Manuel M Buccarella
Il Partito Democratico guidato da Elly Schlein ha bocciato la Legge di bilancio 2026, non votando la fiducia imposta dal governo Meloni. La ex legge di stabilità conteneva alcuni importanti dossier, in particolare quello sull’incremento delle spese militari. Su questo punto più volte e pubblicamente la Schlein ha condannato la scelta dell’esecutivo di voler privilegiare la spesa militare, a scapito di importanti capitoli come la sanità e l’istruzione.
Spesa militare e ReArm Europe
Il PD ha fortemente attaccato, in sede di discussione ed approvazione della Legge di Bilancio, la scelta del governo di aumentare la spesa militare. Eppure in Europa il Partito Democratico ha avuto una posizione divisa ed ambigua sul tema del riarmo europeo, con una parte della delegazione che ha votato a favore di risoluzioni pro-difesa comune e di piani di investimento per l’industria della difesa (come il Piano per l’industria europea della Difesa), mentre una parte si è astenuta seguendo le indicazioni di Elly Schlein, creando una spaccatura interna. Alcuni esponenti del partito, come Luigi Zanda, hanno visto il voto favorevole come necessario per l’unità europea.
Procediamo con ordine. Nel marzo 2025 sul Rapporto Muresan-Negrescu la delegazione del PD al Parlamento Europeo si è divisa, con 10 voti favorevoli, 11 astenuti e nessun contrario, approvando di fatto l’uso del Recovery Fund per il riarmo europeo. Approvato anche il famigerato “Libro Bianco sul futuro della difesa europea”, che invita l’Ue ad agire con urgenza per garantire la propria sicurezza, chiedendo che le risposte ai rischi esterni siano «simili a quelle in tempo di guerra»; il documento «accoglie con favore il piano ReArm Europe, proposto il 4 marzo 2025 dalla presidente della Commissione» Ursula von der Leyen. Un piano per investire fino ad 800 miliardi di euro per il riarmo dell’Europa, dei singoli Stati, anche a prescindere dai vincoli di bilancio. Si è trattato di una risoluzione, giuridicamente non vincolante, ma dal forte peso simbolico e politico. Va detto comunque che il Pd ha tentato di ”promuovere” una «radicale revisione del piano di riarmo proposto dalla Presidente Von der Leyen» al fine di «assicurare investimenti comuni effettivi non a detrimento delle priorità sociali».
Sul Programma per l’Industria Europea della Difesa (aprile 2025), il PD si è allineato al gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) ed ha votato a favore di questo programma, segnando una posizione più netta a favore della difesa comune europea. Il Partito Democratico ha sostenuto dunque il Programma per l’industria europea della Difesa (EDIP), adottato con Regolamento (giuridicamente vincolante), un’iniziativa UE da 1,5 miliardi di € (2025-2027) per rafforzare l’industria della difesa europea, promuovere appalti comuni e sostenere l’Ucraina, allineandosi al Partito Socialista Europeo (PSE) e votando a favore in Parlamento Europeo per creare un’Europa più sovrana e resiliente.
La segretaria Schlein ha cercato di mediare tra le diverse anime del partito, optando per l’astensione su alcune mozioni per non spaccare ulteriormente il partito, ma questa linea è stata criticata da chi voleva una posizione più chiara a favore della difesa comune.
Il “capitolo difesa” secondo il governo Meloni
Il bilancio del ministero della Difesa per il 2026 è di circa 32 miliardi e 300 milioni di euro, con una crescita netta di 1,1 miliardi, il 3,5%, rispetto alle previsioni di spesa per il 2025. E nel triennio il maggior onere per il bilancio dello Stato è di oltre 3,5 miliardi. Fanno riflettere i numeri che provengono dal dicastero delle Imprese e del Made in Italy. Gli interventi in materia di difesa nazionale del ministero retto da Adolfo Urso valgono poco meno di 9,2 miliardi di euro, come dettagliato anche da Il Sole 24 Ore. In sostanza, un impegno economico paragonabile a quello profuso per tutto il resto dell’industria “non bellica”. Il “togli e metti” in ogni caso fa salire la spesa militare diretta per il 2026 – secondo Milex – a 34 miliardi di euro, nuovo record storico.
