L’IRAN DI SCHRÖDINGER E L’ILLUSIONE DELLA NOSTRA “DEMOCRAZIA”

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L’IRAN DI SCHRÖDINGER E L’ILLUSIONE DELLA NOSTRA “DEMOCRAZIA”

Lavinia Marchetti

C’è un fenomeno affascinante in psichiatria chiamato scotoma psicologico (o scotomizzazione), in pratica la mente si rifiuta letteralmente di vedere ciò che contraddice le sue convinzioni più radicate. Guardando ai recenti deliri narrativi dell’Occidente sul Medio Oriente (o sulla Russia), viene il dubbio che l’intero nostro sistema mediatico ne sia clinicamente affetto.

Da mesi ci viene propinata una favola rassicurante, sceneggiata tra Washington e Tel Aviv e pigramente tradotta dalle nostre redazioni dove il regime iraniano è al collasso, i suoi leader vivono nascosti come ratti nelle fogne, e il popolo freme, in attesa che le bombe occidentali portino in dono la democrazia e, magari, un franchising di Starbucks.

Poi, però, sul web, su qualche giornale, o ancora meglio se si apre Telegram, la realtà fa capolino, disturbando il rassicurante sonno dogmatico dei nostri opinionisti.

Le immagini del Giorno di Gerusalemme e delle celebrazioni a Teheran ci mostrano piazze oceaniche. Ma il vero trauma per l’osservatore occidentale non è tanto la folla, a quelle siamo abituati (anche se spesso le scambiamo per fenomeni di resistenza contro il “sanguinario regime”), ma sono i leader. I vertici dello Stato, da Pezeshkian a Larijani, camminano in strada, applauditi, celebrati. Nessun bunker, nessuna scorta faraonica che li isola da un popolo presunto “pronto alla rivolta”. Viene quasi da sorridere con amara ironia, chissà quanti “civilissimi” leader europei potrebbero oggi farsi una passeggiata non annunciata nelle piazze delle proprie capitali senza rischiare, nella migliore delle ipotesi, una grandinata di ortaggi e insulti?

LA FISICA QUANTISTICA DELLA PROPAGANDA

Ma il vero capolavoro si raggiunge sulla narrazione bellica, dove i nostri strateghi hanno involontariamente inventato l’Iran di Schrödinger. Secondo la vulgata ufficiale, l’Iran è un paese contemporaneamente distrutto e invincibile. Da una parte ci rassicurano che la loro capacità militare è annientata, il regime è in ginocchio, e, come ci ricordava Trump non molto tempo fa, il loro programma nucleare è stato “portato indietro di dieci anni”, il che, per le volte che è stato detto adesso non sanno neanche cosa sia un “nucleo”. Dall’altra, ci dicono che dobbiamo continuare la guerra oggi, sùbito, perché Teheran è a un millimetro dal possedere la bomba atomica ed è una minaccia esistenziale globale. La logica aristotelica è morta e sepolta. Se sono stati disarmati, perché li temiamo? Se li temiamo, le dichiarazioni di vittoria imminente sono solo squallida propaganda da campagna elettorale. Nel frattempo, dal mondo reale, l’Iran continua a rispondere militarmente come se il promemoria della propria “distruzione” non gli fosse mai stato recapitato.

Tutto questo non serve a santificare il regime di Teheran. Serve a fare una psicanalisi a noi stessi. Noi, i portatori sani di Democrazia. Noi, i fari della civiltà e della trasparenza. Jean Baudrillard diceva che viviamo in un simulacro, dove la rappresentazione della realtà ha sostituito la realtà stessa. E qui risiede il dramma filosofico del nostro tempo: può esistere una democrazia senza verità?
Il pilastro della democrazia rappresentativa è il consenso informato. Il cittadino vota, sceglie e giudica in base ai fatti che conosce. Ma se i fatti vengono continuamente distorti, se l’informazione è una bolla schizofrenica in cui i giornali si smentiscono da soli nel giro di 48 ore pur di assecondare le veline americane, allora il cittadino non è più un elettore. È il prigioniero del mito della caverna di Platone. Solo che le nostre ombre sul muro sono proiettate in 4K e hanno il bollino del fact-checking.

Continuiamo pure a vantarci della nostra superiorità morale. Ma un sistema che si regge su una percezione della realtà artificialmente falsata non è una democrazia, ma solo un Truman Show con un budget molto più alto.

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