IRAN, UN PO’ OLTRE IL NOSTRO NASO

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IRAN, UN PO’ OLTRE IL NOSTRO NASO

Stefano Masson

Non ho la più pallida idea di quanto la repubblica islamica possa resistere nella sua forma attuale senza implodere. Probabilmente non a lungo.

Un’evoluzione/trasformazione della stessa è teoricamente possibile (e lo anticipo subito: unico scenario auspicabile). Ma gli spazi di manovra paiono molto esigui: la situazione economica è esplosiva. E l’inasprimento repressivo non giova alle sperimentazioni.Tuttavia, oggi, mi vorrei dedicare al vero convitato di pietra nel dibattito della sinistra-sinistra sull’Iran. Cioè, il DOPO.Per il momento, il DOPO è il grande assente dalla discussione. Anche il comunicato del Tudeh, che hanno letto tutti e condiviso a migliaia, glissa elegantemente sugli scenari futuri.E tutti i comunicati del nostrano cespugliame “comunista” ne seguono un po’ la traccia: solidarietà alle proteste popolari e alle loro aspirazioni di libertà e democrazia. Che è poi, materialisticamente, la generica cazzata che si dice quando non solo non si controlla minimamente il processo, ma nemmeno si sa con precisione in che cosa consista.

Questa vaghezza sul DOPO non sarebbe nemmeno gravissima se si originasse semplicemente dalla resa predittiva di fronte alla complessità della questione.Purtroppo non è umiltà al cospetto delle infinite aperture del futuro. È psicoanalitica rimozione.Perché (al netto dei ritardati mentali che sognano un Iran socialista e dei mascalzoni che propagandano un Iran felicemente liberaldemocratico) c’è un angolino del nostro cervello militante in cui quel pugno di neuroni non sopiti ci suggerisce che il DOPO sarà sicuramente peggio del PRIMA.

La balcanizzazione e una destabilizzazione di lungo periodo, con terrorismi endemici e secessionismi a catena, non è infatti un’opzione, è un destino dello spazio iranico “libero e democratico”.Facciamo pure l’improbabile ipotesi che la transizione avvenga il più morbidamente possibile (che i pasdaran -un piccolo stato nello stato- tolgano il disturbo con un mugugno e una buonuscita in dollaroni; i vertici militari cambino in blocco casacca; la parte “buona” delle istituzioni si faccia traghettare senza intoppi e pure senza intoppi si reinseriscano larghi settori politici della diaspora), che il processo si dipani autonomo in un irrealistico vuoto geopolitico (immaginiamoci dunque che Russia e Cina, mute, incassino il colpo, il Pakistan si faccia distrarre, magari dall’India, la Turchia resti affaccendata nelle vicende siriane, e soprattutto Usa e Israele, intimoriti dal roccioso neneismo di Rifondazione, si convincano a gettare la spugna).Bene, continuiamo la finzione: governo di unità nazionale per far transitare alla democrazia il paese (suvvia, sulle prime è in grado di accontentare un po’ tutti), grande impegno nel cancellare i simboli del passato e raccontarne le nefandezze, allegrezza universale perché tornano le minigonne e ogni giorno vengono aperti decine di migliaia di account su Onlyfans da belle persiane senza un quattrino.

Ora, anche in questo idilliaco quadro di notevolissima improbabilità, c’è qualche sano di mente che scommetterebbe che la transizione proceda oltre la boa delle prime elezioni senza scricchiolii sempre più rumorosi per deflagrare appena dopo il voto? E già soltanto per cause endogene?Non rimuovete, mi raccomando. Ascoltate quegli sparuti neuroni confinati nell’angolino!

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