Alfredo Facchini
SU ACCA LARENTIA Gioco d’anticipo.
Ogni anno, il 7 gennaio, a Roma, i fascisti tornano in piazza con parate e saluti romani per l’anniversario di Acca Larentia. E ogni anno riparte la giostra dei commenti sulla liceità di quei riti.Per chi scrive, sono intollerabili. Così come è intollerabile l’amnesia selettiva di Fratelli d’Italia, che sorvolano su un fatto tutt’altro che marginale: Stefano Recchioni venne ucciso dalla polizia, colpito a pistolettate durante un sit-in. Un dettaglio, evidentemente, che renderebbe indigesta tutta la pappardella sull’onorabilità delle forze dell’ordine. Ma li conosciamo bene.
Di seguito, il racconto di quelle ore. 8 gennaio 1978. A quelli di Acca Larentia mancano all’appello tre camerati. Sul selciato ristagnano le sagome bianche dei loro corpi, tracciate con il gesso dalla polizia scientifica.
Anche se avesse saputo tutto quello che c’è da sapere sulla vita e sulla morte, Radisol non riesce a dare un nome a quello che gli brucia dentro. Ieri è stato il turno dei fasci, domani una scarica di proiettili si sarebbe potuta abbattere contro uno di loro. Sono tutti sotto tiro. Può toccare a chiunque. In posti inaspettati, in circostanze casuali. Davanti al portone di casa, mentre sali sull’autobus. Di colpo il mondo si ribalta. Giovani che muoiono e altri che diventano killer. Nessuno fa sconti a nessuno.
Radisol appartiene a una leva antifascista cresciuta con delle regole dello scontro che non prevedono l’uso della polvere da sparo.È quasi sera. Nella sede di Lotta Continua di via Passaglia, al Trionfale, i posti a sedere sono andati esauriti. Nessuno ha voglia di cazzeggiare.
«Compagni vi dico che l’attacco ad Acca Larentia non è condivisibile. I fascisti vanno fermati, ma non a pistolettate».«Ai fasci bisogna faje male, che stai a di’. Fanno quello che cazzo je pare, quando je pare, come je pare».«Compa’, compa’ fatelo parlare».«L’azione del Tuscolano è stata un’enorme cazzata. L’antifascismo non può essere ridotto a una faida. La strada imboccata da certi compagni è un suicidio. Sono vendicatori non richiesti. Walter, Elena… non si pareggiano i conti con dei trofei di guerra. Ora nelle strade c’è il coprifuoco.Tutte le manifestazioni sono vietate. I fascisti vanno bloccati, non ammazzati».
«Guarda che stanotte i fasci hanno sparato ad Alceste e l’hanno beccato al collo e alla spalla. Questi infamoni mica te danno le schicchere sulle ’recchie».«Hanno sparato pure davanti al cinema Maestoso e quelli di via Ottaviano hanno fatto il panico anche a Prati».«Ma diciamo la verità, gridiamo quello che gridiamo nei cortei e una volta che qualcuno ha il coraggio di fare quello che dice lo condanniamo, com’è ’sta storia?».«Dobbiamo stroncarli in ogni luogo possibile, togliergli il fiato, ma non possiamo sparare al primo che capita a tiro».
«A me di quei due non me ne può frega’ de meno, ma di questo passo ‘ndo annamo a finì?».«Le compagne che vivono nei quartieri hanno una paura in più da quando i fascisti cercano il morto. Può capitare a chiunque. Una paura simile la conoscono tutte le donne quando escono la sera e temono la violenza dei maschi, quelli stronzi. Allora perchè il movimento femminista non ha risposto a tutto questo con l’uso della violenza? Perchè è sempre stata prerogativa dei maschi? O perchè cerchiamo altre forme di risposta per non essere schiave della ragione militare? Ci ammazzano e noi li ammazziamo: chi si fa più paura, più male, vince. Voglio dirlo senza giri di parole: il fascio, il poliziotto, il giornalista venduto sono diventate le uniche certezze in un momento in cui non ci sono altre certezze. Sono i nemici più a portata di mano. Sono solo un alibi sanguinoso…».
«Io sono d’accordo con Maura. Va bene difendere le scuole, le università, ma ucciderli sparando nel mucchio è come applicare la pena di morte. E noi siamo contro la pena di morte o no?».«Che ce stai a fa’ la predica? Se nessuno ci difende dobbiamo farci giustizia da soli».«Fallo parla’, cazzo».«Una cosa è gridare morte al fascio, un conto è prenderlo alla lettera. I fasci bisogna isolarli, non farli diventare martiri. E quelli di Acca Larentia erano solo dei fascistelli».«C’ha ragione, e poi se dovevano sparare a qualcuno dovevano beccare quelli che hanno ammazzato Walter».«Perché, tu lo sai chi so’?».«Lo sanno tutti».
Radisol ha voglia di dire la sua. Ma la voce non riesce a uscire. Non sifida delle parole quando la testa fa sciopero. Si sente come una bottiglia senza un goccio dentro. Probabilmente non ha il coraggio di chiamare le cose come stanno. O, più semplicemente, queste cose sono al di sopra della sua comprensione. Nel suo apprendistato morale non crede che ci sia molto da scoperchiare. Specialmente quando si è convinti di aver già capito tutto. A diciott’anni si vive come se non si dovesse schiattare mai. Il tempo è una retta infinita, come la pista di un aeroporto. Ti puoi riempire di graffi, ma a morire non sei mai tu, sono sempre gli altri.
(da RADISOL IL SOGNO DELLA RIVOLUZIONE NELL’ITALIA DEL 1978, romanzo, Alfredo Facchini, Red Star Press – Hellnation Libri)

