Alfredo Facchini
Judenrat. In tedesco “consiglio degli ebrei”: indica i consigli ebraici imposti dal regime nazista nei ghetti durante l’Olocausto. Un meccanismo calato dall’alto, attivato nei ghetti di Varsavia, Łódź, Vilna, Białystok, Lublino, Cracovia, Kovno, Minsk, Czernowitz, Przemyśl, Radom, Częstochowa, Sosnowiec e Bedzin. Questi consigli (Judenräte al plurale) agivano sotto il diretto controllo dei nazisti, che imponevano un’obbedienza totale dentro mura alzate da altri. L’occupante sceglieva chi lavorava, chi mangiava, chi spariva. Agli ebrei veniva chiesto di organizzare la propria pena. Una catena travestita da amministrazione.
La creazione del Judenrat nel ghetto di Varsavia risale al 4 ottobre 1939: uno dei primi casi in cui le autorità tedesche imposero un organismo completamente controllato.Roma, l’Impero romano, lo faceva duemila anni prima: cooptare le élite locali e farle governare un territorio che in realtà controllava lei.
Ma perché tornare a parlare di quelle pagine nere?Perché quel metodo ritorna. Oggi la stessa logica riappare con altri nomi: ai dominati la facciata, al dominatore il comando.Il 17 novembre 2025 il Consiglio di Sicurezza ha approvato la Risoluzione 2803. È il via libera al piano di Trump per Gaza, il “Comprehensive Plan to End the Gaza Conflict”, e alla “Trump Declaration for Enduring Peace and Prosperity”. La cornice è quella dell’ONU, ma la regia resta la stessa.
Nasce così il “Board of Peace”: organismo con personalità giuridica internazionale, presieduto da Trump. Dovrebbe guidare la ricostruzione e la ripresa della Striscia. In teoria provvisorio, in pratica dotato di potere pieno. E soprattutto con un obiettivo riassunto in una sola parola sibillina: preparare Gaza a un “eventuale” trasferimento all’Autorità Palestinese. “Eventuale”: un intero abisso di incognite.La Risoluzione autorizza anche la “International Stabilization Force”, una forza militare internazionale incaricata di vigilare sul cessate il fuoco, sorvegliare la sicurezza, affiancare una polizia palestinese selezionata dall’alto, gestire la demilitarizzazione del territorio. Il tutto sotto il controllo del “Board of Peace”. Una struttura che resterà in piedi fino al 31 dicembre 2027, salvo proroghe. Un altro margine che spalanca dubbi.
Il finanziamento della ricostruzione dovrà arrivare dagli Stati membri e dalle grandi istituzioni finanziarie globali. Il copione è noto: mani che danno e mani che pretendono, fondi che arrivano con clausole, promesse che diventano vincoli.La Risoluzione passa con 13 voti favorevoli e 2 astensioni. Russia e Cina si tirano indietro senza bloccare nulla. Criticano la scarsa presenza palestinese nella governance, l’opacità dei meccanismi, l’assenza di un vero ruolo dell’ONU, la vaghezza sul futuro della Striscia e dell’idea dei due Stati. Denunciano, sì, ma poi lasciano che tutto avanzi. L’ennesima resa camuffata da neutralità.
Il risultato è chiaro: Gaza resta nelle mani di chi non la abita. Il mondo applaude un disegno che non spezza l’assedio, lo rinnova. Ai palestinesi si chiede soltanto di assistere, ancora una volta, alla gestione esterna della loro vita.Settantasette anni di espulsioni, distruzioni, rapine di terra, punizioni collettive, morte. E oggi il destino di un popolo viene nuovamente scritto altrove, con il sigillo dell’ONU. Gaza non viene liberata: viene amministrata. Ancora una volta.
Judenrat: il parallelismo è chiaro. Quando chi occupa pretende che siano gli oppressi a reggere la gabbia, l’illusione sostituisce la libertà. E il mondo applaude un dispositivo che maschera l’assedio e lo mantiene in vita.
