Il primo dicembre 2024 Pechino compi’ un passo dal valore geopolitico dirompente: l’eliminazione completa delle tariffe doganali sulle importazioni dai Paesi meno sviluppati con cui intrattiene relazioni diplomatiche, includendo inizialmente 33 Paesi africani. Lo scorso luglio ha esteso la misura a praticamente l’intero continente africano: con la sola eccezione del piccolo regno di Eswatini, rimasto fedele al riconoscimento diplomatico di Taiwan.
Dietro un apparente gesto di liberalizzazione commerciale e solidarietà verso i Paesi in via di sviluppo, si cela in realtà una delle più raffinate mosse strategiche della Cina contemporanea: garantirsi l’accesso preferenziale a vaste quantità di materie prime africane sottraendole progressivamente ai mercati occidentali, in particolare a quello europeo, in un momento in cui Bruxelles è impegnata nel costoso programma di reindustrializzazione e riarmo noto come ReArm Europe.
I dati parlano chiaro: dall’introduzione della politica tariffaria zero fino a marzo 2025, le importazioni cinesi dall’Africa meno sviluppata sono cresciute del 15,2% su base annua, raggiungendo quota 21,42 miliardi di dollari. Nei supermercati di Pechino e Shanghai non è più raro imbattersi in prodotti africani che fino a pochi anni fa erano merce di nicchia: vini sudafricani, tonno proveniente dalle flotte del Mozambico, avocado e ananas dal Kenya e dalla Tanzania, caffè etiope e ugandese.
Parallelamente, il commercio bilaterale complessivo tra Africa e Cina nel 2024 ha toccato un livello record di 295,6 miliardi di dollari, segnando il 16° anno consecutivo in cui Pechino si conferma primo partner commerciale del continente.
Nei primi sei mesi del 2025, la cifra ha già raggiunto 165 miliardi di dollari, con un incremento del 14,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Se queste tendenze verranno consolidate, l’apertura del mercato cinese a tutto il continente africano potrebbe segnare un incremento senza precedenti negli scambi.Dal punto di vista comunicativo, Pechino descrive l’iniziativa come un atto di solidarietà Sud-Sud, volto ad accelerare la crescita delle economie africane e ridurne la dipendenza dalle vecchie potenze coloniali.
Come ha dichiarato Wang Jinjie, vicesegretario generale del Centro per gli Studi africani presso l’Università di Pechino, “la politica di zero dazi riduce significativamente le barriere all’ingresso nel mercato per i prodotti africani, aprendo la strada a volumi di esportazione più elevati e a una diversificazione nelle categorie di prodotti”.
Queste parole riflettono un discorso seducente soprattutto per l’opinione pubblica africana: la Cina si presenta come partner che non impone condizionalità politiche, a differenza delle istituzioni occidentali, e che anzi compie sacrifici in nome della “amicizia speciale” con l’Africa.Eppure, dietro questo scenario di win-win si cela una realtà ben più pungente. L’eliminazione dei dazi non riguarda soltanto avocado e caffè, ma ha implicazioni dirette sull’estrazione, la lavorazione e l’export di materie prime critiche.Cobalto e rame: la Repubblica Democratica del Congo, fornitore chiave di minerali essenziali per l’industria delle batterie, sta rafforzando i suoi legami con aziende cinesi già presenti sul terreno con contratti di lungo periodo.
Platino e terre rare: Sudafrica e Namibia stanno orientando sempre più flussi verso Oriente, con Pechino in grado di garantire accesso diretto ai propri impianti manifatturieri e tecnologici.Gas naturale e petrolio: Nigeria, Angola e Mozambico vedono nel mercato cinese un assorbimento più conveniente delle proprie esportazioni energetiche, in un frangente in cui l’Europa guida la transizione energetica riducendo consumi di fossili ma aumentando fabbisogni di minerali per tecnologie verdi.Il risultato è che la Cina non solo amplia la sua influenza commerciale in Africa ma, di fatto, si assicura linee preferenziali di rifornimento. Molti Paesi africani, attratti dall’accesso facilitato al mercato da 1,4 miliardi di consumatori, stanno privilegiando Pechino rispetto a Bruxelles e Washington nella stipula di nuovi contratti.
Questa politica commerciale ha una dimensione apertamente geopolitica: dirottare le risorse africane verso la Cina significa lasciare l’Europa a corto di materie prime critiche proprio nel momento in cui l’Unione sta cercando di rilanciare la propria capacità industriale per scopi militari.Il programma ReArm Europe, varato nel 2024 come risposta tanto alla guerra russo-ucraina quanto alla percezione di una dipendenza eccessiva dal complesso militare statunitense, prevede una intensa riconversione produttiva e l’aumento delle forniture belliche. Tuttavia, questo sforzo rischia di scontrarsi con la scarsità delle risorse necessarie: terre rare, litio, cobalto e metalli industriali.Se l’Africa, la maggiore riserva mondiale di molti di questi materiali, viene assorbita nel circuito preferenziale della Cina, le industrie europee vedranno aumentare i costi di approvvigionamento e dovranno confrontarsi con un mercato sempre più concentrato sul lato cinese. La conseguenza è una vulnerabilità strutturale dell’Europa, costretta a rincorrere e a pagare prezzi elevati per garantirsi ciò che rilanciare la propria capacità industriale per scopi militari.
