Mentre a Doha andava in scena un nuovo abbozzo di accordo di pace tra il governo della Repubblica democratica del Congo (RdC) e la milizia M23, sostenuta attivamente dal Ruanda, nel Nord Kivu, profondo est del Paese, avveniva l’ennesima strage di innocente. Un’azione spietata, opera delle Forze alleate democratiche (Adf), uno dei principali gruppi armati che imperversano nella regione, affiliato allo Stato islamico e attivo soprattutto lungo il confine con l’Uganda. Preso di mira l’ospedale di Byambwe, nel territorio di Lubero, con almeno 17 vittime tra il reparto maternità ed il centro di salute gestito dalle suore.
Il colonnello Alain Kiwewa ha reso il terribile racconto della strage all’Associated Press: «donne che allattavano brutalmente massacrate e trovate con la gola tagliata nei loro letti d’ospedale». Il racconto trova purtroppo conferma nelle notizie giunte dal posto al responsabile di Don Bosco 2000, Agostino Sella: «Intorno alle 22, i terroristi Adf sono entrati nell’agglomerato di Byambwe, nella diocesi di Butembo-Beni. Hanno attaccato il centro di salute diocesano, massacrando malati e bruciando la struttura. Decine di donne sono state uccise nel reparto di maternità, e l’orrore è continuato nel villaggio, dove i terroristi hanno colpito ancora».
Non si esclude che i ribelli abbiano attaccato anche altri villaggi nella zona.
Intanto a Doha nel Qatar il governo della Rd Congo e gli insorti del gruppo armato M23 con la mediazione del governo del Qatar hanno sottoscritto un semplice accordo quadro che si limita a stabilire metodo e tempistica per i prossimi negoziati. C’è l’intesa – tutta da verificare sul campo – rispetto alla cessazione delle ostilità e sull’impegno a rilasciare i prigionieri, per il resto si vedrà. Fra le misure previste: rilascio di prigionieri, creazione di un organismo per monitorare il cessate il fuoco, il ripristino dell’autorità statale nelle zone controllate dai ribelli e il facilitare l’assistenza umanitaria.
Il Consiglio di Sicurezza ONU aveva approvato la Risoluzione 2773 (21 febbraio 2025), che chiede al M23 di fermare le offensive, di smantellare istituzioni parallele, e chiede al Rwanda di ritirare le sue forze dalla RDC.
Nuovo governo e consolidamento del potere di Tshisekedi
Intanto il 6 novembre è stato annunciato un nuovo governo con 56 ministri, rafforzando la posizione del presidente Félix Tshisekedi. Molti ministri sono giovani (il 25% ha meno di 40 anni) e ci sono poche riconferme: segno di un forte rinnovamento.
Nomi chiave: Nicolas Kazadi al Ministero delle Finanze; Antoinette N’Samba Kalambayi alle Miniere; Daniel Aselo Okito agli Interni. Questo rimpasto marginalizza l’ex presidente Joseph Kabila, che manteneva ancora influenza.
Crisi alimentare nell’est
Nelle province orientali (Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, Tanganica) la fame sta aumentando in modo drammatico. Secondo fonti recenti, oltre 10 milioni di persone in quelle regioni affrontano livelli di insicurezza alimentare critici o peggiori. Circa 3 milioni di persone stanno vivendo livelli di fame “di emergenza”. La malnutrizione infantile è elevata, aggravata dalla violenza e dallo scarso accesso ai servizi.
Emergenza umanitaria e sfollamento
L’UNICEF segnala che l’intensificarsi del conflitto nell’est ha provocato molti sfollati: solo da gennaio, più di 1 milione di persone (di cui circa 400.000 bambini) sono fuggite dalle loro case. Le infrastrutture essenziali (sanità, scuole) sono gravemente disturbate e i servizi bancari sono saltati in alcune zone. Secondo diverse fonti, è diventato “quasi impossibile” portare aiuti nelle regioni colpite, per mancanza di fondi e per motivi di sicurezza.
L’Unione Europea ha espresso forte preoccupazione per l’escalation nel Kivu, soprattutto per il sostegno del Rwanda ai ribelli M23. L’UE ha imposto sanzioni su nove persone e un’entità ritenute responsabili di violazioni dei diritti umani, sostegno al conflitto e sfruttamento illegale delle risorse naturali nella RDC.
