Il ciclone e il disastro di Niscemi

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Il ciclone e il disastro di Niscemi

Silvana Sale

Questa è l’Italia, altra tragedia annunciata, Niscemi sotto il peso delle scelte irresponsabili.

A Niscemi il terreno si muove e trascina con sé case, strade, vite.
Non è un’emergenza improvvisa, non è un disastro naturale imprevedibile.
È il risultato di un menefreghismo sistemico, di scelte umane che ignorano la scienza, di un territorio consumato senza rispetto, di leggi permissive e di responsabilità spezzettate che permettono alla follia di diventare routine.

La frana che minaccia interi quartieri non è casualità, è l’esito logico di decenni di sottovalutazioni.

Niscemi, situata nel cuore della Sicilia, poggia su un terreno di origine sedimentaria costituito prevalentemente da argilla, calcare e, in alcune zone, sabbia e conglomerati.

Questa combinazione di materiali rende il suolo intrinsecamente fragile, l’argilla, pur avendo una coesione naturale elevata quando asciutta, perde rapidamente resistenza quando saturata d’acqua, trasformandosi in una massa scivolosa.

La sabbia, al contrario, è più permeabile ma meno coesa, e il calcare, sebbene solido, è soggetto a fratture che ne compromettono la stabilità in presenza di movimenti tettonici o erosione.
La falda acquifera relativamente superficiale accentua questo problema, poiché la pioggia intensa o l’acqua derivante da sistemi irrigui può saturare rapidamente il terreno, aumentando la pressione interna dei pori e riducendo drasticamente la resistenza al taglio.

Il risultato è un suolo che da stabile può diventare instabile in pochi momenti di precipitazioni prolungate.

Il meccanismo fisico alla base delle frane è ben noto, ogni pendio resiste a scivolamenti grazie alla combinazione di coesione del terreno e attrito interno, ma quando l’acqua riempie i pori del terreno, la resistenza effettiva diminuisce e la gravità può superare la soglia critica, scatenando movimenti di massa.

In altre parole, il terreno cede quando la forza tangenziale dovuta al peso della massa supera la resistenza interna, fenomeno che in terreni argillosi saturi può verificarsi con grande rapidità.

Questo spiega perché, durante eventi meteorologici estremi, le frane non siano eventi imprevedibili ma manifestazioni naturali di un equilibrio già precario.

L’intervento umano aggrava ulteriormente il rischio.
Costruire abitazioni e strade su pendii instabili aumenta il peso complessivo sul terreno, mentre l’ostruzione di canali e tombini impedisce il corretto deflusso dell’acqua, saturando ancora di più il suolo.

Pratiche agricole intensive e deforestazione rimuovono le radici che contribuiscono naturalmente alla coesione del terreno, peggiorando la vulnerabilità dei pendii.

In questo contesto, pioggia intensa, urbanizzazione incontrollata e scarsa manutenzione del territorio interagiscono con le caratteristiche geologiche locali per generare eventi catastrofici, rendendo le frane e gli allagamenti quasi inevitabili quando le condizioni superano determinati punti critici.

La situazione di Niscemi è quindi un esempio emblematico di come i disastri naturali siano spesso il risultato della combinazione tra fragilità geologica e fattori antropici, e non semplicemente di eventi casuali.

Il terreno, pur essendo già predisposto all’instabilità, subisce un aggravamento dalla pressione aggiuntiva di edifici e infrastrutture, dalla saturazione provocata dall’acqua piovana e dalla rimozione della vegetazione naturale che avrebbe contribuito a stabilizzarlo.
Questo intreccio tra geologia, idrologia e gestione del territorio rende chiara la causa della tragedia, non si tratta di fatalità, ma di un fenomeno fisico prevedibile che viene amplificato da pratiche umane non sostenibili.

Quindi, gli studi geologici c’erano, la pericolosità era nota, i piani di assetto idrogeologico indicavano chiaramente le zone a rischio, eppure si è costruito, si è abitato, si è consentito di ignorare la gravità.

Non c’è scusa, non c’è fatalità.
Tutto era scritto e documentato.

Oggi i cittadini devono evacuare o temere per le proprie case, hanno costruito ignorando e dando fiducia alle autorità, la legge, la scienza e il buon senso che avrebbe dovuto garantire loro sicurezza. Invece, nulla.

La frana di Niscemi non è un movimento limitato.
È un versante intero che si muove sotto terra, un gigante silenzioso che non rispetta confini catastali, che ridistribuisce tensioni, amplifica l’acqua e trascina case e infrastrutture come se fossero giocattoli.

