Manuel M Buccarella
25 anni fa, il 24 marzo 1999, hanno inizio i bombardamenti della Nato su Belgrado. L’Italia, governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema,mise a disposizione le sue basi aeree, in particolare quella di Aviano. L’input venne da Bill Clinton, allora presidente degli Stati Uniti d’America. La “missione” fu eseguita in spregio del diritto internazionale, mai preventivamente autorizzata né approvata dalle Nazioni Unite.
Durante i tre mesi di bombardamenti di città e villaggi, sono stati uccisi 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti. In queste cifre non sono comprese le morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito.
Vi furono 2.300 attacchi aerei che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico.Restano da stabilire le cause che spinsero la Nato a quell’attacco. Eppure si addussero motivazioni umanitarie: liberare il popolo serbo dalla dittatura di Milosevic e, al contempo, soccorrere i kosovari perseguitati, appartenenti all’etnia albanese.
Ma facciamo un passo indietro: tra il 1997 ed il 1999 gli attentati dell’UCK e le repressioni serbe crebbero sempre più in regolarità e ferocia, fino a quando scoppiò tra il movimento indipendentista ed il governo centrale una vera e propria guerra. Militarmente inferiore all’esercito regolare, l’UCK fondava la sua strategia sull’appoggio popolare, la conoscenza del territorio e sulle tecniche di guerriglia. Nel 1999 scoppiò la Guerra del Kosovo, tra l’UCK e la Repubblica Federale Jugoslava guidata da Slobodan Milosevic, ormai ridotta solo alle repubbliche di Serbia (con il Kosovo e la Vojvodina) e Montenegro. L’esercito serbo lanciò una massiccia offensiva contro l’esercito di liberazione, che fu sostenuto dal mondo occidentale e dalla Nato, dopo i falliti accordi di Rambouillet. Non furono pochi i soldati italiani, partecipanti alla missione Nato in Kosovo, a morire di leucemia o ad ammalarsi gravemente a causa delle armi ad uranio impoverito utilizzate nel conflitto.
In questo caso, l’intervento “democratico” delle bombe e della guerra lanciata dalla Nato sostenevano il diritto all’autodeterminazione di un popolo, quello del Kosovo albanese, con mire separatiste rispetto al comune stato serbo. In verità il diritto alla separazione degli albanesi del Kosovo dalla Serbia con creazione di uno Stato autonomo non fu mai riconosciuto dalle Nazioni Unite, pertanto anche in questo caso il soccorso della Nato al separatismo albanese fu illegittimo.
