Donald Trump fa guerra alla Cina con l’economia e non con i cannoni.

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Donald Trump fa guerra alla Cina con l’economia e non con i cannoni.

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L’arguto storico ed economista Alessandro Volpi, analizzando le relazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese “scopre” che Donald Trump rinuncia ad un difficile e rischioso confronto militare – anche se continua a rifornire di armi Taiwan, per esempio – scegliendo la strada forse più efficace, e certamente meno cruenta, della “guerra commerciale”.

Non è però la guerra commerciale basata sui dazi la strada da perseguire che, a parere dell’accademico, sarebbe un suicidio.

Si tratta di “affamare” la Cina, sfruttando le sue principali debolezze, scrive Volpi sulla sua pagina Facebook. La Cina è dipendente dalle importazioni di petrolio e gas e da quelle di generi alimentari. Il colosso asiatico importa circa il 75% del greggio che consuma e il 45% del gas, che costituiscono, insieme, la terza voce energetica della Cina, pari al 30% del totale. Il principale fornitore di gas e petrolio cinese è la Russia, insieme all’Arabia Saudita e all’Iran, che indirizza il 90% delle sua produzione in Cina, passando per la Malesia. Per quanto riguarda i generi alimentari, la Cina registra una dipendenza fortissima dalla soia brasiliana – quasi il 70% del totale – che è indispensabile per i fondamentali allevamenti di bestiame e di pollame cinesi. La Cina ha poi una dipendenza strutturale da Malesia e Indonesia per la centralità dello Stretto di Malacca, da cui passano molte delle importazioni cinesi.

“La strategia trumpiana, alla luce di ciò – scrive Volpi- sembra essere quella di isolare il Brasile in America Latina, accerchiandolo e sottoponendo il continente alla pressione militare Usa e, al contempo, di tagliare i rifornimenti energetici, rompendo il legame tra Cina e Iran e convincendo la Russia ad alzare i prezzi del petrolio e del gas venduti alla Cina, riducendo le esportazioni. Quanto a Malesia e Indonesia, lo sforzo Usa è quello di aumentare la pressione nei loro confronti con la presenza delle big tech, con i dazi e con la flotta militare. Venezuela, Iran, Nigeria, America Latina son così le tappe di uno scontro con la Cina, nella convinzione maturata da Trump che senza un radicale ridimensionamento del peso strategico cinese, la credibilità della pericolante economia Usa, del suo debito e del dollaro non può reggere”.

“In questo senso Trump è un vero giocatore d’azzardo, pericolosissimo perché intenzionato a giocare solo con le sue regole, fidando sulla imbelle inerzia europea, sapientemente coltivata dalla finanza, e sulla possibilità di “spacchettare” i Brics; una scommessa drammatica perché praticamente impossibile, ma destinata a compiere disastri, ancora una volta in nome della libertà”.

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