Il monitoraggio tecnico è costante, ma non può dare certezze.
Si possono misurare spostamenti millimetrici, chiudere strade, evacuare quartieri, ma la frana può accelerare in qualsiasi momento.

Le opere di mitigazione, muri, pali e drenaggi possono solo rallentare l’inevitabile, perché non esiste stabilizzazione completa senza interventi radicali, spesso impopolari.

Eppure tutto questo è noto, e si continua a ignorarlo per comodità, interessi immediati e consenso politico.

Questo schema non è nuovo, lo abbiamo già visto noi sardi a Capoterra, in Sardegna, nell’ottobre del 2008.

Un nubifragio eccezionale portò 370 millimetri di pioggia in poche ore su bacini già vulnerabili.

Il Rio San Girolamo diventò una massa di fango e detriti che travolse case, strade, automobili e persone.

Quattro vite perse, famiglie distrutte, infrastrutture devastate, scuole chiuse per sempre.

Anche lì il rischio era ben noto, i piani regolatori e gli studi idraulici indicavano chiaramente la pericolosità della zona.

Eppure si costruì lo stesso.

Dopo la tragedia, tutti parlavano di “evento eccezionale” o “imprevedibile”.

Falso, l’evento era naturale, il disastro totalmente evitabile.

Queste vergogne hanno un nome mancanza di responsabilità strutturale.
Autorità che permettono di costruire dove non si dovrebbe, tecnici che firmano senza considerare il contesto più ampio, cittadini che si fidano del sistema e credono che la legge li protegga.

Un sistema in cui la sicurezza è una raccomandazione, la prevenzione costa e non porta consenso, e chi sbaglia non paga mai.

Benvenuti in Italia!
È scelta consapevole di trascurare il rischio, anteponendo guadagni e comodità alla vita delle persone.

E mentre tutto questo si discute da anni, con studi, consulenze e incarichi milionari che girano e rigirano senza produrre nemmeno un centimetro di ponte, a Niscemi le case crollano sotto il terreno che si muove.

Il ponte sullo Stretto non è un sogno di progresso, è un progetto pericoloso, inutile e un continuo furto di denaro pubblico, decine di milioni di euro spesi in studi, consulenze e pianificazioni infinite mentre le frane e le alluvioni minacciano vite e case oggi.

Lo sanno tutti, non porterà sicurezza né benefici concreti immediati, ma espone il territorio a rischi enormi e distoglie risorse vitali da interventi urgenti.

La gravità scientifica di un’opera del genere è immensa.
Lo Stretto di Messina è sismicamente attivo, soggetto a terremoti, correnti marine potenti e variabili, venti intensi e tempeste mediterranee.
Un ponte sospeso o con piloni in mare aperto, anche costruito con la tecnologia migliore, non può ignorare eventi estremi, tempeste, mareggiate, tsunami locali, erosione delle fondazioni, accumulo di correnti e vortici.
Ogni evento atmosferico intenso potrebbe generare sollecitazioni enormi, provocare danni irreversibili o collassi parziali.

Non si tratta solo di costi economici, stiamo parlando di un rischio concreto per chi attraversa l’opera, per le navi, per l’ecosistema marino, e per la sicurezza di decine di migliaia di persone se la gestione di emergenze non fosse impeccabile.

Se Niscemi ci insegna qualcosa, è che prima di parlare di ponti sul mare, bisognerebbe imparare a rispettare il territorio, leggere i segnali della geologia, proteggere vite già esposte, e che tutto il resto è solo un monumento alla superficialità, all’incapacità di governare ciò che è reale qui e ora, e costante furto sistematico di risorse pubbliche che potrebbero occuparsi di proteggere cittadini lasciandoli vivere in pace e sicurezza.

La tragedia di Niscemi dovrebbe essere un avvertimento concreto, sprecare tempo e soldi per ipotetizzare di costruire opere imponenti come il ponte sullo Stretto ignorando rischi geologici e sismici significa ripetere lo stesso menefreghismo che oggi ha già messo in pericolo vite e case e lascia milioni di cittadini abbandonati nell’incertezza e nel danno.

Quindi si può affermare con certezza che chi ha costruito a Niscemi era consapevole del rischio, ma fattori economici, sociali e di gestione del territorio e dei capitali hanno prevalso sulla prudenza.

Oggi, più che mai, la scienza può prevedere questi pericoli, ma non sempre riesce a fermare le male decisioni umane.

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