SVILUPPO E FUNZIONAMENTO DELL’ECONOMIA CUBANA (parte seconda)

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SVILUPPO E FUNZIONAMENTO DELL’ECONOMIA CUBANA (parte seconda) Fidel Castro, Prime Minister of Cuba, smokes a cigar during his meeting with two U.S. senators, the first to visit Castro's Cuba, in Havana, Cuba, Sept. 29, 1974. (AP Photo)

Carlo Seclì

Il progetto politico di Castro era volto a integrare le masse recentemente urbanizzate in un processo di industrializzazione. Ne derivò un’ideologia interclassista che esplicitamente ha teorizzato, in campo sociale, la conciliazione tra capitale e lavoro in nome degli interessi superiori della nazione.La società cubana presentava un alto grado di proletarizzazione che colpiva tutti i ceti non direttamente legati alla rendita oligarchica. Fu l’insieme di questi ceti che Castro definì “popolo” nel 1953, dando non solo una precisa connotazione alla rivoluzione, ma elencandone anche le componenti: i disoccupati, gli operai agricoli ed industriali, i piccoli agricoltori, i piccoli commercianti, gli intellettuali ed i professionisti privi di una sicura prospettiva di inserimento nel mondo del lavoro. Il cosiddetto “pragmatismo castrista” era la capacità, comune ad ogni rivoluzionario di statura storica, di subordinare efficacemente la tattica alla strategia, cioè di individuare e risolvere sempre la contraddizione principale di un dato momento della lotta politica. In questa prospettiva, l’elemento centrale della strategia castrista fu costituito dallo sviluppo ininterrotto della “linea di massa”. Questa garantì la continuità del rapporto tra il nucleo dirigente e blocco sociale, subordinato all’alleanza imperialistica, sia nella fase della guerriglia (1956-1959) che in quelle successive della liberazione nazionale (1959-1961) e della transizione al socialismo. La linea di massa fu elaborata in funzione di due dati peculiari della realtà storica cubana: il primo concernente gli effetti sociali dell’accavallarsi della crisi del sistema capitalistico a quella del sistema coloniale; il secondo riguardava l’esigenza di realizzare l’unità delle grandi masse. Successivamente venne data priorità alla salvaguardia dell’unità politica dei ceti mobilitati nella lotta. Infatti la storia dell’isola dimostrava come, dal 1868 al 1933, ogni tentativo rivoluzionario fosse fallito principalmente per i contrasti interni alle forze politiche e alle stesse masse, per cui fu chiaro che l’unità non poteva essere realizzata sulla base della mobilitazione spontanea, ma avrebbe dovuto essere il prodotto di un’organizzazione centralizzata combinata ad un programma di ampie riforme sociali.

Con il verificarsi della guerriglia nella Sierra Maestra, la linea di massa ebbe la sua prima applicazione concreta, il che dimostrò anche la sua potenzialità. Dal rapporto tra nucleo combattente e masse rurali si sviluppò la prima forma di apparato del futuro Stato rivoluzionario. La linea di massa del castrismo interpretò le istanze di partecipazione politica di una società proletarizzata (o impoverita) dalla crisi del capitalismo neocoloniale. Il passaggio al socialismo fu una conseguenza del consenso ottenuto dal gruppo dirigente con la sua politica di riforme sociali e di redistribuzione del reddito. Dopo la conquista del potere nel 1959, il rapporto tra il nucleo dirigente e le altre classi si sviluppò sulla base del programma di riforme anticipato da Castro nel discorso del Moncada del 1953 (riforma agraria, lotta ai monopoli, all’analfabetismo, alla disoccupazione, ecc.).

La rivoluzione cubana presentava un’anomalia rispetto alle altre, ossia era caratterizzata da una debole coscienza di classe della maggior parte del proletariato cubano. “Che” Guevara comprese questo e capì che bisognava forzare, in maniera quasi artificiosa, i tempi di uno sviluppo ideologico, che altri movimenti socialisti avevano compiuto prima della presa al potere, e che la lotta al sottosviluppo e quella per il socialismo dovevano costituire un tutt’uno. Egli comprese che il carattere anomalo della rivoluzione cubana era legato anche ai condizionamenti della monocoltura che, al contrario dei paesi a capitalismo avanzato, aveva impedito il costituirsi di una base materiale tale da creare un’adeguata educazione al lavoro. Sulla base di queste considerazioni, il “Che” teorizzò la necessità di formare l’”uomo nuovo”, di forzare cioè l’aspetto volontaristico ed individuale più di quello materiale. Egli, infatti, si scagliò contro gli incentivi puramente materiali, a favore della preminenza di quelli morali, e insistette nell’accelerare la socializzazione dell’economia.

Il 2 settembre 1960 vi fu la prima dichiarazione dell’Avana, quando, di fronte alla folla, Castro dichiarò l’ideologia e i singoli punti operativi della rivoluzione cubana:

– viene avviata una grande riforma agraria (la prima nel 1959, la seconda nel 1963);

– le banche vengono nazionalizzate;

– vengono espropriate e nazionalizzate le industrie e le aziende agricole, in buona parte statunitensi, provocando una crisi diplomatica;

– viene nazionalizzato il commercio.

