La piazza europeista del 15 marzo. Il contributo di Roberto Vecchioni

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La piazza europeista del 15 marzo. Il contributo di Roberto Vecchioni NAPLES, ITALY - 2018/03/21: Roberto Vecchioni, Italian singer-songwriter Roberto Vecchioni, a guest in Naples at the "FestivaLMANN" festival. (Photo by Salvatore Esposito/Pacific Press/LightRocket via Getty Images)

(Da Osservatorio italiano sul Neoliberismo) La piazza europeista del 15 marzo ha espresso una vocazione guerrafondaia subdola e celata, e quindi ancora più pericolosa. Al di là della presenza delle bandiere ucraine, che ormai sono un fattore di cattivo gusto presente in ogni evento “europeista” – l’Ucraina degli ultimi 10 anni, quella che è finita nella guerra civile prima e nella guerra contro la Russia poi, non rispetta mezzo requisito di democrazia e Stato di diritto per poter accedere all’Unione Europea -, non sono state infatti pronunciate parole esplicitamente belligeranti.

Incredibilmente – o forse no, dato che gli “intellettuali” stipendiati dalla Rai sono oggi la maggiore rappresentazione del conformismo politico-culturale italiano – è il discorso di un intellettuale, Vecchioni, e non quello di un politico, a darci il riassunto migliore di questa subdola e pericolosissima forma di vocazione belligerante. Voglio soffermarmi su due aspetti del breve discorso di Vecchioni. Breve, ma particolarmente esemplificativo. 1. La differenza tra pace e pacifismo, per fare la solita sparata contro i “pacifinti” che, pur un puro gusto orrido dell’assenza di conflitto, sarebbero disposti ad accettare “qualsiasi pace” anche “non giusta”.

2. L’esaltazione della cultura europea, con la sciorinatura dell’elenco degli artisti e dei pensatori del passato, che non avrebbe uguali all’estero (“gli altri tutte queste cose mica ce l’hanno”).

Vale la pena commentare questi due punti insieme, perché sono sintomo della stessa vocazione che si può definire “suprematista”, che d’altronde è parte del patrimonio culturale occidentale esattamente come il metodo scientifico, l’arte neoclassica, l’illuminismo, la democrazia, et cetera – ed è, a differenza di tanti altri valori, un principio culturale “bipartisan” nelle tradizioni politiche occidentali: lo troviamo nel nazifascismo con il razzismo e il colonialismo, come anche nella vocazione liberal-progressista dell’esportazione di libertà e democrazia con le bombe “per il bene degli altri popoli”. Ha fatto bene Vecchioni a sottolineare la differenza tra pace e pacifismo, perché questo permette a noi presunti “pacifinti” di sottolineare un aspetto cruciale del pacifismo vero: l’attitudine alla sistematica valutazione degli interessi altrui, alla cooperazione, al tentativo di non applicare la logica dei doppi standard, in altri termini: la ricerca costante della giustizia nelle relazioni, sia tra individui che tra popoli e Stati. È una vocazione intrinsecamente anti-imperialista, che va di pari passo con il principio universalistico secondo i parametri e criteri che applichiamo a noi, li applichiamo anche agli altri, e viceversa: il pacifismo reale è l’esatto contrario della linea politico-culturale che l’Occidente ha avuto nel corso dei decenni, anche in riferimento alla Russia, e cioè “noi ci espandiamo come e quanto vogliamo, perché lo facciamo per l’affermazione del Bene nel mondo, e se gli altri si permettono di reagire, allora dobbiamo affermare che c’è un aggressore, gli altri, e un aggredito, noi”.

Il pacifismo reale, in altri termini, oltre a denunciare il groviglio di materialissimi e cinici interessi economici di ristrette oligarchie dietro alle belle parole sulla civiltà e sui diritti che si diffondono nel mondo, per quanto si debba accompagnare all’orgoglio per la storia culturale europea e “occidentale” più in generale, rifiuta proprio l’idea suprematistica che l’Occidente abbia una qualche forma di superiorità rispetto alle altre culture e civiltà del mondo, un’idea che prima o poi porterà proprio alla negazione della pace perché è uno dei mezzi più potenti per poter dire “noi, in quanto superiori, abbiamo il diritto di affermare la nostra volontà sugli inferiori; noi abbiamo diritto a fare cose che gli altri, invece, non sono legittimati a fare”. L’imperialismo va a braccetto con il suprematismo; la diffusione di una esplicita o implicita mentalità suprematistica nella testa della “gente comune” è tra le condizioni di possibilità del colonialismo e delle politiche imperialistiche. Rispetto a questo pacifismo reale, al contempo universalista (“i criteri che applichiamo a noi, li applichiamo anche agli altri”, “dobbiamo ispirare le relazioni tra persone e popoli all’idea della giustizia e del bilanciamento tra interessi”) e relativista (“non ci sono civiltà superiori, ma solo differenti a causa di sviluppi storici diversi”), l’idea di pace che il Vecchioni gli contrappone si rivela, come al solito, una forma di affermazione unilaterale della volontà di una delle due parti: cosa che avviene ogni volta che nelle relazioni, sia tra persone che tra Stati, si pensa di poter agire senza considerare la volontà e gli interessi altrui, e si finisce quindi per arrivare agli schiaffi o alla guerra – come avvenuto con l’allargamento ad est della Nato, in violazione di ogni richiesta e posizione della Russia, da cui la guerra in Ucraina. Hai voglia, poi, a chiamare la pace da ottenere “giusta”: negato l’impianto universalistico del pacifismo reale, negato l’altro poiché inferiore a noi che siamo la civiltà superiore che ha diritto di imporre la propria volontà senza che l’altro abbia alcuna legittimità nella risposta, non resta che il conflitto e a quel punto si è superata ogni possibilità di affermazione di qualcosa di “giusto”.

Senza pacifismo reale, quello rifiutato dai Vecchioni & suprematisti liberal-progressisti belligeranti vari, non c’è alcuna forma di “pace giusta” possibile. All’interno dell’impianto politico-culturale suprematistico ben esemplificato dal discorso di Vecchioni, l’esaltazione della cultura europea ed “occidentale”, che è senza dubbio qualcosa da difendere e di cui andare orgogliosi, diventa una pericolosissima forma di fierezza che riempie il cuore dei guerrieri desiderati da Scurati, altro intellettuale prestatosi alla cultura della guerra che ritorna in Europa, e che spinge l’esercito del Bene contro i nemici.

È il servizio peggiore che si possa fare alla tradizione culturale europea, usarla quale combustibile per alimentare il fuoco della guerra.

NAPLES, ITALY – 2018/03/21: Roberto Vecchioni, Italian singer-songwriter Roberto Vecchioni, a guest in Naples at the “FestivaLMANN” festival. (Photo by Salvatore Esposito/Pacific Press/LightRocket via Getty Images)

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