TRUMP E IL “PROJECT FREEDOM”. SÌ, FA RIDERE.

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TRUMP E IL “PROJECT FREEDOM”. SÌ, FA RIDERE.

Lavinia Marchetti

L’AESTHETICA DEL COLLASSO E LA PROTERVIA IMPERIALE. L’immagine plastica, di repertorio, con cui “il manifesto” apre questo maggio del 2026 deriva dalla fenomenologia del grottesco. La scena è da B-movie postapocalittico. Il presidente Donald Trump e la first lady Melania Knauss che osservano l’esplosione di bombe durante una dimostrazione di potenza navale (il 5 ottobre 2025), trasformando l’apocalisse in un evento di gala. È il simbolo perfetto del delirio. È il trionfo del simulacro, dove la distruzione diventa intrattenimento e la strategia annega nel narcisismo di un’amministrazione che ha scambiato la geopolitica per un reality show di pessimo gusto. Eppure, sotto la superficie patinata delle esplosioni controllate, il mondo reale sanguina. Lo Stretto di Hormuz è oggi un’aporia geografica, un imbuto dove la globalizzazione si è incagliata tra i rimasugli di una guerra scatenata il 28 febbraio e un cessate il fuoco che è solo un’altra forma di assedio.

Mentre Trump lancia con enfasi messianica il suo «Project Freedom», un nome che sembra uscito da una sceneggiatura distopica per nascondere l’incapacità di uscire dalla propria stessa rete, l’Iran (Per fortuna) risponde con la fredda razionalità di chi sa che il tempo e lo spazio sono i suoi unici alleati. E intanto, lontano dai riflettori del Golfo, la medesima mano imperiale stritola Cuba con una crudeltà che non ha altro nome se non «punizione collettiva», dimostrando che per Washington l’umanitarismo è solo un’etichetta intercambiabile, un feticcio da sventolare mentre si affamano milioni di persone.

Nel progetto “freedom” c’è tutto tranne che la libertà. Stavolta esportano solo un’entropia calcolata che serve a mantenere in vita un’egemonia morente. Il generale e filosofo cinese Sun Tzu, citato da Alberto Negri, stamani, su il manifesto, ci ricorda che una tattica senza strategia è solo il rumore che precede la sconfitta. Il Project Freedom è l’epifenomeno di questo rumore. Annunciato domenica sera su Truth Social come un «gesto umanitario» per liberare le oltre duemila imbarcazioni intrappolate nel Golfo, l’operazione non è altro che un rebranding di disperazione. Trump sostiene di voler aiutare navi di «paesi terzi neutrali» che non hanno nulla a che fare con il conflitto, ma la realtà descritta dal Centcom parla di una mobilitazione bellica massiccia: 15.000 militari, 100 aerei e cacciatorpediniere lanciamissili inviati a «guidare» (termine ambiguo che nasconde la scorta armata) i mercantili attraverso acque infestate da mine e droni.

Il risultato? Un ingorgo marittimo senza precedenti. Circa 20.000 marittimi sono oggi ostaggi di una contesa che non comprendono, con scorte di cibo e acqua che si assottigliano mentre i loro armatori non osano accendere i motori. Nessuna compagnia di assicurazione, nessuna Hapag-Lloyd o Bimco, è disposta a scommettere sulla “guida” americana quando l’Iran ha già dimostrato di poter bucare lo scudo Iron Dome fornito da Israele agli Emirati e di poter colpire con precisione impianti petroliferi a Fujairah. La matematica del disastro è inesorabile. Se la domanda globale di petrolio è espressa dalla funzione D(p) e l’offerta subisce uno shock negativo ΔS a causa della chiusura dello stretto, l’aumento dei prezzi è direttamente proporzionale all’anelasticità della domanda energetica. Con il Brent che tocca i 125 dollari, Trump celebra paradossalmente il record delle esportazioni americane verso l’Asia, mentre alle pompe negli Stati Uniti il cittadino comune paga 4,45 dollari al gallone. È il cinismo del capitale: la guerra come volano per i profitti delle Big Oil (63 miliardi di extra-profitti stimati a marzo) e come strumento per riorganizzare la globalizzazione su assi di potere asimmetrici.

I DELIRI DEL TYCOON E LA DIALETTICA DEL CAOS

Non si può analizzare la situazione senza mappare la psicosi comunicativa della Casa Bianca. In meno di 48 ore, Trump ha dichiarato la guerra in Iran «finita», ha lanciato un’operazione militare massiccia, ha definito i negoziati «molto positivi» e contemporaneamente ha minacciato di cancellare l’Iran dalla mappa se avesse osato interferire con il Project Freedom. Questa è un’oscillazione bipolare che serve a confondere l’avversario e, soprattutto, a nascondere il crollo del consenso interno. Il 66% degli americani disapprova la gestione della guerra, un livello di impopolarità raggiunto in Vietnam solo dopo anni di massacri.

