In Italia previsti tagli tra gli 8 ed i 15 miliardi annui.
Manuel M Buccarella
Negli scorsi giorni Paolo Gentiloni, commissario Ue agli affari economici e monetari ha presentato, assieme ai suoi colleghi, il nuovo disegno di Psc, patto di stabilità e crescita che diventerà legge dopo l’approvazione di Europarlamento e Consiglio Europeo e che dovrebbe entrare in vigore il 1′ gennaio 2024. È un “gradito” ritorno, dopo la sospensione di qualche anno indotta dalla pandemia da COVID-19.
Nonostante le tanto sbandierate novità contenute nel nuovo “Patto di stabilità”, rimangono per ogni paese gli stessi obiettivi generali previsti dai vincoli di bilancio europei d’origine: debito al massimo al 60% e deficit annuo massimo al 3% del proprio prodotto interno lordo. Cambiano invece le regole per quegli Stati che non rientrano nei parametri. I governi nazionali dovranno presentare piani a medio termine con i propri obiettivi di bilancio, le misure, le riforme e gli investimenti prioritari previsti su un periodo di almeno quattro anni, che saranno esaminati e approvati da Commissione e Consiglio dell’Ue. Ogni piano dovrà contenere obiettivi di spesa pluriennali, che saranno poi utilizzati come base per la sorveglianza fiscale dello Stato in questione. La Commissione redigerà allora un “percorso di rientro” per quei Paesi che hanno un debito pubblico superiore al 60% del proprio Pil (al momento 13 su 27, compresi Francia, Germania e Italia) o un deficit superiore al 3% del Pil. Non vengono specificate, tuttavia, delle precise soglie numeriche: al momento ogni Stato fuori dai parametri deve ridurre il proprio debito del 5% all’anno (un ventesimo), una prescrizione impossibile da rispettare soprattutto per Paesi come Italia o Grecia che hanno un debito di molto superiore al 100% del Pil.
Per garantire la sostenibilità finanziaria, è previsto soltanto che il debito pubblico di ogni Paese sia, alla fine di ogni piano pluriennale, inferiore al livello iniziale e che venga effettuato un aggiustamento fiscale dello 0,5% del Pil all’anno fintanto che il disavanzo di bilancio rimane superiore al 3%.
La situazione italiana.
Premesso che paesi come la Germania, che pure ha difficoltà di bilancio, hanno annunciato battaglia, la situazione italiana non è particolarmente rassicurante. Per il nostro Paese il rapporto debito pubblico/PIL è all’incirca al 145%, cioè oltre 80 punti di PIL sopra il 60%. Per portare questo parametro al 60% in venti anni servirebbe una riduzione ad un ritmo di più del 4% del PIL all’anno, cioè più di 70 miliardi in venti anni.
Secondo proiezioni delle istituzioni europee l’Italia dovrà eseguire un ‘aggiustamento di bilancio’ di 8 miliardi di euro l’anno in sette anni per il nostro Piano strutturale di bilancio a medio termine, o in alternativa di 15 miliardi l’anno se fossimo costretti in un Piano da attuare in quattro anni. Inoltre, a confermare la natura fortemente recessiva del pacchetto, c’è la prescrizione che nel medio termine la spesa pubblica debba crescere meno del PIL. Ovviamente gli aggiustamenti richiesti si trasformano automaticamente in tagli. Nonostante le timide aperture del governo Meloni, che tuttavia non colpisce gli extraprofitti ma anzi agevola le rendite finanziarie, c’è da temere che i principali sacrifici saranno, come sempre, per sanità ed istruzione.

Grrrr!!! Sempre i soliti settori ad essere colpiti: sanità e istruzione, che pagano per i caimani della farmaceutica, del settore bancario, degli speculatori finanziari e dei ricconi evasori endemici!!!! Non è giusto! Bello e interessante l’articolo, mooolto meno belle le “prospettive” di ulteriore impoverimento che fa intravedere…