Lavinia Marchetti
Da anni, nelle case italiane, la sera porta con sé lo stesso volto al centro del video. Conduce il telegiornale di La7, guida maratone elettorali, presidia le dirette nei momenti di crisi.
Si chiama Enrico Mentana. A questo profilo televisivo si aggiunge un ruolo decisivo nel campo digitale: Mentana è fondatore e principale finanziatore di Open, quotidiano online nato nel 2018, registrato come impresa sociale e dedicato, secondo la presentazione ufficiale, a una informazione «libera» e «verace» affidata a una redazione di giovani giornalisti.
Intorno a questa figura si costruisce una aura di “moderazione”. Sono di sinistra, ma non troppo. Ascolto le ragioni dell’altro, ma mica tanto. In un saggio dedicato alle sue maratone politiche, Gianluca Briguglia sintetizza così la pretesa deontologica che Mentana ama esibire: «Nessun giornalista degno di questo nome può descrivere la realtà come la vorrebbe. Deve guardare i fatti, non le fantasie, e accettare che la scena pubblica resti una scena di conflitto» (Gianluca Briguglia, «Narrare la politica. Enrico Mentana e il format della Maratona», Compass School of Journalism, 2022. Non l’ho letto tutto, state tranquilli, l’ho solo sfogliato).
La formula appare rassicurante. Un professionista che dichiara fedeltà ai fatti e distanza dalle “fantasie” sembra offrire al pubblico un appiglio in un ambiente informativo saturo di propaganda esplicita, di slogan, in un mondo di fake news ci pensa lui a dirci “La Verità”, non quei dannati clan digitali pronti a dichiarare vera ogni cosa utile alla propria parte. Il direttore che si presenta come garante di equilibrio si situa in una posizione privilegiata: determina quali enunciati ricevono lo statuto di realtà, quali dovranno restano ai margini, ma soprattutto determina lui ciò che ritiene “esagerato”… Signora mia…io sono al centro dello schermo. Io sono autorevole.
IL BATTIBECCO CON CONTE
Molto interessante. Ci dice molto. Lasciando perdere il narcisismo, perché in quell’ambiente è difficile dire chi non ne soffra. La scena si colloca a Roma, negli studi di La7, il 24 novembre 2025. Giuseppe Conte, in collegamento lungo una diretta dedicata al conflitto in Ucraina e ai tentativi di negoziato. L’ex presidente del Consiglio richiama le promesse che hanno accompagnato i primi mesi di guerra: annunci di disfatta russa, titoli che parlavano di un Cremlino in crisi, di Russia spacciata, di Putin sconfitto. Sottolinea che oggi Kiev arriva al tavolo delle trattative in una posizione più fragile rispetto alla primavera del 2022. Aggiunge che una parte rilevante della politica europea ha scelto di scommettere sulla vittoria militare, sostenuta da una informazione che, giorno dopo giorno, dava per imminente il collasso della Federazione russa. Insomma idee difficilmente contestabili sul piano del principio di realtà (mi perdoni Freud).
