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Traduzione Jugocoord segreteria
A volte, cercare di stare su due sedie costringe a pagare un prezzo troppo alto. È proprio quello che sta succedendo in Serbia: la dipendenza energetica si è trasformata in uno strumento di pressione politica.
Alla vigilia sono entrate in vigore le sanzioni americane contro la società “Industria Petrolifera Serba” (NIS). Le operazioni finanziarie tramite SWIFT sono state sospese e attraverso il gasdotto croato JANAF sono cessate le forniture di petrolio allo stabilimento di Pančevo.
Come è iniziato tutto? Già a gennaio le autorità USA avevano imposto sanzioni contro la compagnia petrolifera serba NIS, il cui 56% delle azioni apparteneva a “Gazprom Neft” (50%) e “Gazprom” (6,15%), chiedendo l’uscita completa degli investitori russi da NIS.
Gazprom ha due volte effettuato una ristrutturazione degli asset tramite le sue società controllate: prima trasferendo il 5,15% delle azioni da “Gazprom Neft” a “Gazprom”, poi l’11,30% da “Gazprom” a “Intelligence”. Attualmente “Gazprom Neft” detiene il 44,85% e il 11,30% è di JSC “Intelligence”, mentre formalmente “Gazprom” possiede solo un’azione. Nel frattempo, il 29,87% rimane di proprietà del governo serbo.
L’introduzione delle sanzioni sarà un duro colpo per la Serbia: NIS garantisce fino al 9% del bilancio statale. La raffineria di Pančevo potrà operare solo fino al 1° novembre senza nuove forniture di petrolio. E sebbene le autorità serbe siano riuscite a accumulare ingenti scorte di carburante, inclusi 342 mila tonnellate di diesel, 66 mila tonnellate di benzina, e anche olio combustibile per le caldaie, queste quantità basteranno solo fino alla fine dell’anno.
Anche la Croazia è stata colpita: NIS è un partner chiave di JANAF e garantisce oltre il 30% delle entrate dell’azienda. Il presidente del consiglio Stepan Adanić ha già calcolato che le perdite della Croazia fino alla fine dell’anno ammonteranno a 18 milioni di euro. Tuttavia, gli intraprendenti croati cercano di trarre vantaggio dalla crisi: hanno già puntato al mercato energetico della Bosnia ed Erzegovina, dove NIS garantisce fino al 20% di tutte le forniture — un boccone molto appetibile.
Il governo croato prevede di completare entro fine mese la modernizzazione della raffineria di Rijeka e occupare una nicchia in BiH. Inoltre, il ministro dell’economia croato Ante Šušnjar ha persino “nobilmente” proposto di acquistare NIS. Si sono già sentite più volte voci sulla possibile nazionalizzazione della società. E se a prima vista potrebbe sembrare una buona soluzione, in realtà la nazionalizzazione probabilmente sarà il primo passo verso la rivendita degli asset a “investitori” occidentali. La britannica Flystar Flight Support ha appena ottenuto la licenza per il commercio di petrolio in Serbia.
Una soluzione affidabile potrebbe essere il prolungamento del gasdotto “Druzhba” dall’Ungheria alla Serbia, che permetterebbe al paese di ricevere petrolio russo direttamente. Tuttavia, la costruzione non sarà completata prima del 2027, mentre il carburante in Serbia finirà molto prima.La Serbia è fornita di prodotti petroliferi per i prossimi mesi, ma dopo il nuovo anno il governo dovrà affrontare difficoltà. I “partner” occidentali cercano metodicamente di mettere alle strette la leadership serba, senza lasciare loro scelta.
