Francia, Italia e Stati Uniti aiutarono in segreto Israele ad avere la bomba atomica. E vent’anni dopo Telaviv voleva usarla contro Siria e Egitto (Fulvio Beltrami – Faro di Roma)

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Francia, Italia e Stati Uniti aiutarono in segreto Israele ad avere la bomba atomica. E vent’anni dopo Telaviv voleva usarla contro Siria e Egitto (Fulvio Beltrami – Faro di Roma)

Quando nel 1953 il giovane Stato di Israele iniziò a gettare le basi del proprio programma nucleare, pochi immaginavano che nel giro di un ventennio avrebbe costruito uno degli arsenali atomici più segreti ed efficienti del pianeta.La narrazione ufficiale israeliana ha sempre mantenuto una linea di “ambiguità strategica”, senza confermare né smentire il possesso di armi nucleari.Ma negli archivi di Washington, Parigi e Roma si nasconde una storia molto diversa: quella di una cooperazione clandestina, avviata con l’aiuto decisivo di Francia, Italia e Stati Uniti, che permise a Israele di oltrepassare la soglia atomica ben prima che il mondo se ne rendesse conto.

Le origini del programma nucleare israeliano

Già all’inizio degli anni Cinquanta, il premier David Ben Gurion e il fisico Ernst David Bergmann, considerato il padre del programma nucleare israeliano, avevano individuato nell’energia atomica la garanzia ultima di sopravvivenza dello Stato ebraico. Circondato da nemici e privo di profondità strategica, Israele cercava un “moltiplicatore di deterrenza” capace di compensare l’inferiorità numerica e territoriale nei confronti del mondo arabo.

Fu in questo contesto che nacque l’accordo segreto con la Francia, sancito a metà degli anni Cinquanta. Da Parigi Israele ricevette competenze tecniche, materiali fissili e la struttura stessa del reattore di Dimona, nel deserto del Negev, ufficialmente descritto come un “impianto di ricerca per scopi pacifici”. In realtà, sotto i sei piani del complesso si sviluppava l’infrastruttura destinata alla produzione di plutonio militare.

La collaborazione franco-israeliana assunse una svolta decisiva dopo la crisi di Suez del 1956, quando Parigi, Londra e Tel Aviv coordinarono un’operazione militare contro l’Egitto di Nasser. In cambio dell’appoggio israeliano, la Francia aumentò il sostegno tecnico e fornì componenti critiche per l’arricchimento del combustibile nucleare.Nel 1960 gli Stati Uniti, che avevano iniziato a sospettare la vera natura del sito di Dimona, furono informati “a fatto compiuto”: Israele aveva già raggiunto la capacità di produrre plutonio.

Il ruolo nascosto dell’Italia: il Plumbat Affair

Parallelamente, anche l’Italia giocò un ruolo cruciale, seppur meno noto, nella triangolazione di materiali radioattivi destinati ai laboratori israeliani.Documenti successivi e inchieste giornalistiche hanno rivelato che Roma facilitò il transito di carichi di ossido di uranio (yellowcake) attraverso canali commerciali apparentemente innocui.Nel 1968, in un episodio rimasto a lungo classificato, una partita di yellowcake stoccata nel porto belga di Anversa fu caricata su una nave mercantile noleggiata da una società liberiana di facciata.L’operazione venne dissimulata come una normale transazione commerciale tra Italia e Germania Ovest e il materiale radioattivo fu imballato in contenitori etichettati come “plumbat”, ovvero un derivato inoffensivo del piombo.

Quell’operazione, nota nei documenti di intelligence come *Plumbat Affair*, consentì al reattore di Dimona di disporre delle scorte necessarie per diversi cicli di produzione di plutonio.

Sebbene il governo italiano dell’epoca, guidato da Giovanni Leone, mantenesse il silenzio, era consapevole della reale destinazione del carico e del suo utilizzo per la costruzione di una bomba atomica. Tale consapevolezza era condivisa con i servizi segreti e con le aziende energetiche coinvolte.

L’intera vicenda venne per anni coperta dal segreto di Stato. Emersero elementi solo in seguito, quando alcuni dossier della CIA e del BND tedesco furono declassificati, confermando la complicità italiana e di altri Paesi europei nel rifornire Israele di materie prime fissili, in violazione delle norme internazionali sul commercio nucleare.