Il programma ReArm Europe, varato nel 2024 come risposta tanto alla guerra russo-ucraina quanto alla percezione di una dipendenza eccessiva dal complesso militare statunitense, prevede una intensa riconversione produttiva e l’aumento delle forniture belliche. Tuttavia, questo sforzo rischia di scontrarsi con la scarsità delle risorse necessarie: terre rare, litio, cobalto e metalli industriali.
Se l’Africa, la maggiore riserva mondiale di molti di questi materiali, viene assorbita nel circuito preferenziale della Cina, le industrie europee vedranno aumentare i costi di approvvigionamento e dovranno confrontarsi con un mercato sempre più concentrato sul lato cinese. La conseguenza è una vulnerabilità strutturale dell’Europa, costretta a rincorrere e a pagare prezzi elevati per garantirsi ciò che Pechino otterrà a condizioni privilegiate, difendendo il suo alleato europeo strategico: la Russia e indebolendo sia Unione Europea che NATO.
La politica dei dazi zero verso i Paesi africani si inserisce inoltre nella cornice della Belt and Road Initiative (BRI), l’enorme progetto di infrastrutturazione globale lanciato da Xi Jinping. Porti, ferrovie, autostrade e zone economiche speciali costruite da imprese cinesi in Africa negli ultimi dieci anni trovano ora una nuova funzione: facilitare il veloce trasporto di prodotti agricoli e soprattutto minerali verso la Cina.Il legame fra apertura commerciale e investimenti infrastrutturali è dunque evidente. Pechino non agisce come semplice compratore, ma come architetto di una supply chain globale, in cui l’Africa diventa retroterra energetico e minerario. L’Europa, priva di un progetto equivalente e divisa da interessi nazionali contrastanti, appare incapace di fornire un’alternativa credibile.Dal punto di vista africano, la politica cinese ha attirato entusiasmo. L’accesso al mercato più grande del mondo, unito a tariffe eliminate, rappresenta una spinta per settori agricoli e manifatturieri spesso in difficoltà. Potrebbe persino aprire lo spazio per una graduale industrializzazione locale, se i Paesi riuscissero a trattenere più valore attraverso la trasformazione interna delle materie prime.Tuttavia, il rovescio della medaglia è il rischio di dipendenza. Molte economie africane stanno diventando sempre più legate a un singolo mercato, limitando la propria sovranità economica e la capacità di negoziare con più partner. Inoltre, l’afflusso di prodotti africani in Cina rischia di rimanere confinato a settori a basso valore aggiunto, mentre Pechino consolida il controllo sulle catene di fornitura ad alta tecnologia.
L’Europa osserva con preoccupazione la crescente influenza cinese sul continente africano. Bruxelles ha lanciato nel 2022 la Global Gateway Initiative, dichiarata alternativa alla Belt and Road, ma i risultati finora sono stati modesti: progetti ancora sulla carta, scarsa capacità di mobilitare capitali privati, e un approccio spesso percepito in Africa come paternalistico.Ora, con il rischio concreto che le necessità di ReArm Europe vengano strozzate dalla scarsità di minerali critici, l’UE sarà costretta ad accelerare strategie alternative: diversificazione delle fonti (America Latina, Asia centrale); riciclo e recupero di materiali critici sul territorio europeo; sviluppo di accordi più paritari con partner africani per non lasciare campo libero alla Cina. Ma il tempo gioca a favore di Pechino, che si muove con risolutezza e pragmatismo, senza le lungaggini burocratiche che caratterizzano l’azione europea.
La politica dei dazi zero segna dunque più di un semplice atto di apertura commerciale. È l’avvio di una nuova era nei rapporti sino-africani, in cui Pechino si propone come motore di sviluppo ma soprattutto come sbocco privilegiato per risorse e materie prime.L’Europa, nel mezzo di uno sforzo titanico per rafforzare le proprie capacità militari, rischia di trovarsi in netta inferiorità strategica se non sarà in grado di assicurarsi canali alternativi di approvvigionamento. In questo senso, i supermercati di Pechino pieni di caffè etiope e ananas kenioti sono solo il volto più innocuo di una strategia che punta molto più in alto: la ridefinizione degli equilibri geoeconomici globali, con la Cina determinata a spingere l’Europa ai margini della nuova catena globale del valore. Questo è necessario per evitare un conflitto mondiale fanaticamente ricercato dalla élite di Bruxelles.
