Livorno, i portuali bloccano la nave israeliana Zim, un gesto di coraggio contro il genocidio palestinese

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Livorno, i portuali bloccano la nave israeliana Zim, un gesto di coraggio contro il genocidio palestinese

Silvana Sale

In una giornata destinata a entrare nella storia della solidarietà concreta, la nave Zim Virginia, battente bandiera israeliana e appartenente alla compagnia ZIM Integrated Shipping Services Ltd., ha lasciato il porto di Livorno senza effettuare le operazioni di carico e scarico previste.

La causa non è stata un problema tecnico, né una questione logistica, ma l’azione diretta e determinata dei lavoratori portuali, che si sono rifiutati di collaborare con una compagnia legata allo Stato d’Israele, in segno di protesta contro il massacro in corso nella Striscia di Gaza.

La nave era rimasta in rada per ore, nel silenzio sospeso del mare toscano, in attesa di un attracco che non sarebbe mai arrivato.
Non per caso, ma per scelta.
I portuali livornesi, attraverso le sigle sindacali Filt-CGIL e UILTRASPORTI, avevano già proclamato lo stato di agitazione, annunciando pubblicamente che non avrebbero prestato servizio per navi israeliane.
Un rifiuto chiaro, netto, irrevocabile.
Un gesto che va ben oltre, si tratta di un atto di resistenza civile, che si inserisce in una tradizione antica e potente.

La loro scelta si collega direttamente alle proteste analoghe avvenute nei giorni scorsi anche a Genova, dove la Zim New Zealand è stata costretta a lasciare il porto senza aver caricato alcun container.
Lì come a Livorno, la parola d’ordine è stata una sola, fermare il genocidio. Non con dichiarazioni vaghe o promesse di solidarietà astratta, ma con azioni materiali, che colpiscono il cuore pulsante dei rapporti commerciali e delle connivenze economiche.

I lavoratori portuali livornesi hanno dichiarato apertamente la loro vicinanza alla missione umanitaria “Global Sumud Flotilla” e alla popolazione palestinese martoriata.

Lo hanno fatto assumendosi rischi personali e professionali, mettendo in gioco il proprio lavoro per un principio più alto, la difesa della dignità umana, della giustizia, della verità.

Queste azioni non sono nuove.
Già negli anni ’80 i porti italiani e internazionali furono teatro di proteste contro le navi del regime sudafricano dell’apartheid.
Allora, come oggi, fu la classe lavoratrice, spesso invisibile agli occhi del potere, a segnare il passo della storia, a tracciare la linea rossa tra il collaborazionismo silenzioso e la resistenza attiva.

Il gesto di oggi a Livorno non è isolato. È parte di un movimento globale che, da Oakland a Marsiglia, da Durban a Napoli, si rifiuta di essere complice.
È la prova che l’azione diretta può rompere l’indifferenza, che la solidarietà non è solo una parola, ma può diventare forza materiale capace di fermare l’ingranaggio dell’oppressione.

In un momento in cui le istituzioni tacciono, i governi barcollano e si fanno complici dei crimini e le diplomazie balbettano, sono i portuali, con la schiena dritta e le mani sporche di lavoro, a indicare la via.

A ricordarci che c’è sempre una scelta. Che si può dire no.
Che si può restare umani.

E che, forse, è proprio da un molo toscano che può cominciare a incrinarsi l’impunità di chi oggi semina morte, certi di non dover rispondere a nessuno.

A Livorno, ieri, il genocidio ha trovato una diga.
E quella diga ha il volto e il cuore dei lavoratori.

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