RACCONTI DALLA PALESTINA

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RACCONTI DALLA PALESTINA

Lavinia Marchetti

Riporto un articolo

“Abbiamo visto a Nablus, Ramallah, Betlemme, Gaza famiglie intere costrette a portare a mano viveri e vettovaglie perché i soldati israeliani non permettono di passare con vetture i check point che circondano queste città. E anche chi, tanti, abita in campagna e deve approvvigionarsi nei centri abitati.

Il riutilizzo del mulo riporta i palestinese indietro nel tempo, i tanti check point sorvegliati militarmente rendono le città enormi carceri.

Abbiamo visto al check point di Hebron coloni armati indicare ai militari quello che dovevano fare e lì non è stato possibile alla nostra delegazione entrare per incontrare il sindaco.Abbiamo visto a Nablus, in un centro di rieducazione al linguaggio per bambini con problemi psicologici, le presenze ridotte a metà; non possono più passare i bus che trasportano i bambini (tra gli adulti la percentuale di disabili mentali raggiunge il 2%).Abbiamo visto a Nablus, a una manifestazione pacifica contro il blocco, carri armati sparare raffiche a tre metri dai manifestanti.Abbiamo visto a Gaza, alberi e case abbattuti e terreni confiscati per costruire un ponte e collegare due insediamenti, vecchi e bambini senza più casa e terra, vivere o meglio sopravvivere nelle tende.Abbiamo sentito di dieci bambini nati al check point di Ramallah di cui quattro morti, con la morte di una madre perché anche le autoambulanze devono aspettare ore e ore per passare.Abbiamo sentito di un villaggio agricolo nella striscia di Gaza in cui i soldati israeliani hanno proibito di costruire pozzi e di accedere con automobili (i malati, e persino i morti, devono essere portati a piedi sino al check point).

Abbiamo visto paesaggi deturpati per fare strade veloci e collegare gli insediamenti dei coloni, riservate solo ad essi, impedendo spesso ai contadini palestinesi di raggiungere i loro terreni.Abbiamo visto, in territori ed in vecchi villaggi palestinesi, colline spianate per costruire enormi insediamenti per decine di migliaia di coloni che forse arriveranno o usati come seconde case da abitanti di Tel Aviv.Abbiamo visto a Gaza come può morire un villaggio: palazzi di civile abitazione distrutti dalle bombe, negozi abbandonati, un villaggio che arretra di fronte alle postazioni militari israeliane a difesa di insediamenti di coloni. Come può morire o come può impazzire nel terrorismo.

Abbiamo visto ragazzi palestinesi di 18 anni davanti a soldati israeliani di 18 anni, umiliarsi ed elemosinare il diritto di andare a trovare i genitori o di studiare in un’altra città.Abbiamo sentito una ragazza dire: basta con i check point, non mi alzo, resto a dormire finchè tutto non è finito; ed un’altra, attraversando un check point con pacchi in mano: e parlano di pace.Abbiamo visto arrestare e rilasciare per ben due volte Mustafà Barguti, autorevole leader della società civile palestinese al termine della conferenza stampa di chiusura, colpevole solo di essersi recato a Gerusalemme, la sua città, per partecipare alla conferenza stampa insieme a due eurodeputate e a rappresentati dei pacifisti europei.Abbiamo incontrato israeliani di origine italiana. Ci hanno chiesto di aiutarli a far riconoscere la Croce Rossa Israeliana ed a far trasferire il consolato nella parte ovest di Gerusalemme. Non si rendono conto di quanto stanno vivendo i palestinesi, ed attribuiscono tutte le responsabilità ad Arafat. Nessuna disponibilità a riconoscere diritti come la capitale palestinese a Gerusalemme est o il ritiro degli insediamenti.Abbiamo sentito anziane donne israeliane, cresciute negli anni in cui sognavano il socialismo dei Kibbuz, provare vergogna di essere israeliane, e giovani israeliani che lavorano con giovani palestinesi; insieme per opporsi a progetti di autostrade che deturpano l’ambiente, tolgono terreni e isolano comunità palestinesi; insieme per opporsi all’abbattimento di case palestinesi.

