Alfredo Facchini
Finalmente Mohamed Shahin è fuori. È libero. Dopo settimane di detenzione nel Cpr di Caltanissetta, la Corte d’Appello di Torino ha riconosciuto l’evidenza: nulla giustificava quel carcere per decreto. Nulla, se non l’arroganza di chi maschera la sicurezza dello Stato con la persecuzione.
Un decreto del ministro dell’Interno, a guida Salvini, lo condannava all’espulsione verso un Egitto dove la sua vita sarebbe stata a rischio. L’accusa di Piantedosi una montatura spicciola: “fondamentalismo”, “antisemitismo”, contatti con presunti estremisti.
La Corte d’Appello ha fermato la macchina dell’assurdo. Ma la vittoria resta fragile. Shahin non ha più permesso di soggiorno, la sua richiesta di asilo è in attesa, e l’ombra dell’espulsione incombe ancora.Questa storia parla chiaro: non è solo Mohamed Shahin a essere sotto attacco. È chiunque non si pieghi alla paranoia di chi governa con decreti di espulsione, con accuse volanti, con paura e sospetto.
