Alfredo Facchini
La sentenza che arriva dal Tribunale di Roma ha la freddezza e la ferocia di un colpo sparato alle spalle. Recita che, quando sono in gioco gli “interessi superiori dello Stato”, la reazione armata diventa legittima. È forse l’atto giudiziario più indecente partorito in quel decennio.
Per una volta non ci sono spari anonimi, mani invisibili. Qui chi preme il grilletto si presenta, si giustifica, offre come scudo la legge Reale. Una norma cucita su misura per garantire l’impunità. Chi porta la divisa sa che può sparare. Sa che può uccidere. Accade a Piero Bruno nel ’75. Accadrà a Mario Salvi l’anno dopo. A Francesco Lorusso e a Giorgiana Masi nel ’77.
Roma, 22 novembre 1975. Un corteo attraversa il centro per sostenere le lotte di liberazione in Angola. All’altezza dell’ambasciata dello Zaire, un gruppo avanza oltre il grosso del corteo. All’imbocco di via Muratori trovano i carabinieri di Mestre schierati come un reparto in zona di guerra. Due molotov in aria. La fuga. Gli stivali che corrono dietro. La strada scende. È lì che comincia la caccia.
I carabinieri sparano ad altezza d’uomo. Piero Bruno cade, centrato alla schiena da un proiettile del carabiniere Pietro Colantuono. Due altri compagni vengono sfiorati alla testa. Piero è a terra, ansima, e un compagno si getta su di lui per trascinarlo via. Un agente in borghese – Romano Tammaro – gli punta addosso la pistola. Colpisce Piero a una gamba e il soccorritore a un braccio.
Una testimone lo vede insultare il ragazzo mezzo morto. Lo sente urlare che lo ammazzerà davvero. Racconta di averlo visto chinarsi, premere il grilletto che fa solo “clic”, mentre Piero alza le mani sul viso.
“Ma io ti ammazzerei veramente”, gli grida. Poi gli solleva la testa e gliela lascia cadere sull’asfalto come si fa con un sacco vuoto.
Infine il depistaggio: il corpo trascinato verso l’ambasciata per simulare un’altra scena, un’altra traiettoria, un’altra verità.
Piero muore il giorno dopo in ospedale. L’8 dicembre avrebbe compiuto diciotto anni. Studente dell’Armellini, militante nei Cps e in Lotta Continua alla Garbatella.
Nessuno degli uomini in divisa viene fermato. Le perizie contano almeno quindici proiettili sparati a bersaglio pieno. Oltre a Colantuono e Tammaro, c’è anche il sottotenente Saverio Bosio. Tutti liberi. Tutti coperti.
Nel dicembre del ’76 arriva l’archiviazione firmata dal giudice Lacanna, su proposta del pm Vecchione. La pratica è chiusa. La giustizia pure.
Nessuno ha pagato.