Conte allude a una parola precisa, “propaganda”, e collegandola agli editoriali e ai talk show invita a riconoscere la distanza tra quelle promesse e lo stallo attuale. Enrico Mentana interviene con una domanda che non riguarda né i missili né le trincee, ma la scena mediatica: «Chi ha mai parlato di cambio di regime imminente?». Conte risponde che basta accedere agli archivi dei principali giornali, e chiosa: «Gliene farò avere un elenco, forse Direttore si è distratto…». Il direttore replica: «È il mio mestiere, lo so bene». Insomma è il “mentanismo” ad essere autorevole e noi che abbiamo letto quei titoli, per mesi anni, siamo tutti deliranti. Può essere. Però fuori da quello studio, quei titoli esistono. Marco Travaglio, in un articolo che ha avuto ampia circolazione, ne ha raccolti molti, con data, autore, testata. «Putin non potrà mai vincere la sua sfida», scrive Antonio Polito sul «Corriere della Sera» del 17 marzo 2022. «Il Vietnam dei russi», titola «Il Giornale» il 18 marzo 2022. Maurizio Molinari, su «la Repubblica», il 27 marzo 2022, afferma: «A oltre un mese dall’inizio dell’invasione, appare evidente che Putin ha fallito». Beppe Severgnini, ospite di «Otto e mezzo» su La7 il primo maggio 2022, dichiara: «È abbastanza evidente come andrà a finire: 40 democrazie sono più forti della Russia. Non c’è storia, vinciamo noi». Mario Draghi, in conferenza stampa il 31 maggio 2022, definisce le sanzioni contro Mosca «un successo completo» e indica l’estate come momento di impatto massimo (Marco Travaglio, «Le ultime parole famose dei grandi esperti sui media turbo atlantisti», «il Fatto Quotidiano», 19 novembre 2024, s. p., disponibile su: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2024/11/19/le-ultime-parole-famose-dei-grandi-esperti-sui-media-turbo-atlantisti/7772546/).
Nei mesi successivi, blog di informazione critica e canali indipendenti hanno ripreso più volte questi brani per mostrare la distanza tra la retorica trionfale e la lunga guerra di logoramento che ne è seguita. Quelle frasi circolano ancora, riproposte come esempio di un giornalismo che si è fatto cassa di risonanza delle aspettative strategiche statunitensi ed europee, e che oggi fatica a riconoscere il proprio ruolo in quella narrazione. Si chiama PROPAGANDA. Non c’è niente di male. Difficile negarla. Non c’è bisogno di andare in emeroteca…i titoli sono lì, ancora sul web, anche se qualcuno rimosso. Ci sono gli screen in ogni caso.
In questa cornice prende senso la battuta di Mentana. La domanda «Chi ha mai parlato di cambio di regime imminente?» non è soltanto un artificio retorico. Funziona come un atto di cancellazione. Il direttore che rivendica il proprio mestiere invita implicitamente il pubblico a scegliere tra due immagini concorrenti. Da un lato la memoria concreta degli articoli, degli screenshot, delle rassegne critiche che li mettono in fila. Dall’altro la figura rassicurante del giornalista di lungo corso che garantisce di non aver partecipato a quelle illusioni. Molti spettatori, per difendere un’immagine stabile del mondo, preferiscono sacrificare la memoria di ciò che hanno letto a vantaggio della fiducia nel volto che conduce le edizioni serali.Nella psicologia delle masse, situazioni di questo tipo vengono descritte come momenti di scollamento tra esperienza e autorità. Si conosce un dato, si è visto un titolo, si è ascoltata una frase. Poi l’autorità simbolica della scena mediatica nega di averlo pronunciato o ospitato. La mente collettiva tende a proteggere la figura guida, anche a costo di distorcere il ricordo. Il dissenso di chi richiama quei titoli viene ricodificato come astio personale.
LA NEGAZIONE DEL GENOCIDIO
Il secondo terreno in cui la figura di Mentana diventa sintomatica riguarda la distruzione di Gaza. L’undici settembre 2025, nella trasmissione «Piazzapulita», Corrado Formigli gli chiede come ritenga la qualificazione giuridica degli attacchi israeliani, mentre la Repubblica del Sudafrica porta davanti alla Corte internazionale di giustizia l’accusa di genocidio.
