Carlo Seclì
Cuba rimase possedimento spagnolo fino alla guerra ispano-americana del 1898. A differenza degli altri paesi latino-americani, dove gli investimenti statunitensi si svilupparono nella fase successiva al rafforzamento politico ed economico delle oligarchie, a Cuba il processo di crescita dell’aristocrazia creola fu bloccato dal sistema coloniale. Il grosso dell’oligarchia cubana non aderì mai alla causa indipendentista, nel timore che un’insurrezione antispagnola scatenasse quella ben più temibile degli schiavi, analogamente a quanto avvenuto ad Haiti nel 1791.
La scelta legittimista portò tuttavia ad effetti contraddittori, poiché se da una parte favorì il disegno oligarchico di espandere la produzione zuccheriera su base schiavista negli anni di maggiore richiesta dal mercato internazionale (1820-1870), dall’altra lo sviluppo della piantagione fu condizionato dalle strutture finanziarie coloniali, risolvendosi in un impoverimento della stessa oligarchia. Gli studi di Moreno Fraginals, storico cubano, dimostrano come l’economia schiavista non fosse in grado di espandersi in misura proporzionale all’incremento delle esportazioni, e ciò a causa del particolare ciclo produttivo rappresentato dalla piantagione di zucchero, e del controllo sulla circolazione delle merci e del credito da parte del capitale usuraio spagnolo.
Il passaggio dall’unità produttiva dell’ingenio a quella del central, cioè dalla manifattura a vapore ad un’unità produttiva nella quale tutto il settore di trasformazione fu meccanizzato, implicò una profonda modifica della struttura agraria cubana. La schiavitù venne abolita verso gli anni ‘80 dell’Ottocento poiché il central permise di equilibrare il problema dei costi. L’attività agricola fu lasciata in mano ai vecchi esponenti dell’oligarchia espropriata ed ai nuovi immigrati spagnoli, mentre il mercante proprietario del central si occupò unicamente della lavorazione della canna. L’abolizione della schiavitù comportò inoltre l’apparizione di una nuova classe sociale di affittuari e mezzadri, i colonos, che lavorarono la terra dell’oligarchia. L’incapacità dell’oligarchia aristocratica cubana di esprimere una leadership anche moderata in occasione delle guerre di indipendenza è l’indice più evidente della sua crisi, che allo stesso tempo precostituì condizioni non del tutto favorevoli per l’imperialismo, a cui venne a mancare un forte alleato interno. La storica debolezza dell’oligarchia cubana fu infatti perpetuata, nell’ordine neocoloniale, da un nuovo elemento connesso alla penetrazione del capitale statunitense nella piantagione zuccheriera: la rapida espansione del capitalismo nella struttura agraria dell’isola. Il fenomeno fu un effetto diretto degli investimenti americani in un tipo di monocultura nella quale il settore agricolo e quello industriale sono interdipendenti. Nell’isola l’imperialismo colpì contemporaneamente il settore agricolo e quello industriale, facenti parte ambedue della monocoltura dominante. L’oligarchia cubana perseguì a tutti i costi l’alleanza con l’imperialismo, come a suo tempo con il colonialismo spagnolo, per poter mantenere inalterato il ritmo di crescita dell’economia primaria di esportazione, come diagnosticato con lucidità fin dal 1798 da Arango y Parreno, leader dell’aristocrazia schiavista: “Cuba non ha alternativa che questa: o perire o vendere lo zucchero all’estero senza alcuna interruzione”.
Le conseguenze più importanti dell’espansione capitalistica nelle campagne furono la rottura del circuito mercantile, precedentemente monopolizzato dal capitale usuraio spagnolo, e lo sgretolarsi, nell’arco di un ventennio, delle tradizionali forme di controllo sulle masse rurali. La penetrazione del capitale statunitense nel latifondo compromise le basi materiali dell’oligarchia, privandola di un eccedente da reinvestire per mantenere inalterati i livelli della rendita fondiaria. L’unica soluzione per la classe dominante cubana fu la propria riconversione da aristocrazia terriera in borghesia affarista, strettamente associata e controllata dal capitale americano. Quest’ultimo aspetto non fu affatto un elemento di forza, poiché impedì alla pseudo- borghesia cubana di far fronte alle gravissime crisi del 1921 e 1929, che posero fine al ciclo espansivo della monocultura zuccheriera. La diffusione dei rapporti capitalistici nel settore agricolo e la stessa mobilità stagionale della manodopera per la zafra (taglio e raccolta della canna), permisero al movimento operaio cubano di superare la dicotomia città-campagna, che a tutt’oggi condiziona. L’esaurirsi del secolare ciclo zuccheriero coincise con la disgregazione della struttura sociale sopravvissuta alla colonia, la cosiddetta “repubblica dei generales y doctores”. Nello stesso tempo, la crisi del nuovo ordine capitalistico fu altrettanto rapida, poiché l’alleanza imperialista fu messa progressivamente in difficoltà dall’impossibilità di far fronte all’estendersi della conflittualità di classe mediante una politica di ampliamento delle alleanze interne che rafforzasse l’egemonia oligarchica. Il risultato più significativo di tale contraddizione fu la disgregazione e l’impoverimento di ampie fasce di ceti medi, sia urbani che rurali, e la conseguente incapacità della borghesia a mantenere il controllo sulle due componenti storiche dell’antimperialismo cubano emerse dalle guerre di indipendenza: la proletaria e la democratico-nazionalista.
Il progetto politico di Castro era volto a integrare le masse recentemente urbanizzate in un processo di industrializzazione. Ne derivò un’ideologia interclassista che esplicitamente ha teorizzato, in campo sociale, la conciliazione tra capitale e lavoro in nome degli interessi superiori della nazione.La società cubana presentava un alto grado di proletarizzazione che colpiva tutti i ceti non direttamente legati alla rendita oligarchica.
