LE PIAZZE, BELLE PIAZZE.

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LE PIAZZE, BELLE PIAZZE.

Alfredo Facchini

Ieri lo sciopero generale ha segnato un successo che nessuno può minimizzare. Una mobilitazione diffusa, partecipata, capace di portare in strada centinaia di migliaia di persone. Le piazze hanno mostrato una forza collettiva che parla da sé.

E in quella forza c’è qualcosa che somiglia a una nascita. Non un lampo destinato a spegnersi, ma l’alba di un movimento che intreccia stati d’animo. Rabbia e speranza, dolore e solidarietà. Un movimento che ha già un nome inciso nella memoria collettiva: Sciopero Generale per Gaza.

È da lì che si riparte. Dal passo di chi non accetta il silenzio, dal grido che rompe la propaganda, dalla comunità che si riconosce nello stesso battito. In Italia è nato un movimento. Destinato a durare oltre la cronaca di un giorno.

Un movimento che non chiede legittimazioni, perché la sua legittimità l’ha già conquistata con i corpi in strada. E che ora ha un compito semplice e immenso: continuare a parlare.

Un’ondata che ha attraversato l’Italia intera: Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Reggio Emilia, Parma, Ferrara, Firenze, Pisa, Perugia, Napoli, Palermo, Bari, Cagliari, Catania, Trieste, Grosseto, Benevento, Ancona, Livorno, Savona, Imperia … Piazze strapiene, vive, determinate.

E proprio a Milano, dove la marea è stata tra le più imponenti, si è consumato l’episodio che ha finito per occupare titoli e aperture: gli scontri alla stazione.

In questo preciso momento storico gli scontri con la polizia non hanno alcun senso, se non come autodifesa. Ma una cosa è certa: la macchina della propaganda si muove sempre più veloce della realtà. È sempre stato così. Occhio.

Al netto delle manipolazioni, resta l’essenziale: le piazze hanno parlato. Hanno detto no al massacro, no al silenzio complice del governo, no alla guerra spacciata per difesa. Sì alla Global Sumud Flotilla, in missione per aprire varchi di umanità.

La realtà, nuda e semplice, resta questa: le piazze hanno parlato. Punto. Non è solo protesta, non è solo indignazione: è l’inizio di un nuovo corpo collettivo che prende forma. Un movimento che non chiede permessi e non cerca benedizioni. Un movimento che mescola studenti, lavoratori, associazioni, comunità. Un movimento che non si lascia più mettere a tacere. E da qui non si torna indietro.

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