REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: IL GOVERNO HA PAURA DEL “NO”. MESSE IN ATTO MANOVRE DISCUTIBILI AFFINCHE’ IL “SI’” TRIONFI

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REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: IL GOVERNO HA PAURA DEL “NO”. MESSE IN ATTO MANOVRE DISCUTIBILI AFFINCHE’ IL “SI’” TRIONFI

Luciano Graziuso

Salvo slittamenti, saranno domenica 22 e lunedì 23 marzo i giorni scelti per il voto riguardante il Referendum sulla Giustizia; i cittadini dovranno recarsi alle urne per decidere se approvare o meno le modifiche costituzionali già stabilite in Parlamento. Dato che non ci separa molto tempo da queste date, facciamo un po’ di chiarezza: innanzitutto, si sta cercando di intaccare l’equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione, col governo che minaccia gravemente di indebolire uno dei pilastri della democrazia: l’uguaglianza di fronte alla giustizia.

Come ben sappiamo, i tre poteri che reggono il nostro Stato sono il legislativo (esercitato dal Parlamento), l’esecutivo (dal governo) e il giudiziario (dalla magistratura). Gli italiani più svegli, che sono in aumento, si sono ormai accorti che il potere legislativo esiste solo sulla carta: la premier Meloni e i suoi alleati politici, infatti, usano il Parlamento come semplice “passacarte” in quanto, avendo una maggioranza schiacciante, possono approvare qualunque e qualsivoglia provvedimento che vi fanno arrivare. L’unico argine al loro strapotere proviene proprio dalla Magistratura, che infatti hanno deciso di attaccare in nome del loro storico capo politico, Silvio Berlusconi, ed il ministro Nordio si è fatto l’araldo di tale compito.

COSA CAMBIEREBBE SE VINCESSE IL SI’

In caso di vittoria del “no”, naturalmente, non muterebbe nulla. I magistrati potrebbero cambiare ruolo (da PM a giudice e viceversa) ed il CSM sarebbe sempre composto da 26 membri: 16 togati (eletti dai magistrati), 8 membri laici (scelti dal Parlamento, 4 dalla Camera e 4 dal Senato) più il Primo Presidente e il Procuratore Generale della Cassazione. In questo sistema, i membri laici eletti dai politici fanno fatica a risultare decisivi perché i togati, più numerosi, riescono quasi sempre ad avere la meglio. Ma cosa succederebbe se fosse il “sì” a trionfare? In questo caso, per prima cosa, l’ordine giudiziario verrebbe frammentato: giudici e PM diventerebbero due corpi distinti ed i magistrati non potrebbero più cambiare ruolo una volta scelto; la maggior parte dei nostri media non ci dice altro, infatti l’obiettivo del governo è servirsi della propaganda per gettare fumo negli occhi dei cittadini e far credere che votare sì implicherà soltanto la separazione delle carriere dei magistrati. Ma c’è molto di più, purtroppo… Col “doppio CSM”, infatti, le varie decisioni (nomine, incarichi direttivi, promozioni, punizioni etc.) verrebbero prese per ambiti separati; tantissimi giuristi e costituzionalisti a tal proposito hanno lanciato l’allarme, avvisando che quando un organo collegiale si divide in sottosistemi, la minoranza (e quindi, guarda caso, i membri laici del governo…) diventa più influente. Perché avverrebbe tutto ciò? Ecco il motivo: mentre i membri togati rappresenterebbero solo giudici o solo PM, i membri laici diverrebbero gli unici partecipanti a tutte le decisioni; è ora facile comprendere, dunque, che sarebbero in possesso di un peso specifico molto maggiore di quello attuale e anzi potrebbero rappresentare il vero e proprio ago della bilancia nelle votazioni più incerte. Si intuisce il rischio concreto di perdita d’autonomia e indipendenza della magistratura a causa del controllo sempre maggiore che subirebbe dal governo, ma non è finita qui. Ove vincesse il “sì”, i membri togati, ora scelti dai magistrati, verrebbero invece a dipendere da un sorteggio! Oltre all’evidente assurdità della questione in sé (a quale paziente piacerebbe, ad esempio, essere operato da un chirurgo non scelto da lui ma selezionato a caso?), che sembra non considerare minimamente la meritocrazia, questo sistema di scelta ci fa storcere il naso, vista la possibilità, da non escludere in assoluto, di manovre poco limpide che potrebbero intervenire sulle operazioni di sorteggio.

L’OSTRUZIONISMO DEL GOVERNO NEI CONFRONTI DEL “NO”

L’esecutivo, nonostante il controllo quasi totale che esercita sui mezzi d’informazione, specialmente tv e carta stampata, ha dimostrato di temere una sconfitta – cosa peraltro sempre accaduta ogniqualvolta il popolo italiano è stato chiamato a esprimersi su cambiamenti della Carta costituzionale – e sta cercando di ostacolare il fronte del “No” poiché il tempo sembra proprio giocare a favore di quest’ultimo.

Una raccolta di 500.000 firme e passa partita dal basso è avvenuta in tempi record (solo tre settimane!) e, nonostante le richieste dei cittadini di spostare in avanti le date, l’esecutivo ha scelto come giorni del voto popolare il 22 e 23 marzo, quando si poteva andare ben oltre, almeno in aprile, per permettere che tutti avessero l’opportunità di informarsi meglio sulla materia referendaria, sui contenuti del pronunciamento, che, come si può ben arguire, riguarda argomenti di peso e addirittura la Legge fondamentale del nostro Paese, dunque richiederebbero una riflessione e un’informazione non superficiali.

GLI ATTACCHI STRUMENTALI AI GIUDICI E LE CONTRADDIZIONI DI NORDIO

Un’altra tecnica utilizzata dal governo per convincere più gente possibile a votare “sì” al referendum è quella di screditare in tutti i modi la magistratura, avvalendosi dell’immancabile aiuto della maggioranza dei mass media. Quasi ogni giorno almeno un politico o un giornalista attaccano il CSM e/o il giudice di turno in modo del tutto strumentale, per provocare nei cittadini odio verso le toghe in vista del voto imminente. Ciascun caso giudiziario (la famiglia del bosco, Garlasco, il “Pandoro-gate” ecc) viene ormai affrontato col principale – se non unico – obiettivo di gettare fango sull’operato del magistrato di turno, cercando in questo modo di mettere in cattiva luce l’intera categoria.

Detto questo, non riteniamo assolutamente che tutti i giudici siano infallibili, nessuno al mondo lo è; condanniamo però con forza la violenza e la strumentalità degli attacchi. Appare infatti evidente la totale assenza di connessione logica tra le eventuali valutazioni errate da parte delle toghe e l’attuale “format” della magistratura: qualora esso venisse stravolto in seguito al referendum, infatti, le possibilità di assistere a delle sentenze ingiuste resterebbe inevitabilmente invariata. Tutto ciò rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che la riforma proposta non è stata pensata per migliorare l’efficienza e la velocità del servizio offerto ai cittadini, ma per aumentare il controllo dell’esecutivo sul potere giudiziario. Anche Nordio, involontariamente, ha fornito supporto a questa tesi. Il ministro dapprima ha negato che votare “si’” rappresenti un attacco ai giudici o una minaccia nei confronti della magistratura, ma in seguito si è di fatto contraddetto, lasciandosi sfuggire con la segretaria del PD Elly Schlein che la Riforma della Giustizia gioverebbe anche alla sinistra, se in futuro riuscisse a tornare al governo.

Come si dice in questi casi, a buon intenditor poche parole…

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