interpretarli come vuole (ovviamente), tuttavia ci sono dei dati che sono incontrovertibili, ad esempio le temperature. Non so se ci avete fatto caso, ma sono aumentate. Ovunque e in modo persistente. Quindi prevengo le obiezioni: mio nonno diceva che nel 1938… faceva caldo. Nel mio paesello di 42 anime la sera ci mettiamo la felpina e altre amenità. Il clima è una cosa, il meteo è un’altra cosa.«Fa caldo» è diventata una frase quasi ironica. La pronunciamo davanti a un ventilatore, in una piazza svuotata, aspettando che la sera porti un po’ di sollievo. Intanto la statistica europea registra un’altra cosa. Tra il 22 e il 28 giugno 2026, nei ventisette Paesi e territori osservati da EuroMOMO, ci sono stati 10.650 decessi oltre il livello atteso. Più di novemila riguardavano persone dai 65 anni in su.
Ho letto bene gli studi e sono dati preliminari di mortalità per TUTTE le cause, soggetti alle correzioni dovute ai ritardi di registrazione. Nessun certificato consente ancora di attribuire al caldo ciascuna morte. La coincidenza temporale, l’età delle vittime e l’assenza di un’altra grande causa epidemiologica rendono però l’ondata di calore la spiegazione più PLAUSIBILE, secondo gli esperti di EuroMOMO.
I DATI
* In Francia durante l’ondata di caldo Santé publique France ha rilevato 8.973 morti, 2.025 in più rispetto alla settimana precedente. L’aumento è stato del 29,1 per cento su scala nazionale e del 62,8 per cento nell’Île-de-France. I decessi avvenuti a casa sono cresciuti del 91 per cento; nelle strutture per anziani del 37 per cento. Anche questi numeri sono provvisori e coprono circa il 60 per cento dei certificati di morte. Dicono già qualcosa di importante: per molte persone (sole o povere) la casa ha smesso di essere un riparo (Santé publique France).
* In Germania, il Robert Koch-Institut ha stimato 5.120 morti associate al caldo fino alla fine di giugno, 4.310 concentrate tra il 22 e il 28. Più di quattro vittime su cinque avevano almeno 75 anni. Si tratta di una stima modellistica, costruita confrontando temperatura e andamento dei decessi, dunque appartiene a una categoria diversa dal conteggio EuroMOMO e i due numeri non vanno sommati (Robert Koch-Institut, Reuters).
* In Inghilterra e Galles, un’analisi rapida della London School of Hygiene & Tropical Medicine ha stimato oltre 2.700 morti legate al caldo tra maggio e giugno, circa 2.200 durante l’episodio del 18-28 giugno. Il 60 per cento aveva più di 85 anni e il 42 per cento del totale stimato sarebbe attribuibile al calore aggiunto dal cambiamento climatico causato dalle attività umane (sotengono gli studiosi). Anche questo è un risultato modellistico, in attesa delle valutazioni ufficiali (LSHTM).
* Una cosa è certa: giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai misurato nell’Europa occidentale. La temperatura media della regione ha raggiunto 20,74 °C, oltre tre gradi sopra la media 1991-2020. A scala globale è stato il secondo giugno più caldo, con una temperatura media superiore di 1,39 °C al livello preindustriale (Copernicus Climate Change Service)
IL FAMIGERATO 2003
Il confronto con il 2003 aiuta a capire quanto il clima sia cambiato nel tempo di una generazione. Quell’estate provocò oltre settantamila morti aggiuntive in Europa. Un’analisi di World Weather Attribution mostra che un caldo diurno simile a quello osservato nel giugno 2026 era circa dieci volte meno probabile nel clima del 2003; per le notti estreme, la probabilità era oltre cento volte inferiore. Con le condizioni climatiche di allora, le giornate più roventi sarebbero state in media più fresche di circa due gradi e le notti di 1,3 gradi (World Weather Attribution, studio europeo sul 2003).Un decimale può sembrare trascurabile dentro una media annuale. Due gradi in più dentro una camera da letto, durante una notte senza recupero fisiologico, decidono quanto a lungo il cuore e i reni riescono a compensare. Il calore ostacola la dispersione della temperatura corporea, aumenta lo sforzo cardiovascolare e favorisce disidratazione, danno renale e scompensi respiratori. L’Organizzazione mondiale della sanità lo considera la principale causa di morte tra gli eventi meteorologici estremi; tra il 2000 e il 2019 ha stimato circa 489.000 decessi annui legati al caldo nel mondo, con il 36 per cento in Europa (OMS).
