Manuel M Buccarella
Era il 4 maggio 1980 ed il presentatore del telegiornale della TV di Stato jugoslava, trattenendo con estrema difficoltà la commozione riportava la storica notizia del giorno : “Umro je drug Tito”. Il compagno Tito è morto. Finiva così, tre giorni prima del suo 88esimo compleanno, il viaggio di Josip Broz, presidente a vita della Jugoslavia socialista, che aveva guidato per quarant’anni, sin dalla guerra partigiana contro il nazifascismo.
Il Maresciallo Tito, che condusse una guerra partigiana jugoslava vittoriosa contro il nazifascismo, fu alla guida della Repubblica Federativa Socialista Jugoslava e della Lega dei Comunisti jugoslavi dalla fondazione fino alla sua morte, sotto il motto “Fratellanza ed Unità”.
Tito viene descritto come una persona assai intelligente e scaltra, raccogliendo intorno alla sua figura luci ed ombre. Dopo la sua morte la Jugoslavia, a causa dei crescenti nazionalismi e della crisi economica, si dissolse inesorabilmente, anche grazie alle pressioni di diverse potenze straniere, in particolare la Germania, ma anche il Vaticano.
Con Tito la Jugoslavia fu un paese autorevole a livello internazionale e con un Welfare elevatissimo (scuole ed università gratuite, sanità pubblica e gratuita, ferie pagate dallo Stato etc.). Soprattutto negli anni 70 il Paese fu inoltre interessato da un certo benessere economico, in particolare in Slovenia (con un Pil superiore a quello di diversi paesi dell’Europa occidentale) e Croazia.Le condizioni di allora, il Welfare, la pur difficile unità tra i popoli ha oggi radicato una forte nostalgia, che prende il nome di “Jugonostalgija”.
Le foibe e la questione degli esuli italiani
Quanto alle foibe, fenomeno che coinvolse tra i 3500 ed i 5mila morti, va detto che non si trattò affatto di una persecuzione etnica o razziale contro la popolazione italiana di Slovenia e Croazia, quanto piuttosto della risposta alle violenze ed alla dittatura nazifascista, che occupava quelle terre. Gli eccidi degli slavi riguardarono in prevalenza soldati e funzionari fascisti, anche se non mancarono delle esagerazioni, comprese vendette personali, che colpirono persone non coinvolte,come accade spesso e purtroppo in guerra. Si trattò in buona sostanza di una rappresaglia condotta dai partigiani titini contro le violenze del nazifascismo.Quanto infine all’asserita pulizia etnica a danno degli italiani in Istria e Dalmazia, va precisato che i titini adottarono provvedimenti di esproprio proletario nei confronti non solo dei ricchi italiani, ma anche di altre etnie. L’esodo degli italiani verso la “madrepatria” fu accompagnato anche dalla vicinanza al fascismo di molti italiani. Quindi l’esodo fu determinato sia dalla lotta di classe dei comunisti titini contro i proprietari, italiani e non, sia dalla fede fascista di molti italiani, che pure ispirò una certa diffidenza dei comunisti verso gli italiani.Non vi fu comunque nessuna deportazione.Oggi gli italiani sono rimasti in circa 30mila, dai circa 300mila di allora.
I rapporti con Stalin. La svolta del 1948
Tito ebbe il merito di condurre la resistenza, con i suoi partigiani comunisti, in maniera sufficientemente autonoma rispetto agli Alleati e soprattutto all’Unione Sovietica, il che gli consentì di sottrarsi alla dipendenza dall’Urss di Stalin, con cui ruppe nel 1948.Nel 1948 la Jugoslavia e Tito vengono espulsi dal Cominform in quanto si sottraggono all’ordine di Stalin di rispettare il nuovo ordine maturato nella Conferenza di Jalta del 1945, che prevedeva una Jugoslavia nella sfera di influenza dell’Urss e non indipendente e neutrale, come voleva Tito e come fu.Il Maresciallo subì 5 attentati da parte di sicari inviati da Stalin, puntualmente sventati. Dopo i vari attentati e l’espulsione dal Cominform, incominciò la repressione, durata 6 anni, dal ’48 al ’54, contro i nemici interni al partito di fede stalinista e contro in genere chi manifestasse simpatie per l’Urss e si opponesse al nuovo regime. Nacque così nell’isola di Goli Otók un campo di concentramento che in 6 anni accolse migliaia di detenuti (ne morirono alcune centinaia). Una pagina triste nella storia della Jugoslavia e che costò il Nobel per la Pace a Tito.
