Luciano Graziuso
Si sono avviati a Riad, in Arabia Saudita, i negoziati di pace tra Stati Uniti e Russia; per ora senza l’atteso “faccia a faccia” tra Trump e Putin, che dovrebbe comunque avvenire tra non molto tempo.
La delegazione americana è guidata dal segretario di Stato Rubio, affiancato dal Consigliere per la Sicurezza nazionale Waltz e dall’inviato per il Medio Oriente Witkoff; quella di Mosca è invece capeggiata dal ministro degli esteri Lavrov, accompagnato da Ushakov, Consigliere per la Sicurezza nazionale.
I due capi di Stato russo e americano da parte loro sono stati concordi nel dichiarare che i primi approcci che hanno avuto sono andati benissimo; Trump ha perfino affermato che è contento della posizione di Putin sulla necessità di porre presto fine al conflitto, e quest’ultimo che sarà felice di incontrare Trump personalmente.
Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha messo in rilievo un aspetto importantissimo della complessa questione russo-ucraina, quando ha rivelato che nessuno ha mai compreso le ragioni russe come il presidente Trump; infatti, né il suo predecessore Biden, né alcuna nazione europea, né l’Unione Europea nel suo complesso o la Nato, avevano mai voluto comprendere che la Russia aveva dato inizio all’“Operazione speciale” solo perché non le era rimasta nessun’altra possibilità di scelta e a ciò costretta dalla grave minaccia rappresentata dalla presenza non negoziabile di armi micidiali e nucleari in un territorio confinante e dichiaratamente ostile: l’Ucraina nata da un colpo di stato a guida neonazista e ferocemente oppressiva e discriminatoria verso gli abitanti di origine e lingua russa della regione del Donbass. Trump evidentemente ha avuto la lucidità e l’onestà intellettuale per affermare, cosa recentissima, che in effetti “Zelensky non avrebbe dovuto iniziare la guerra”, suscitando l’ira del presidente ucraino, che lo ha giudicato vittima della versione russa.
Se da un lato Usa e Russia stanno dimostrando razionalità e saggezza mosse dalla volontà di porre fine a tre anni da incubo per la sicurezza mondiale ed europea in particolare, dall’altro i leader UE e NATO continuano a farsi guidare da una inspiegabile “follia” bellicista e sembrano addirittura contrariati dai passi significativi che si stanno compiendo in questi giorni verso la definitiva fine di un conflitto assurdo che ha determinato la morte di centinaia di migliaia di giovani russi e ucraini. Senza contare il fatto non secondario che l’Europa è stata sull’orlo di una guerra termonucleare e l’umanità tutta con lei ha temuto lo scoppio della III (e ultima) guerra mondiale.
L’Unione Europea è stizzita per non essere stata coinvolta come partner di primo piano nei colloqui di pace, pur non avendo una posizione univoca sulla questione, ma almeno quattro-cinque opinioni diverse; Zelensky è arrabbiato con Trump per lo stesso motivo e dimentica che ha perso la guerra sul terreno e politicamente. La cosa più grave è che gli “sforzi” dei Paesi dell’UE continuano imperterriti ad andare nella direzione opposta a quella degli interessi dei propri cittadini, tant’è che hanno già pensato di aumentare le spese per le armi, ponendole fuori bilancio, quando invece bisognerebbe risollevare le precarissime sorti dell’economia di molti stati europei e di milioni di persone, specialmente in Italia. Il colmo dell’irrazionalità lo si raggiunge quando, contro la realtà storica oggettiva, membri ben in vista della Commissione europea paventano un possibile attacco russo, in futuro, ai danni di un Paese europeo; paladina di questa teoria così folle l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’estone Kaja Kallas.

