Alfredo Facchini
Ahmad Salem ha ventiquattro anni. Arriva dal campo profughi palestinese di al-Baddawi, periferia del mondo e fabbrica di esili. Cresce tra lamiere e promesse insabbiate. Poi 6 mesi fa tenta la strada dell’asilo politico in Italia. A Campobasso si presenta davanti alla Commissione territoriale.
Ahmad porta la sua storia e finisce subito nel mirino. Il suo cellulare diventa materia d’indagine. Glielo sequestrano, ne estraggono frammenti di discorsi, li incollano a un’accusa di istigazione e autoaddestramento. Il codice penale diventa una trappola. Gli imputano l’articolo 414 e il 270-quinquies: istigazione, autoaddestramento, terrorismo. Lo dipingono come un “jihadista”. Bastano due frasi tagliate di netto da un video di otto minuti – un appello alla mobilitazione contro il massacro di Gaza, un invito alla rivolta in Cisgiordania, al riempire le piazze in Libano – per trasformarlo nel nemico perfetto. In un passaggio Ahmad chiama in causa il torpore del mondo arabo e musulmano, denuncia l’indifferenza davanti ai crimini commessi da Israele. Per la Digos, questo basta: “propaganda jihadista”.
Quanto ai presunti “video istruttivi”, la montatura è ancora più scoperta. Si tratta di filmati della resistenza palestinese, già mandati in onda da tutte le testate nazionali. Nessuna tecnica, nessuna scheda, nessun manuale. Solo ciò che chiunque ha potuto vedere in televisione o sui social: l’assedio, le esplosioni, i blindati israeliani colpiti. Materiale di cronaca, trasformato d’ufficio in prova d’accusa.Eppure Ahmad è rinchiuso da più di sei mesi in una cella ad alta sicurezza a Rossano Calabro, in attesa di giudizio. I suoi avvocati hanno portato la questione in Cassazione.
Ahmad Salem è semplicemente un giovane profugo che ha alzato la voce contro un genocidio. Per questo oggi è in galera. E per questo il suo caso riguarda tutti.