Nel primo triennio del nuovo regime i sindacati rappresentarono l’unico strumento organizzativo della classe operaia. Data la mancanza di un partito, dopo le nazionalizzazioni del 1960, il movimento sindacale si trovò ad assolvere una doppia funzione, politica ed economica, dovendo affrontare il problema di riorganizzare su nuove basi la produzione e contemporaneamente mobilitare ideologicamente la base operaia. Con la centralizzazione dell’economia ed i primi tentativi di pianificazione, i sindacati furono investiti dai problemi della gestione delle imprese. Si trattava di una questione complicata dallo scarso livello tecnologico dell’industria cubana e dalla dequalificazione professionale dei lavoratori, tutti fattori che portarono a un Nel 1965 si verificò una mobilitazione per la campagna che alterò il tradizionale rapporto tra aree urbane e rurali. Per la prima volta, infatti, la Rivoluzione cubana si poneva il problema di uno sviluppo accelerato delle forze produttive, che passasse per un rovesciamento degli equilibri interni all’economia di esportazione primaria. Il trasferimento di ingenti quantità di forza lavoro dalla città alla campagna modificò l’organizzazione del lavoro tradizionale. Si verificò un fenomeno in parte simile alla collettivizzazione agricola. Poiché si scelse di industrializzare l’agricoltura, si trasferì nella campagna il modello di organizzazione del lavoro delle fabbriche cittadine, dislocando interi nuclei operai urbani nelle fattorie statali. Durante il XII Congresso della CTC (“Unione centrale dei lavoratori”) nel 1966, fu decisa una drastica riduzione del sindacalismo di professione per lottare contro il burocratismo. Inoltre il movimento sindacale fu trasformato in una scuola di quadri nel tentativo di colmare, con nuovi strumenti, il deficit culturale delle masse che pesava sullo sviluppo delle forze produttive. Infine furono aboliti gli incentivi materiali a favore di quelli morali. Nel 1968 si verificò una sorta di offensiva che nelle città liquidò ogni attività privata, instaurando una rigida austerità nei consumi, colpendo anche un certo tipo di costume urbano sopravvissuto alla società neocoloniale e americanizzante, nel momento in cui si imponeva il modello di vita rurale.

Il problema principale che si pose a partire dal 1960 fu la nuova strategia da adottare per rendere l’economia cubana più autonoma dall’esterno e per creare contemporaneamente nuovi settori produttivi. Nel settore agricolo venne eliminata la disoccupazione e la messa a coltura di nuove terre permise di incrementare notevolmente le produzioni alimentari. Nell’industria l’eccedente produttivo permise nel primo biennio un incremento del 15% circa. L’apertura di crediti a lunga scadenza con tassi di interesse del 2,5% annuo e dei relativi mercati per lo zucchero, da parte dell’Unione sovietica e degli altri paesi socialisti, salvarono l’economia cubana dal rischio di non sopravvivere all’embargo decretato dagli Stati Uniti.

L’allacciamento di relazioni commerciali con altri paesi occidentali diversificò per la prima volta il commercio estero cubano. Tra il 1959 e il 1962 fu adottato il modello di sostituzione delle importazioni, dirottando la maggior parte degli investimenti disponibili sulla industrializzazione. La nuova strategia dello sviluppo, elaborata tra il 1962 e il 1964, puntava a fare dell’agricoltura il settore trainante del meccanismo di accumulazione, tramite una più qualificata specializzazione. Il progetto richiedeva il passaggio da un’economia agricola arretrata ad una semi-industrializzata, mediante il potenziamento delle infrastrutture e delle produzioni industriali complementari. L’economia cubana non poteva fare a meno del commercio internazionale.

Per quanto riguarda la realizzazione di nuovi piani agricoli, anche in assenza del blocco economico statunitense le possibilità sarebbero state aleatorie, poiché la vita economica dell’isola continuava a dipendere dalle risorse derivanti dalla produzione zuccheriera e di conseguenza la fluttuazione dei prezzi sul mercato capitalista avrebbe condizionato negativamente il ritmo dello sviluppo economico, con il rischio di ricreare sotto altra veste il circolo vizioso della monocoltura. Perciò le possibilità di edificare un’economia socialista erano legate all’esistenza di rapporti di produzione socialista a livello internazionale.

Il trattato cubano-sovietico del 1964 mise Cuba al riparo dalle oscillazioni dei prezzi mondiali dello zucchero, permettendo di elaborare un piano di sviluppo produttivo di sei anni, piano finalizzato alla zafra dei 10 milioni. A partire dal 1967 si verificò la tendenza a regionalizzare l’agricoltura, in modo tale da rendere autosufficiente ogni provincia. Lo scoglio più difficile da superare fu quello costituito dalla bassa capacità della forza-lavoro di assimilare la nuova tecnologia: si cercò di far fronte a questo problema tramite la ridistribuzione di forza lavoro e nuovi moduli organizzativi. Malgrado l’entità degli aiuti e del commercio bilaterale, i rapporti economici tra Cuba ed il blocco socialista si erano sviluppati fino al 1970 in funzione di obiettivi limitati, senza una proiezione di lungo periodo. La creazione, nel dicembre del 1970, della Commissione intergovernativa sovietico-cubana è stato il primo passo verso una prospettiva di cooperazione pianificata, che avrebbe permesso il progressivo inserimento di Cuba nell’economia comunitaria dei paesi dell’est. Si giunse così a una pianificazione della modernizzazione dell’economia cubana nell’industria leggera e chimica, con una priorità assoluta accordata ai beni tecnologici. Nel 1972 venne firmato da Castro a Mosca un nuovo trattato che prevedeva l’impegno sovietico a finanziare l’installazione di un complesso minerario e metallurgico per lavorare il nichel, minerale di cui Cuba possiede i giacimenti più ricchi a livello mondiale, che fino ai giorni nostri non ha potuto sfruttare ai massimi livelli a causa degli altissimi investimenti necessari. Nello stesso anno, dopo varie divergenze relative soprattutto alla politica internazionale, nel 1972 il premier cubano fu costretto a un riavvicinamento politico con l’URSS, che portò all’adesione dell’isola al Comecon (Consiglio di mutua assistenza economica tra gli stati socialisti).

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