Dazi di Trump: se New York non ride, Shanghai non piange

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Dazi di Trump: se New York non ride, Shanghai non piange

Pare che l’imposizione dei dazi di Trump, dopo il primo gioco degli speculatori che hanno guadagnato un mucchio di dollari dalle pesanti oscillazioni dei mercati finanziari, soprattutto quelli statunitensi (e perché no, semmai speculando con i derivati sugli indici di borsa nell’ambito di un insider trading condotto dalla famiglia Trump e sodali) crei maggiori danni ai consumatori americani, e dunque all’economia a stelle e strisce, piuttosto che a quelle di altri paesi o comunque in egual misura.

Si sa però che il vero nemico per Donald Trump è la Cina, cui ha aumentato le “tariffe” al 145%, cui ha fatto seguito la pronta risposta di Pechino con il 125%. Nel frattempo lo yuan si è deprezzato, agevolando cosi in particolare le richieste dell’enorme mercato interno. Tali dinamiche non fanno che penalizzare, alla fine, le condizioni dei consumatori americani che, con i dazi altissimi applicati dall’amministrazione Trump alle merci cinesi, non possono più accedere a prodotti più a buon mercato e concorrenziali rispetto a quelli Made in Usa. Inoltre dopo la folle manovra trumpiana contro la Cina, avrebbero dovuto gioire le borse occidentali e soffrire quelle cinesi (Hong Kong, Shangai, Shenzen).E’ invece accaduto l’opposto. Dopo una sola giornata di gloria passata a festeggiare lo scampato pericolo – i dazi protezionistici scassano il commercio internazionale e quindi riducono i profitti di milioni di imprese – le piazze occidentali, quelle statunitensi in primis, hanno ripreso a scendere vertiginosamente annullando il “rimbalzo” del giorno precedente: Dow Jones -2,54%, Nasdaq -4, Tokyo -3.Quella di Hong Kong invece ha ripreso a salire (+1,16%), così come quella di Shangai (+0,45).

Per gli approfondimenti sul tema invitiamo alla lettura dell’articolo La “ricetta” di Trump è indigesta per l’America a firma di Claudio Conti, pubblicato da Contropiano

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One thought on “Dazi di Trump: se New York non ride, Shanghai non piange

  1. Succede in queste ore convulse seguite alla “ritirata” di Trump sui dazi al mondo (fissati comunque al 10%, anche se c’è stato un rinvio di tre mesi per permettere a chi vorrà trattare di “baciargli il culo”), che ha lasciato soltanto alla Cina l’onere di un +145% sulle esportazioni verso gli Usa.

    In teoria, secondo la logica lineare, avrebbero dovuto gioire le borse occidentali e soffrire quelle cinesi (Hong Kong, Shangai, Shenzen).

    E’ invece accaduto l’opposto. Dopo una sola giornata di gloria passata a festeggiare lo scampato pericolo – i dazi protezionistici scassano il commercio internazionale e quindi riducono i profitti di milioni di imprese – le piazze occidentali, quelle statunitensi in primis, ha ripreso a scendere vertiginosamente annullando il “rimbalzo” del giorno precedente: Dow Jones -2,54%, Nasdaq -4, Tokyo -3.

    Quella di Hong Kong invece ha ripreso a salire (+1,16%), così come quella di Shangai (+0,45). A quel punto quelle europee – che aprono quasi alla stessa ora in cui chiudono quelle asiatiche – hanno capito l’antifona e ripreso a sperare moderatamente in un prossimo futuro meno drammatico delle previsioni di due giorni fa.

    Qual è la contraddizione? Nel fatto che quel 145% di tariffe d’ingresso negli Usa per le sole merci cinesi è un danno principalmente per gli statunitensi, specie quelli a basso reddito che non si possono permettere i più costosi equivalenti “made in America” o peggio ancora in Europa.

    Come se non bastasse, Pechinotranquillamente risposto ancora una volta al “rilancio” di The Donald fissando a sua volta dazi al 125%. Ha anche ripreso a lasciar scendere la quotazione dello yuan, riducendo così almeno in parte l’ostacolo posto alle sue merci (se si abbassa il prezzo all’origine il dazio pesa meno), ha bloccato l’esportazione di almeno sette “terre rare” fondamentali per l’elettronica, aperto trattative con quasi tutti i paesi del pianeta per migliorare le rispettive relazioni commerciali, bloccato la vendita del ramo statunitense di Tik Tok ad una società Usa, ecc. Insomma, non sembra molto preoccupata…

    In più, nonostante una propaganda così “sparata” da risultare quasi ridicola, il fatto di aver dovuto innestare la retromarcia – sia pure parzialmente e temporaneamente – ha fatto capire “ai mercati” che la strategia trumpiana non è così efficace o lungimirante. Anche perché la lunga serie di “decisioni shockanti” emanate dalla Casa Bianca in meno di tre mesi tutto può fare meno che garantire “prevedibilità” al business. E senza poter prevedere, almeno da qui a qualche mese, nessun business può dirsi “sicuro”.

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