La frase è simile a “definisci bambino” di Eyal Mizrahi presidente della Federazione Amici di Israele. : «Quelli che si stanno compiendo sulla Striscia di Gaza sono crimini di guerra, non c’è dubbio. … Ma non si parli però di genocidio. Il genocidio è un’altra cosa, è la pianificazione sulla carta dell’eliminazione di un intero popolo. Se uscisse fuori un documento che parlasse di genocidio allora si potrebbe parlare di genocidio». Il termine genocidio «non ci aiuta», aggiunge Mentana, aggiungendo un tassello al “mentanismo” cerchiobottista, mentre l’obiettivo sarebbe «fermare la guerra». Buffo il “limite” evocato da Mentana che coincide con l’esistenza di un ordine scritto che prescriva l’eliminazione del popolo palestinese, formulato in termini espliciti, quasi notarili. In assenza di quel documento, la parola genocidio resterebbe, ai suoi occhi, uno sconfinamento improprio.Se si confronta questa affermazione con il testo che, a partire dal 1948, definisce in sede ONU il crimine di genocidio, l’analogia cede. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, adottata dall’Assemblea generale il 9 dicembre 1948, definisce genocidio «uno qualsiasi degli atti qui di seguito elencati, commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso», e tra questi include l’uccisione dei membri del gruppo, le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale, la «sottomissione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale».
L’insistenza di Mentana sul «testo scritto» produce una sorta di effetto di alleggerimento morale. Il pubblico europeo, esposto da mesi alle immagini di quartieri rasi al suolo, reparti pediatrici in macerie, file di sfollati privati di acqua e cure, riceve il messaggio semplice: sì ok, ci sono crimini di guerra, ma siamo lontani da un genocidio. Lo dice anche Mentana. Fiù… I palestinesi possono morire a decine di migliaia, intere generazioni possono essere mutilate o rese invalide, un territorio può trasformarsi in ambiente inabitabile, ma finché manca la “prova regina” sulla carta, l’etichetta genocidio resterebbe prematura. Poi lo dice pure la Segre. Quindi stiamo tranquilli. Qui il negazionismo assume una forma specifica. Nessuno contesta l’esistenza di un massacro in corso. La cancellazione riguarda la categoria destinata a inscrivere quel massacro in una storia più ampia, quella dei crimini assoluti che obbligano i soggetti statali a prendere posizione. Se la parola genocidio viene confinata nel recinto dei casi già canonizzati, come la Shoah o Srebrenica, il presente resta fuori da quel quadro. La distruzione di Gaza così slitta verso la zona dei “crimini di guerra” ripetuti, forse eccessivi, forse sproporzionati, ma tutto sommato, dai!, gestibili dentro un discorso che consente a chi guarda di sentirsi parte di un mondo civilizzato.
IL PROGETTO OPEN, LA “VERA VERITÀ VERA”
Il progetto Open rappresenta l’altro volto del potere mediatico di Mentana. Il giornale viene presentato come iniziativa senza scopo di lucro, fondata sulla figura del giornalista che investe risorse personali per offrire a una leva di giovani redattori la possibilità di fare informazione “libera” in rete. La sezione di fact checking viene esibita come baluardo contro le bufale. La conseguenza di questo assetto è evidente. Mentana occupa contemporaneamente una posizione centrale nelle news televisive di prima serata e un ruolo di referente nell’universo dei debunker. Il medesimo soggetto che modera maratone e telegiornali si trova a guidare il progetto editoriale che decide quali notizie inserire nel catalogo del “vero” e quali relegare nella zona delle bufale.
Chi contesta la linea della stampa atlantista viene spesso spinto nel ghetto delle “fake news”, e chi cerca protezione contro la disinformazione rischia di affidarsi proprio a quell’ambiente che ha contribuito a costruire le narrazioni più ottimistiche sulla guerra in Ucraina e le letture più indulgenti sul “genocidio” di Gaza. In termini gramsciani si potrebbe dire che Mentana svolge una funzione di intellettuale organico del blocco occidentale, con strumenti adeguati alla fase storica. Il suo potere non si esprime attraverso articoli di partito, bensì attraverso il controllo del passaggio dal flusso delle notizie alla loro certificazione. Sta in studio e allo stesso tempo sta sul crinale che separa il “vero” dal “falso”, almeno per una parte consistente del pubblico.
