Un fronte popolare a difesa della Costituzione, ma anche profondamente antineoliberista.

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Un fronte popolare a difesa della Costituzione, ma anche profondamente antineoliberista.

Alessandro Volpi

Una precisazione.La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull’antifascismo e caratterizzato da un’ampia trasversalità.Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente.A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un’altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l’aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime.

Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale. L’analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale. Il processo delle privatizzazioni, avviato simbolicamente con l’incontro sul panfilo Britannia nel 1992 e accelerato dai governi Amato, Ciampi, Prodi e D’Alema, ha portato alla dismissione di asset strategici come l’IRI, che nel 1992 era il quarto gruppo industriale al mondo per fatturato, trasformando l’Italia da Stato imprenditore a mercato aperto ai capitali privati: la vendita di realtà come Telecom Italia nel 1997, la privatizzazione di Autostrade per l’Italia e la liquidazione del patrimonio pubblico hanno generato introiti per oltre 100 miliardi di euro tra il 1992 e il 2001, senza tuttavia garantire un abbattimento strutturale del debito pubblico né un miglioramento dei servizi. Parallelamente, sul fronte del lavoro, il centro-sinistra ha introdotto la flessibilità attraverso la Legge Treu del 1997, che ha legalizzato il lavoro interinale, culminando poi nel Jobs Act del governo Renzi nel 2014, il quale, abolendo le tutele dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per i nuovi assunti, ha sancito la precarizzazione come norma contrattuale. I dati dell’OCSE evidenziano che l’Italia è l’unico Paese dell’area in cui i salari reali sono diminuiti del 2,9% tra il 1990 e il 2020, una dinamica alimentata anche dall’accordo sulla politica dei redditi del 1993 (Protocollo Ciampi-Giugni) che ha eliminato definitivamente ogni meccanismo di indicizzazione automatica dei salari all’inflazione. Questa compressione salariale, unita alla progressiva erosione della progressività fiscale, ha favorito l’aumento delle disuguaglianze: l’introduzione e il mantenimento di una tassazione sostitutiva sulle rendite finanziarie, che oggi si attesta al 26% ma che per lungo tempo è rimasta al 12,5%, rappresenta una forma di “flat tax finanziaria” che privilegia il capitale rispetto al lavoro dipendente.

La scelta del “vincolo esterno” è stata la bussola costante di queste coalizioni, dal sostegno convinto al Fiscal Compact e al pareggio di bilancio inserito in Costituzione nel 2012 con l’appoggio determinante del Partito Democratico al governo Monti, politiche che hanno imposto un’austerità strutturale riducendo la spesa pubblica per sanità e istruzione.

In ambito geopolitico, il centro-sinistra ha consolidato la dipendenza dagli Stati Uniti e dalla NATO, come dimostrato dalla partecipazione attiva al bombardamento della Jugoslavia nel 1999 sotto il governo D’Alema, avvenuto senza mandato ONU e in violazione dell’Articolo 11 della Costituzione, o dal rifinanziamento costante delle missioni militari all’estero e dall’acquisto dei caccia F-35, confermando un allineamento ferreo ai desiderata di Washington. Questo complesso di decisioni ha contribuito a un travaso di ricchezza dal lavoro alla rendita, con l’indice di Gini che mostra una polarizzazione crescente e una povertà assoluta che, secondo l’Istat, è passata da meno di 2 milioni di persone nel 2005 a oltre 5,7 milioni nel 2023, delineando un quadro in cui le responsabilità del neoliberalismo di sinistra appaiono centrali nella decostruzione dello Stato sociale italiano.

Una considerazione a parte merita la questione degli attacchi alla Costituzione che, oggi, il fronte largo vorrebbe qualificare come il proprio oggetto primario.Nel 2001, alla fine della legislatura guidata da Giuliano Amato, il centro-sinistra approvò a colpi di maggioranza (una scelta allora inedita) la riforma del Titolo V della Costituzione. Questa modifica, confermata poi dal referendum del 2001, ha radicalmente trasformato il rapporto tra Stato e Regioni, invertendo il criterio di ripartizione delle competenze: l’articolo 117 passò a definire le materie di competenza esclusiva dello Stato, lasciando alle Regioni la potestà legislativa su tutto il resto (“competenza residuale”). Questa riforma è stata criticata negli anni successivi per aver frammentato la gestione di servizi essenziali come la sanità e per aver innescato un enorme contenzioso giuridico davanti alla Corte Costituzionale tra Stato e autonomie locali.Un altro passaggio cruciale è avvenuto nel 2012, durante il governo tecnico di Mario Monti, sostenuto in modo determinante dal Partito Democratico. In quell’occasione venne approvata, con una procedura d’urgenza e quasi all’unanimità, la modifica dell’articolo 81 per introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione. Tale riforma ha costituzionalizzato i vincoli del Fiscal Compact europeo, limitando drasticamente la capacità dello Stato di ricorrere all’indebitamento per finanziare investimenti pubblici o politiche sociali, consolidando il principio del “vincolo esterno” come norma di rango primario.Il tentativo più ambizioso e divisivo è stato però la riforma Renzi-Boschi del 2016. Il progetto puntava al superamento del bicameralismo paritario attraverso la trasformazione del Senato in una “Camera delle Autonomie” non eletta direttamente dai cittadini, composta da consiglieri regionali e sindaci, priva del potere di votare la fiducia al governo.

La costruzione di un Fronte democratico non può non fare i conti con la storia e non solo con quella remota.

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