Abbiamo visto bambini israeliani di 10-13 anni, colpiti nei loro affetti per amici coinvolti negli attentati terroristici; non sorridono, alla loro età, gridano parole di odio ed innalzano cartelli che dicono: i palestinesi tutti in Giordania. Ma mentre fanno questo discutono animatamente con palestinesi dell’altra parte della strada.Ci siamo detti spesso insieme: questa situazione è senza via di uscita. Ma in queste ultime immagini c’è forse una speranza, un filo, forse l’ultimo. A esso vogliamo, dobbiamo aggrapparci. Vi chiediamo, per questo, di fare e far fare uno scatto al partito ed a tutte le forze del centro sinistra e della sinistra perché cresca la consapevolezza della tragica gravità della situazione e perché si trovi la forza quantomeno a livello europeo, dopo il veto Usa all’Onu, di inviare una forza internazionale di protezione.Le condizioni che abbiamo trovato di violazione dei diritti umani, di clima di odio e di violenza, l’accelerazione degli insediamenti, l’occupazione militare ci fanno ritenere difficile che nel breve periodo si possano creare condizioni per una pace duratura.Serve intanto bloccare la spirale della violenza e dell’odio, bonificare i giacimenti di odio, affermare subito il diritto nei propri territori di muoversi per vivere e lavorare (gli occupati palestinesi in territorio israeliano sono scesi da 130.000 a 40.000), ricostruire un clima di dialogo premessa indispensabile per costruire una pace, controllare che l’acqua sia distribuita a tutti (l’80% delle risorse idriche dei territori assegnati da Oslo ai palestinesi ed oggi zona A sono controllate dagli israeliani).

Vi chiediamo con forza, perciò, di operare perché l’Europa decida di inviare una forza di protezione che possa operare per riaffermare i diritti violati e bloccare la violenza. Abbiamo sentito con forza avanzare la richiesta di un ruolo dell’Europa: è una necessità, è una occasione da non perdere.E’ nata il 28 dicembre una Coalizione per la Pace israelo-palestiniana (presentata con la partecipazione di Bassolino). Il documento indica:

– Garanzia per israeliani e palestinesi di due stati indipendenti; due popoli due stati nei confini del 67;

– Rimozione degli insediamenti in territorio palestinese;

– Gerusalemme capitale dei due stati;Giusta ed equa soluzione per i rifugiati.Solo così sarà possibile dare una soluzione al conflitto.

Noi torniamo convinti che questo vada fatto e formeremo, insieme a tutti i partecipanti, “gruppi di testimonianza” disposti a partecipare a tutte le iniziative di partiti ed associazioni.Chiediamo per questo al nostro partito in primo luogo di impegnarsi decisamente a sostegno di questa campagna e, nell’immediato, per una forza di protezione internazionale. Chiediamo anche di inviare un gruppo volontario di nostri osservatori che possano promuovere un dialogo con-tra palestinesi ed israeliani.

Aldo Carra, Silvana Pisa, Gianfranco Benzi, Riccardo Nencini, Massimiliano Morettini, Massimo Almagioni, Andrea Facchini, Franco Zavatti, Giuseppe Strazzullo, Laura Cappelli, Fabrizio Marchi, Sirio Conte, M. Grazia Tafuri, Paolo Tamiazzo, Mario Gaeta, Fausto Bertoncini, Gianni Rinaldini, Stefano Cimicchi”

LETTERA SCRITTA A IL MANIFESTO in data 15 gennaio 2002. Questa lettera ha 24 anni. Era indirizzata a “A Piero Fassino, Giovanni Berlinguer, Marina Sereni e pc a tutta la segreteria Ds”. Sì il Fassino di Sinistra per Israele. Vorrei riprendere man mano la cronaca quotidiana per far capire la marginalità del 7 ottobre 2023.

[Foto Gaza City 2022]

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