CHI MUORE DI CALDO? LA CLASSE SOCIALE…
Dire che il caldo colpisce tutti è corretto soltanto sul piano termometrico. Il corpo anziano disperde calore con maggiore difficoltà, la sete arriva tardi, i farmaci possono modificare l’equilibrio dei liquidi. Se quella persona vive sola, possiede una pensione bassa e abita all’ultimo piano di un edificio poco isolato, la condizione biologica diventa una condanna a morte.Nel 2003, uno studio sui decessi di Bologna, Milano, Roma e Torino trovò gli aumenti maggiori tra gli ultraottantacinquenni e tra le donne. A Roma la mortalità crebbe del 17,8 per cento nelle aree a basso livello socioeconomico; a Torino l’eccesso raggiunse il 43 per cento tra le persone con istruzione più bassa (Eurosurveillance).La ricerca più recente ha allargato la scala. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Nature Health ha analizzato la mortalità giornaliera in 654 regioni di trentadue Paesi europei tra il 2000 e il 2019. Deprivazione materiale e disuguaglianza economica risultano associate a una maggiore suscettibilità alle temperature estreme. L’età avanzata, la difficoltà di mantenere la casa a una temperatura sicura e l’accesso diseguale alla sanità modificano il rischio. Gli autori segnalano anche una complicazione importante: alcune regioni ricche e molto urbanizzate possono avere una mortalità da caldo elevata, a causa dell’isola di calore e della densità edilizia.
La povertà accresce il pericolo; da sola, non esaurisce la spiegazione (Nature Health).Poi c’è chi durante l’allerta deve continuare a lavorare. Un muratore sopra un tetto, una bracciante nei campi, un fattorino sull’asfalto ricevono il calore dall’aria, dal sole e dallo sforzo muscolare. La libertà di fermarsi dipende dal contratto, dal salario, dalla possibilità concreta di perdere una giornata.Il progetto italiano WORKLIMATE, basato su 2,38 milioni di “infortuni” (chiamiamoli così) registrati tra il 2014 e il 2019, attribuisce alle alte temperature oltre quattromila infortuni professionali l’anno. Edilizia e agricoltura compaiono tra i settori a maggior rischio (Climate-ADAPT). L’Organizzazione internazionale del lavoro stima, su scala mondiale, 2,41 miliardi di lavoratori esposti a calore eccessivo e quasi diciannovemila morti professionali annue attribuibili a quell’esposizione (ILO).Resta chi vive per strada. Una revisione degli studi condotti tra il 2019 e il 2024 descrive un’esposizione prolungata, scarso accesso all’acqua, ai luoghi freschi e alle cure, insieme a patologie che il caldo aggrava. Le conoscenze disponibili sono ancora limitate, circostanza che dovrebbe preoccupare: le persone più esposte sono anche quelle che entrano con maggiore difficoltà nelle statistiche sanitarie (Journal of Urban Health).Chiamarla povertà energetica significa riconoscere che l’aria condizionata ha un prezzo doppio, quello dell’apparecchio e quello della bolletta. Significa, inolte, vedere la differenza tra chi può lasciare la città e chi rimane in un appartamento che accumula calore fino all’alba. La climatizzazione salva indubbiamente delle vite durante le emergenze; ma una politica pubblica vagamente seria deve evitare che la protezione dipenda dal conto corrente e deve ridurre gli sprechi attraverso isolamento, ombra, alberi, ventilazione e servizi di prossimità.
CHI SCALDA IL PIANETA E CHI NE MUORE
La disuguaglianza riappare quando si guarda alle cause. Secondo l’IPCC, il dieci per cento delle famiglie con le emissioni più alte produce tra il 34 e il 45 per cento delle emissioni globali legate ai consumi; la metà più povera dell’umanità ne produce tra il 13 e il 15 per cento. La distanza cresce ancora agli estremi: l’impronta del primo uno per cento è stata stimata 175 volte quella dell’ultimo dieci per cento (IPCC, AR6 WGIII).Un lavoro pubblicato su Nature Sustainability calcola che nel 2019 il dieci per cento più ricco fosse responsabile del 48 per cento delle emissioni, mentre la metà più povera arrivava al 12 per cento. Per l’uno per cento al vertice, una parte decisiva proviene dagli investimenti e dal possesso di capitale (Nature Sustainability).
La crisi climatica ha dunque una contabilità rovesciata. Chi contribuisce meno dispone spesso di una casa peggiore, di meno salute accumulata e di un lavoro che impedisce di sottrarsi all’esposizione. Chi contribuisce di più può acquistare isolamento, raffrescamento, tempo libero, una seconda abitazione. Il privilegio produce emissioni e vende a sé stesso l’adattamento. Sì il clima è la nuova lotta di classe. Il 26 giugno, mentre l’Europa entrava nella settimana dei 10.650 morti in eccesso, il presidente del Senato Ignazio La Russa dichiarava: «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo». Quel plurale mette sullo stesso piano corpi e patrimoni che sullo stesso piano non sono. Ci si abitua meglio con una casa fresca, un reddito sicuro e la facoltà di sospendere il lavoro. Altrove, l’abitudine prende la forma di una chiamata al pronto soccorso, di un turno portato a termine con quaranta gradi.Serve una politica climatica che unisca riduzione rapida delle emissioni e protezione sociale. Allerte comprensibili, visite agli anziani soli, centri freschi accessibili anche di notte, limiti vincolanti al lavoro nelle ore estreme, riqualificazione delle case popolari, energia essenziale garantita durante le ondate di calore. Sono interventi sanitari e misure di giustizia fiscale. Il loro costo va chiesto a chi ha costruito ricchezza consumando una quota sproporzionata dell’atmosfera comune.La temperatura si misura in gradi. La possibilità di sopravvivere, per ora, si misura in reddito.