Uranio argentino e reti scientifiche anglo-israeliane

Gli archivi britannici e statunitensi rivelano che le forniture europee non furono le uniche. Nella prima metà degli anni Sessanta, Israele ricevette ossido di uranio anche dall’Argentina, attraverso accordi riservati con imprese statali legate al programma nucleare di Buenos Aires.L’Argentina, come il Sudafrica in seguito, divenne uno dei partner privilegiati di Tel Aviv per lo scambio di materiali sensibili al di fuori dei controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).In parallelo, Israele beneficiò di una rete di scienziati e tecnici che operarono al confine tra cooperazione legittima e spionaggio industriale. Tra questi spicca Nyman Levin, fisico di origine ebraica divenuto figura di rilievo nel programma nucleare britannico.

Secondo ricostruzioni del quotidiano israeliano *Haaretz*, Levin avrebbe trasferito a Israele informazioni rilevanti sulle tecnologie sviluppate negli anni Cinquanta e Sessanta nel Regno Unito e negli Stati Uniti, eludendo le indagini dell’MI5.

Le autorità britanniche, reduci dal caso Klaus Fuchs, temevano una nuova fuga di informazioni. Tuttavia, le prove non portarono mai a una condanna formale e Levin continuò la sua carriera fino alla morte, avvenuta in circostanze controverse nel 1968.

### L’ambiguità funzionale di Washington

Il rapporto fra Washington e Tel Aviv sul dossier nucleare fu da sempre ambivalente.

Il rapporto fra Washington e Tel Aviv sul dossier nucleare fu da sempre ambivalente. Ufficialmente, gli Stati Uniti sostenevano la non proliferazione e il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1968. Ma nei fatti, i canali diplomatici e militari adottarono un atteggiamento più permissivo.

Il presidente John F. Kennedy cercò di spingere Israele ad aprire Dimona alle ispezioni internazionali, ricevendo risposte evasive da parte di Ben Gurion e del suo successore Levi Eshkol. Dopo la morte di Kennedy, la pressione statunitense diminuì sensibilmente e l’amministrazione Johnson adottò una linea di fatto basata sul “non chiedere, non dire”.

Anche alcuni scienziati statunitensi contribuirono indirettamente al programma israeliano. Tra i nomi più discussi figura Edward Teller, fisico ungherese naturalizzato americano e padre della bomba all’idrogeno, che intrattenne rapporti con ambienti scientifici israeliani.

Dimona, base dell’arsenale nucleare segreto

Nel 1966, secondo stime dell’intelligence americana, Israele aveva già accumulato plutonio sufficiente per costruire la sua prima bomba. L’anno successivo, durante la guerra dei Sei Giorni, l’ipotesi di un utilizzo estremo del deterrente fu valutata da alcuni membri del governo.Negli anni successivi, il programma proseguì nel massimo riserbo. Le rivelazioni del tecnico Mordechai Vanunu, negli anni Ottanta, portarono alla luce l’esistenza di un arsenale stimato in decine di testate. Oggi, diverse analisi ipotizzano numeri sensibilmente più elevati.Il tacito consenso occidentaleLa reazione occidentale fu limitata. Non seguirono sanzioni né pressioni concrete. Il principio dell’ambiguità strategica si consolidò: Israele non avrebbe confermato ufficialmente la propria capacità nucleare, ma nemmeno l’avrebbe negata, mantenendo un deterrente implicito.A distanza di decenni, il dossier nucleare israeliano resta uno dei casi più emblematici delle contraddizioni della politica internazionale.Dalla Francia all’Italia, dall’Argentina ai circuiti scientifici anglo-americani, una rete di relazioni politiche, trasferimenti di materiali e collaborazioni tecniche contribuì alla costruzione dell’arsenale nucleare israeliano, mai dichiarato ufficialmente.

Oggi questa eredità continua a influenzare gli equilibri del Medio Oriente, dove il tema del disarmo resta estremamente complesso.

Il dibattito internazionale evidenzia spesso forti asimmetrie di approccio tra i diversi attori regionali e globali, alimentando tensioni e accuse reciproche. In questo contesto, il nodo della proliferazione nucleare rimane uno dei più delicati e controversi della scena geopolitica contemporanea.

Fulvio Beltrami

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