Silvana Sale
Le acque palestinesi, il mare rubato da Israele con la complicità di chi tace.
Quelle davanti a Gaza non sono “acque israeliane”. Sono acque palestinesi. Sono parte della zona economica marittima spettante al popolo palestinese, secondo ogni principio di diritto internazionale, di equità, di autodeterminazione e di sovranità sulle risorse. Eppure, da anni, e oggi con violenza crescente, Israele se ne è impadronito con arroganza coloniale, blocca ogni attività economica, impedisce la pesca, estrae gas per sé e respinge con la forza ogni presenza umanitaria, perfino civile. Questo mare, come questa terra, è stato sottratto con la forza, violando ogni norma del diritto internazionale. E chi resta in silenzio, chi guarda altrove, chi invoca “prudenza”, è complice. Complice di un crimine geopolitico che dura da decenni. Complice di un sistema di oppressione che oggi uccide anche in mare.
Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ogni entità costiera ha diritto a un mare territoriale (12 miglia nautiche) e a una zona economica esclusiva (200 miglia) dove esercita sovranità su pesca, risorse energetiche, sicurezza. Gaza, anche sotto occupazione, ha diritto a queste acque. L’Autorità Nazionale Palestinese ha cercato nel tempo di esercitare un controllo minimo su queste zone. Ma Israele, che non ha mai avuto titolo legale su quelle acque, le ha militarizzate, chiuse, confiscate. Non solo nega ai pescatori palestinesi di lavorare liberamente, ma impedisce lo sfruttamento delle risorse energetiche. Quando Eni, società italiana, tentò di stipulare un accordo per l’esplorazione di giacimenti offshore di fronte a Gaza, dovette rinunciare, Israele bloccò tutto, rivendicando arbitrariamente il controllo di quell’area. È il saccheggio in mare aperto. Ed è un fatto gravissimo, perché chi occupa non ha il diritto di sfruttare. L’occupante può garantire sicurezza temporanea, non certo rubare gas, impedire l’accesso al cibo e al lavoro, trasformare il mare in una prigione liquida.
Il blocco navale imposto da Israele contro Gaza dal 2007 è una delle azioni più illegali e inumane degli ultimi decenni. È una forma di punizione collettiva proibita dall’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra. È un assedio che non distingue civili da combattenti, bambini da adulti, feriti da combattenti. Le navi di Gaza non possono uscire. Le navi di aiuti non possono entrare. Il carburante viene razionato, l’acqua desalinizzata è scarsa, i medicinali finiscono. E tutto questo accade non perché Hamas lo impone, ma perché Israele lo impone. E perché le potenze occidentali lo accettano.
La Corte Internazionale di Giustizia ha già stabilito, nel 2024, che il blocco impedisce il rispetto degli obblighi umanitari minimi. Eppure, nulla cambia. Il blocco continua. E chi lo contesta, come la Freedom Flotilla, iniziativa civile pacifica, non armata, trasparente, viene definito “pericoloso”, “irresponsabile”, persino criminale. Navi cariche di medici, giornalisti, attivisti per i diritti umani, vengono minacciate da uno Stato armato fino ai denti, che non tollera neppure il passaggio di barche di legno in acque internazionali. Questo è il livello di arroganza di Israele, chi osa sfidare l’assedio, anche con la sola solidarietà, va neutralizzato.Anche se a bordo ci sono italiani.E proprio qui, in questo momento storico, entra in gioco la responsabilità infame del governo Meloni. Il governo italiano, che si professa “amico del diritto internazionale”, ha scelto di attaccare e delegittimare la Flotilla, anziché proteggerla. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, madre di una figlia, ha scelto di schierarsi con il potere armato contro i civili disarmati. Di proteggere i rapporti con Netanyahu e le imprese energetiche, anziché la vita dei bambini palestinesi. Ha definito “irresponsabili” i connazionali che partecipano alla Flotilla, ma non ha avuto il coraggio, né la dignità, di dire che è criminale bombardare ambulanze. Ha dichiarato “comprensione” per le esigenze di Israele, ma nessuna comprensione per i bambini mutilati nei bombardamenti. Ha invocato “canali ufficiali per gli aiuti”, ignorando che quei canali sono sotto il controllo dell’occupante stesso.
Meloni ha scelto. Ha scelto il potere. Ha scelto l’omertà. E questa scelta la rende complice diretta,politicamente, storicamente e moralmente, degli abusi che ogni giorno Israele commette contro un popolo ridotto alla fame, alla sete, al terrore quotidiano.
Non esiste “neutralità” di fronte a un’occupazione armata e a un genocidio annunciato. Esiste la dignità o la vergogna. Il diritto o l’oppressione. La solidarietà o la complicità.Israele continua a sfruttare il gas di un popolo sotto assedio, a controllare illegalmente le sue acque, a bloccare ogni forma di resistenza civile. E lo fa sotto gli occhi del mondo, grazie alla copertura di governi codardi o interessati. Il blocco navale è un crimine. Il saccheggio delle risorse è un crimine.L’attacco a navi umanitarie in acque internazionali è un crimine. E se domani Israele dovesse colpire la Flotilla, o fermarla con la forza, non potremo più dire “non lo sapevamo”.Perché lo sappiamo. Lo sanno le istituzioni. Lo sa Meloni. E nonostante tutto, continua a restare dalla parte sbagliata della storia.
Io condanno. Condanno Israele per questi atti. E condanno chiunque oggi ne sia complice, attivamente o con il silenzio. Condanno chi si finge imparziale mentre da un solo lato scorre il sangue.Condanno chi lascia che il mare diventi un altro muro. Un mare dove galleggia l’ingiustizia, e dove ogni giorno, affondano la verità, i diritti e la coscienza.