PSICOLOGIA DELL’EGEMONIA DEL MENTANISMO – Dissonanza cognitiva (Festinger)
Nel momento in cui Mentana dichiara di non ricordare titoli sul cambio di regime a Mosca, mentre quegli stessi titoli circolano ormai come emblema di una retorica fallita, chi ascolta si trova in una situazione ambigua. Da una parte la memoria delle frasi raccolte da Travaglio e da altri. Dall’altra la volontà di preservare l’immagine del giornalista di riferimento. Molti risolvono questa tensione svalutando la propria memoria e rivalutando l’affidabilità del conduttore. In questo atto si consuma una forma di abdicazione cognitiva.
Qualcosa di analogo accade di fronte alla parola genocidio. La distruzione di Gaza, con la sua sequenza di bombardamenti su case, scuole, ospedali, campi profughi, produce immagini che superano la soglia del sopportabile. La lingua proposta da una parte dei media, e legittimata da figure come Mentana, consente al pubblico di collocare quei fatti in categorie meno laceranti. Il genocidio resterebbe riservato ai casi già canonizzati dalla storia. Le vicende palestinesi scivolano in formule come “crimini di guerra”, “azioni sproporzionate”, “reazioni eccessive”. Le parole attenuate agiscono come anestetico psichico.
La teoria della dissonanza cognitiva, elaborata da Leon Festinger negli anni cinquanta del Novecento, aiuta a comprendere questa dinamica. Una persona che si percepisce come abitante di una democrazia tende a proteggere l’immagine di sé come soggetto rispettabile. Quando i fatti mostrano il coinvolgimento materiale e simbolico di quella stessa democrazia nella distruzione di un popolo, la dissonanza tra autoimmagine e realtà diventa difficile da tollerare. L’adozione di un linguaggio che allontana la parola genocidio e preferisce categorie più vaghe riduce lo scarto. L’Io può continuare a riconoscersi nel racconto di un mondo imperfetto, ma ancora “civile”. In questo quadro, il giornalista che invita a diffidare del termine genocidio e a concentrarsi su obiettivi più generici come “fermare la guerra” occupa una posizione chiave. Si presenta come colui che rifiuta gli eccessi, che diffida delle parole troppo gravi, il “moderato” che, gli piaccia o meno, è complice delle peggiori efferatezze, ma si salva con il linguaggio. La moderazione diventa strumento di rinvio e quindi di morte.
L’INTELLETTUALE ORGANICO COMPLICE.
Mentana non incarna il propagandista volgare. Si presenta come professionista serio, talvolta pungente, talvolta persino critico verso le classi dirigenti con cui dialoga, dà sempre il contentino alla “critica”, un pochino di controinformazione, sa oliare viscidamente i meccanismi della mente umana, vi si insinua, dando il contentino può facilmente prendere posizioni estreme sembrando il più equilibrato di tutti, ma è solo un equilibrista. Proprio per questo risulta prezioso per l’assetto mediatico attuale. Mostra al pubblico il volto di un giornalismo che si pensa libero mentre agisce in sintonia con gli interessi strategici del blocco di potere dominante.
Le sue frasi su Gaza, in questo senso, non cancellano la morte dei palestinesi. Intervengono sulla forma in cui quelle morti entrano nel discorso. Impediscono che si usi il termine che, nella storia del diritto internazionale, segna un salto di qualità rispetto ai crimini di guerra. La sua reazione a Conte non cancella i titoli che raccontavano una Russia già vinta. Sposta l’attenzione dalla responsabilità delle redazioni alla presunta faziosità di chi ricorda quelle pagine.
Chi osserva queste scene con sguardo storico riconosce qui una figura tipica del giornalismo occidentale maturo. Il direttore che presidia il centro, che tiene le distanze da estremismi dichiarati, che rivendica equilibrio, diventa il garante di una egemonia morbida. I conflitti vengono tradotti in dibattiti tra parti riconosciute legittime.
Le voci che mettono in questione le basi materiali dell’ordine, o la natura genocidaria di certe guerre, vengono sospinte nella zona dell’eccesso.