Il presidente si trova impigliato in una rete costruita da lui stesso e dal suo alleato Netanyahu. Mentre Rubio vola in Italia per cercare di ricucire lo strappo con il Vaticano e con il governo Meloni, spaventati entrambi dall’unilateralismo rapace di Washington, Trump si rifugia in una retorica “umanitaria” che suona offensiva. Sostiene che le navi siano “vittime di circostanze”, ma omette di dire che le circostanze sono state create dai suoi bombardamenti del 28 febbraio volti a distruggere il programma nucleare iraniano e provocare un regime change che non è mai avvenuto. Anzi, l’Iran appare più solido che mai nella sua resistenza. Teheran ha smentito categoricamente che navi americane abbiano attraversato lo stretto sotto scorta, definendo il Project Freedom un «delirio» (giustamente). La strategia iraniana è di una semplicità disarmante. Non hanno bisogno di vincere militarmente, basta loro mantenere la pressione, lanciare missili di avvertimento e dimostrare che senza il loro coordinamento non passa nemmeno un barile di greggio. È la rivincita della geografia sulla tecnologia. Uno stretto lungo 20 miglia dove solo 2 sono navigabili è una trappola mortale per qualsiasi flotta, per quanto tecnologicamente avanzata. CUBA: LO STRITOLAMENTO DELL’ANIMA E LA PUNIZIONE COLLETTIVA

Mentre i media mainstream si eccitano per le manovre navali nel Golfo, nell’emisfero occidentale si consuma un crimine silenzioso. Il 1° maggio 2026, invece di onorare il lavoro, l’amministrazione Trump ha scelto di firmare un ordine esecutivo che estende le sanzioni contro Cuba a livelli mai visti dall’inizio dell’embargo nel 1959. Non si tratta più di sanzioni mirate; è una «punizione collettiva» volta a distruggere la spina dorsale della società cubana. Trump ha esplicitamente dichiarato di voler “prendere il controllo” di Cuba quasi immediatamente dopo aver “finito il lavoro” in Iran. La minaccia di far fermare una portaerei a 100 iarde dalle coste dell’Havana è il segnale di una dottrina Monroe reloaded, dove la sovranità dei popoli latini è considerata un inciampo al destino manifesto degli Stati Uniti. Definire queste azioni come “difesa della sicurezza nazionale” è una menzogna ontologica. Come sottolineato da esperti internazionali, stiamo assistendo a un atto di guerra economica che viola le Convenzioni di Ginevra colpendo la popolazione civile. Stritolare Cuba mentre si finge di voler “liberare” le navi a Hormuz è la prova suprema dell’ipocrisia imperiale. Sti bastardi usano il termine “umanitario” come un lubrificante per l’aggressione. Mentre l’Iran “soffre”, ma resiste grazie alle sue dimensioni e alle sue alleanze, Cuba paga il prezzo della sua vicinanza geografica alla bestia, con una crisi energetica che sta riportando l’isola a un nuovo “periodo speciale” forzato dall’esterno.

IL FIORE DEL PARTIGIANO IN UN MONDO DI MOSTRI

Un filo rosso lega le mondine di Porporana agli attivisti della Flotilla e al popolo cubano che marcia contro le sanzioni ed è il rifiuto di essere ridotti a “merce” o a “vittime di circostanze”. C’è chi voleva trasformare bella ciao in un inno all’essere umano universale, dimenticando che la Resistenza è sempre una scelta di campo tra chi invade e chi lotta per la libertà.

Oggi, il campo è più chiaro che mai. Da una parte c’è il Project Freedom, un guscio vuoto di retorica imperiale che nasconde bombardamenti, blocchi navali e speculazioni petrolifere. Dall’altra c’è la dignità di chi non si arrende allo stritolamento. Trump, con i suoi deliri su Truth Social, rappresenta la fase terminale di un potere che non ha più visione, ma solo forza bruta e sarcasmo prepotente. I “bastardi” che guidano questo gioco sanno che il loro tempo è limitato. Lo sanno i pirati somali che tornano ad assaltare le navi nel Golfo di Aden, approfittando del caos creato dalle “grandi potenze”. Lo sanno i giovani delle colline in Cisgiordania, finanziati dal Fondo Nazionale Ebraico per praticare la pulizia etnica mentre il mondo guarda altrove. Lo sa, soprattutto, chi oggi a Gaza o all’Havana guarda il cielo non per cercare stelle, ma per evitare droni.

Non c’è spazio per la neutralità. O si sta con chi porta cibo e speranza sulle navi della Flotilla, o si sta con chi osserva le bombe esplodere con il sorriso di chi crede di essere invulnerabile. La storia si scrive nella memoria di chi, come Ahmed Douma, torna in carcere per la sesta volta in due anni solo perché ha osato continuare a parlare di sogni in un tempo di incubi. E noi non possiamo fare altro che continuare a testimoniare, a smascherare e a lottare. Perché sotto i buchi nell’acqua di Trump, c’è ancora un mare di resistenza che aspetta solo di tornare a galla.

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