Come detto però è solo l’inizio. Nel Documento programmatico di finanza pubblica l’Italia assume l’impegno, nel triennio 2026-2028, ad aumentare le spese per Difesa dal 2% al 2,5% del Pil, nell’ambito del percorso verso il 3,5% (più 1,5% in sicurezza) concordato con la Nato entro il 2035. Il governo ha inoltre chiesto l’accesso ai prestiti Safe dell’Unione Europea per un totale di quasi 15 miliardi di euro. Ma sul riarmo le carte il Governo le girerà definitivamente solo tra qualche mese, quando diventerà ufficiale l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Da quel momento l’esecutivo potrà chiedere anche l’accesso alla clausola di salvaguardia europea, che consente di spendere in difesa sino all’1,5% del Pil (in quattro anni) in deroga al Patto di stabilità. Si tratta di ben 33 miliardi di euro fonte “Avvenire”).
La sanità
In termini assoluti, la spesa per la sanità prevista per il 2026 dalla Legge di Bilancio ammonta a circa 149,8 miliardi di euro, con un incremento di circa il 4,5% rispetto al 2025. La spesa sanitaria pubblica è stimata intorno al 6,4% – 6,5% del PIL. Sebbene il governo preveda un consolidamento su questi livelli, la Fondazione GIMBE segnala il rischio di una discesa strutturale verso il 5,9% nel lungo periodo se non verranno confermati ulteriori stanziamenti.
L’Italia rimane comunque al di sotto della media dei paesi OCSE (7,1%) e dell’Unione Europea (6,9%) per spesa sanitaria pubblica rispetto al PIL.
Il “nodo” dell’Alpi
L’attività libero-professionale effettuata all’interno delle strutture pubbliche (Alpi) da parte dei medici dipendenti è stata introdotta dal governo Amato (pentapartito) con il Decreto n. 502 del 1992. Alpi è di fatto una forma di privatizzazione del servizio sanitario pubblico ed è stata oggetto, nel corso degli anni, di molteplici interventi normativi volti a realizzare un monitoraggio e un equilibrio di tale attività con quella effettuata a livello istituzionale, sia in termini di prestazioni erogate sia di liste di attesa. Nei fatti questo sistema ha accompagnato il graduale degrado del servizio pubblico: le inefficienze si sono aggravate e le liste di attesa nelle strutture pubbliche sono diventate sempre più lunghe. Alpi è diventato per la sanità pubblica uno strumento importante di finanziamento da parte dei pazienti che vi fanno ricorso (che finanziano in parte anche i medici), spesso in sostituzione delle fonti pubbliche. Se si vuole avere una prestazione sanitaria in tempi rapidi bisogna pagare il medico in Alpi (anche profumatamente), onde evitare i tempi lunghi delle liste di attesa. Chi può o vi è in qualche modo costretto dalla gravità delle proprie condizioni paga in Alpi, gli altri sono costretti ad attendere i tempi spesso biblici delle liste d’attesa o, nella peggiore delle ipotesi, rinunciano alle cure.
Il “nodo” Alpi è stato affrontato a più riprese anche dal PD, senza apportare importanti modifiche in positivo. La conferma della sostanziale privatizzazione del servizio sanitario attraverso Alpi avviene anche con il centrosinistra.
La riforma Bindi, il Dlgs.19 giugno 1999, n. 229 “Norme per la razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale, a norma dell’articolo 1 della legge 30 novembre 1998, n. 419”, all’art. 15 norma la Dirigenza medica delle professioni sanitarie.In particolare viene disciplinata l’intramoenia – nell’ottica di concorrere alla riduzione delle liste di attesa – al fine che questa attività non superi, per ciascun dipendente, quella effettuata istituzionalmente. Viene inoltre stabilita l’incompatibilità, per chi opta per l’extramoenia, con incarichi di direzione di struttura semplice o complessa. Le buone intenzioni della Bindi sono state però presto disattese dal graduale disimpegno delle istituzioni dalla sanità pubblica, sia con il centrosinistra che con il centrodestra.
Nel secondo Governo Prodi (ministro della Sanità Livia Turco) viene emanata la Legge n. 120 del 3 agosto 2007 con cui viene stabilito che gli importi per le prestazioni effettuate in regime di attività libero-professionale intramuraria siano concordati a priori tra Regione e professionisti, affinché sia assicurata una copertura integrale di tutti i costi direttamente e indirettamente correlati al servizio.