L’autogestione
Nel 1950 Tito ed i suoi lanciano l’autogestione dei lavoratori, la via jugoslava al socialismo, che prevede una diffusa proprietà collettiva e gestione diretta di molte aziende pubbliche e private da parte dei lavoratori. È la democrazia nel lavoro.Il modello ebbe un discreto successo, anche se in diversi casi l’eccessiva presenza e controllo del partito nelle fabbriche e nei posti di lavoro ridimensionò la sua portata innovativa. Il modello ideato da Tito ed in particolare, sotto il profilo più squisitamente tecnico, dal numero due, lo sloveno Edvard Kardelj, prevedeva l’assoluta autonomia dei lavoratori dal controllo della proprietà e della stessa politica ma capitava che i lavoratori, che erano i protagonisti dei consigli di fabbrica e nominavano i propri direttori, avessero dei manager praticamente nominati dal partito, con grossi benefici anche economici. Secondo i critici ai capitalisti si sostituiva spesso una nuova classe sociale dominante, la nuova classe (Djilas) o borghesia rossa. L’autogestione pura insomma si realizzò solo in parte ed alcuni critici, come il numero tre del partito, Milovan Djilas, dovettero assaporare anni di carcere (in verità anche per altri dissapori con Tito ed il partito ed ulteriori contestazioni) per essersi messi contro Tito e la Lega dei Comunisti.
Intellettuali jugoslavi, alcuni filosofi e sociologi delle università di Zagabria e Belgrado, raccolti attorno alla rivista di critica marxista “Praxis”, che assieme agli studenti del ’68 criticavano la borghesia rossa, cioè il management legato al partito che comandava parte importante delle aziende in autogestione, si vedono nel ’75 sospesi dall’insegnamento, conservandone lo stipendio, unitamente alla cessazione delle pubblicazioni della rivista, di respiro internazionale, per il venir meno dei finanziamenti pubblici.
Nel 1968 gli studenti dell’ università di Belgrado, sostenuti da alcuni docenti, occupano le facoltà e manifestano per avere condizioni di vita migliori (studentati meno fatiscenti ed accoglienti), ma anche più democrazia, l’applicazione effettiva dell’autogestione contro il controllo dei luoghi di lavoro da parte dei direttori nominati dal partito (la “borghesia rossa”), che godevano anche di ampi privilegi economici. Inizialmente repressa dalle forze dell’ordine, la protesta viene poi appoggiata da Tito che riesce così a fare iscrivere al partito oltre 170mila studenti (prima pochissimi). Le condizioni degli studenti migliorano (l’università era già comunque pubblica e gratuita), ma le manifestazioni di dissenso non furono più facilmente consentite.
Tito intervenne, dove possibile, nei confronti delle deviazioni della “borghesia rossa”, rinnovando la composizione dei vertici della Lega, a partire dalla Croazia, ma egli riteneva prioritaria la salute dell’unità nazionale e dell’unità del partito. La maggior parte delle sue azioni e delle sue iniziative si muovevano in funzione di tali principi, in qualche modo giustificando condotte autoritarie del presidente e del suo “sistema”.
Eppure Tito già agli agli inizi degli anni ’70 riconobbe in più circostanze il “cancro” della “borghesia rossa”, condannando la deviazione dall’autentica autogestione, come prevista anche nella Costituzione del 1963, nella riforma economica del 1965 e nell’ultima Costituzione, quella del 1974 che pur “scardinando” l’autogestione dalle interferenze statali, ne attribuì il sostanziale controllo alle Repubbliche, contribuendo così alla successiva disgregazione della Jugoslavia.
Il movimento dei Paesi non allineati
Tito assume un ruolo di statista di rango internazionale quando fonda nel 1955, assieme a Nehru (India) e Nasser (Egitto), il movimento dei Paesi non allineati, la cui prima conferenza ufficiale sarà proprio a Belgrado nel 1961. Si tratta di centinaia di Paesi che intendono essere neutrali, senza schierarsi con i due blocchi, condannando il neo colonialismo, l’imperialismo e la guerra. Tito sfiorò per questa attività il Premio Nobel per la Pace che, come detto, gli sarebbe stato negato per le responsabilità legate a Goli Otók.
Un presidente autoritario ma molto amato dal popolo
Un presidente autoritario, se necessario per salvaguardare il partito e la fragile unità nazionale, ma amatissimo dal popolo jugoslavo, che egli riuscì a tenere unito.
A tal riguardo è utile ricordare la testimonianza di Siniša Mihajlović.
D. Hai nostalgia della Jugoslavia?
«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il Maresciallo è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavamo a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando».
