Lavinia Marchetti
Il tema del suicidio assistito delle gemelle Kessler, ha creato molto dibattito, devo dire con mio stupore. Mi ha fatto pensare. Soprattutto perché le gemelle Kessler avevano 90 anni. Quindi la ritenevo una soluzione pacifica per tutti.
Qualche anno fa lessi di Shanti De Corte, la ragazza a cui è stata concessa, in Belgio, l’eutanasia per depressione grave. Per chi non ricordasse il caso cito: “Shanti, una ragazza fiamminga di Anversa che sei anni fa scampò miracolosamente all’attentato avvenuto all’aeroporto di Bruxelles-Zaventem e rivendicato dall’Isis, non ha mai superato il trauma psichico subito in seguito all’esplosione della bomba nell’area dei check-in dello scalo aereo della capitale belga. Già da prima, hanno ricostruito i media locali, la ragazza soffriva di problemi psicologici, ma lo shock subito con l’attentato aveva aggravato la sua condizione rendendogliela insopportabile”. La scelta più difficile, quella di chiedere l’eutanasia, è giunta a compimento il 7 maggio 2022 quando ha detto definitivamente addio alla vita con i suoi genitori al capezzale.
Da anni era tormentata da incubi: “Ho riso e pianto fino all’ultimo giorno”, ha lasciato scritto sul suo profilo Facebook. “Ora me ne vado in pace. Sappiate che già mi mancate”.
Questo caso fu molto controverso, e mi stupisco, ad esempio che in Italia non si sia parlato molto di Siska De Ruysscher, 26 anni, caso che in qualche modo risponde alle mille obiezioni fatte sul caso delle Kessler, senza che davvero riguardasse loro, ma il nostro problema con la morte e probabilmente con la religione. Siska De Ruysscher, ragazza fiamminga di 26 anni, deceduta il 2 novembre scorso, e da 13 anni, cioè metà della sua vita, ha avvertito l’impulso di togliersi la vita, tanto da averci già provato più volte. Ora si sentiva arrivata al capolinea e ha chiesto e ottenuto di poter morire con l’eutanasia, legale in Belgio dal 2012.
Vittima di atti di bullismo fin dall’asilo, Siska soffriva di una profonda depressione dalla preadolescenza, con il primo tentativo di suicidio a 14 anni, al quale ne sono seguiti molti altri.
«Il mio corpo – racconta – non ce la fa più, come la mia psiche. Sono esausta. Non riesco più a lavorare, le piccole cose della vita quotidiana, come alzarmi, vestirmi, aprire le persiane, sono ostacoli insormontabili».
E dopo anni di cure dei suoi disturbi mentali, rivelatesi inutili ha lanciato un atto di accusa contro le carenze nella gestione dei disturbi psichiatrici in Belgio. Molti pazienti, è la sua protesta, devono aspettare mesi prima di poter iniziare un percorso di cura, i ricoveri di lunga durata in psichiatria presentano numerose lacune. La giovane racconta di aver dovuto convivere con altre persone affette da gravi disturbi depressivi, patologie comportamentali, tossicodipendenza, o che uscivano da centri di detenzione per minori. E spiega che i pazienti «si influenzano a vicenda, alcuni di loro prendono una cattiva strada».
A 17 anni Siska ha dovuto trascorrere alcune settimane in una cella di isolamento: non c’è personale sufficiente per garantire la sicurezza del paziente, che viene quindi messo nella condizione di non poter nuocere a sé stesso. Ma Siska ha sofferto terribilmente la solitudine proprio nel momento in cui aveva più bisogno di sostegno: «La porta era chiusa a chiave, devi aspettare che vengano a prenderti, non hanno tempo di venire a occuparsi di te». Oggi, non vedendo più alcuna via d’uscita e dopo un ultimo viaggio in India documentato dal suo profilo Instagram, quasi un addio alla vita, ha voluto ottenere l’eutanasia, ma ha lasciato un messaggio per una migliore assistenza ai pazienti affetti da malattie psichiatriche: «A prescindere dal mio percorso, molte cose potrebbero essere diverse.
La situazione «è molto difficile, soprattutto per chi mi sta vicino. Uso la poca energia che mi resta per incoraggiare gli altri a raccontare la loro storia. Spero così che il movimento prenda piede e segni l’inizio di un cambiamento».
Ecco, il vero problema del suicidio assistito credo risieda nelle parole di questa ragazza, non nelle polemiche inutili sulle Kessler. Da casi come questi possiamo tracciare un limite giuridico. Però la domanda resta. Se lo Stato non avesse permesso a Shanti o a Siska, la quale, ricordo, ha tentato il suicidio innumerevoli volte, l’assistenza per il suicidio, quante volte avrebbero dovuto far da sole fino a riuscirci? Come stabilire una biopolitica sul corpo altrui? La domanda non deve essere né ideologica, né religiosa. Ma basarsi sulla scelta. Le responsabilità di aver creato un mondo orribile, anzi di averlo accettato, spesso passivamente, sono di tutti noi. Poi però c’è l’individuo con la sua sofferenza e credo che uno Stato debba rispondere a lui, alle sue scelte e non al volere di una “massa” indistinta di persone giudicanti che niente sanno della sua sofferenza.
La depressione può essere una malattia più invalidante del cancro. Riusciremo mai a considerarla davvero una malattia? Con questo chiudo l’argomento.
