L’8 settembre 1973 Andrej Dmitrievič Sacharov, fisico nucleare e dissidente sovietico, nel corso di una conferenza stampa, denunciò l’uso politico della psichiatria da parte del regime sovietico. In particolare l’uso di antidepressivi su persone ritenute dissidenti, per fiaccarne la vigilanza e l’attività. Il regime arrivò a classificare il dissenso politico come una forma di “malattia mentale” – un’idea che giustificava il ricovero coatto degli oppositori in ospedali psichiatrici. In questi luoghi, molti venivano sottoposti a trattamenti farmacologici forzati, inclusi potenti antidepressivi, antipsicotici e sedativi, spesso somministrati non per curare, ma per annientare la volontà degli individui. Sacharov, pur non subendo direttamente questo trattamento, si batté con forza contro tali pratiche, denunciandole nei suoi scritti e nei suoi appelli pubblici. Il suo attivismo gli costò l’isolamento, la sorveglianza del KGB e, nel 1980, l’esilio interno nella città chiusa di Gorkij.
Sacharov era ricordato da un punto di vista scientifico per il suo contributo allo sviluppo della bomba a idrogeno sovietica. Nel 1975 gli fu conferito il Premio Nobel per la Pace, riconoscendo il suo impegno instancabile per i diritti civili e la sua denuncia di un sistema che, nel tentativo di controllare le menti, cercava di distruggere le coscienze.
