Lavinia Marchetti
Ci sono corpi che non riescono più a parlare. Scheletri vivi, distesi su letti che sembrano bare anticipate, con un filo di flebo che li lega ancora a questo mondo. Dove dovrebbero andare? Attenderanno la morte, in un modo o in un altro, così faranno anche coloro che non abbandonano feriti, malnutriti, malati.
Poi ci sono bambini che stringono un peluche sporco di macerie come fosse l’ultimo frammento di casa. Poi ci sono bambini squartati dalle bombe. Neonati buttati in sacchetti di plastica. Ci sono città sbriciolate in polvere, un orizzonte che non conosce più finestre, scale, porte, ma solo rovine. E poi c’è la marcia infinita lungo la spiaggia, un esodo senza destinazione, donne e uomini che trasportano tappeti sulla testa, pentole arrugginite, materassi piegati. L’umanità ridotta a carovana di sopravvivenza.
Georges Didi-Huberman, in Immagini malgrado tutto, parte da quattro fotografie scattate clandestinamente ad Auschwitz nel 1944 dai prigionieri del Sonderkommando. Quelle immagini, strappate all’inferno, sono frammenti parziali eppure insostituibili: mostrano che lo sterminio può e deve essere visto, che parlare di “inimmaginabile” significa cedere alla cancellazione. Per l’autore, guardarle significa resistere all’oblio e assumersi il compito etico di trasmettere.Allo stesso modo, oggi, le fotografie da Gaza sono frammenti strappati al tentativo di cancellazione totale. Documentano, malgrado tutto, la verità che si vuole negare.
Le immagini arrivano il 16 e 17 settembre, i giorni in cui comincia l’assalto di terra a Gaza City. Netanyahu lo definisce “necessario”, Katz parla di “missione compiuta”, ma i letti d’ospedale ci dicono altro: i corpi svuotati dalla fame e dall’assedio. La città ridotta a carcassa non è più spazio abitabile, è rovina architettonica e biologica insieme.
Didi-Huberman scrive che «un semplice rettangolo di trentacinque millimetri salva l’onore di tutto il reale». Qui, i nostri rettangoli digitali fissano un uomo che non pesa più di trenta chili, una bambina che porta via una coperta più grande di lei, un fiume umano in cammino verso il nulla. Ogni scatto diventa debito e compito: guardare, assumere, trasmettere.Le potenze militari parlano di corridoi umanitari, di zone sicure. Le immagini mostrano invece la nudità del deserto umano che resta: corpi abbandonati negli ospedali senza medicine, file di automobili sgangherate che lasciano la città con montagne di oggetti sopra il tetto. È l’esodo di un popolo intero, che si muove senza promessa di ritorno.
«L’oblio dello sterminio fa parte dello sterminio», scriveva ancora Didi-Huberman. Così oggi l’oblio del genocidio palestinese fa parte della sua perpetrazione: silenzio mediatico, menzogne diplomatiche, statistiche ridotte a cifre senza volti. Ma le fotografie rompono la strategia di disimmaginazione. Ci obbligano a vedere. Ci chiedono di non girare lo sguardo.
Le piazze in Europa lo gridano: “Stop al genocidio”. Quelle bandiere, quel corteo notturno, sono il contrappunto politico alla testimonianza fotografica. Un tentativo di non lasciar scivolare nell’oblio ciò che viene distrutto.Guardare queste immagini di Gaza oggi significa assumere lo stesso compito dei prigionieri che nascosero i rullini: testimoniare per chi non potrà più farlo. Dire che l’inimmaginabile non è inimmaginabile, che la distruzione ha un volto, e che il volto resiste nelle immagini malgrado tutto.









