COMPLICITÀ ITALIANA NEL GENOCIDIO DI GAZA: PROGETTI MILITARI, INTERESSI ENERGETICI E DOPPIO STANDARD

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COMPLICITÀ ITALIANA NEL GENOCIDIO DI GAZA: PROGETTI MILITARI, INTERESSI ENERGETICI E DOPPIO STANDARD

Lavinia Marchetti

UNDERSEC: LA SICUREZZA PORTUALE ITALIANA NELLE MANI DI ISRAELE

La Portualità di Ravenna è diventata un caso emblematico dell’intreccio fra ricerca europea e complicità militare con Israele. Nel progetto UnderSec (Underwater Security), finanziato dall’UE con 6 milioni di euro nell’ambito di Horizon Europe, l’Autorità di Sistema Portuale di Ravenna siede a fianco del Ministero della Difesa israeliano nel comitato di controllo, ed è persino “addestrata” all’uso delle nuove tecnologie dall’Università di Tel Aviv (Altreconomia).

Accanto al porto romagnolo figurano colossi come l’istituto Fraunhofer tedesco e soprattutto l’azienda bellica Rafael Advanced Defense Systems, controllata dallo Stato e nota per i suoi droni impiegati a Gaza (Altreconomia). In sostanza, la difesa sottomarina dei nostri porti viene sviluppata in collaborazione con gli stessi apparati militari israeliani responsabili dell’assedio di Gaza.

L’applicazione pratica non è difficile da immaginare: sensori subacquei e droni anti-intrusione, finanziati per scopi di ricerca civile, possono facilmente servire a blindare i porti contro iniziative umanitarie come la flottiglia internazionale che tenta di rompere l’assedio navale di Gaza (Altreconomia) (Se ne parla anche stamani 1 settembre, nell’ottimo articolo di Leonardo Bison su “Il fatto quotidiano”).

Un gruppo di autorevoli accademici europei (tra cui giuristi e antropologi di fama internazionale) ha denunciato questo progetto, chiedendo l’espulsione di Rafael e del Ministero della Difesa israeliano dai consorzi finanziati dall’UE (Altreconomia). Di fronte alle proteste, la coordinatrice tedesca di UnderSec ha invocato una pretesa “neutralità” della ricerca. Ma i professori replicano che non può esservi neutralità quando si coinvolgono partner che perpetrano gravi violazioni del diritto umanitario internazionale (Altreconomia). Richiamano il precedente del conflitto in Ucraina: Horizon Europe ha immediatamente sospeso ogni cooperazione con le entità russe dopo l’invasione, e perfino un singolo post filopalestinese di un rettore turco è bastato a far congelare i fondi UE alla sua università. Nel caso di Israele, invece, si continuano a finanziare senza indugio istituzioni direttamente implicate in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio (Altreconomia).

La discrepanza morale è lampante: l’Unione proclama di subordinare la cooperazione scientifica al rispetto dei diritti umani, ma chiude gli occhi quando a violarli è un proprio partner strategico in Medio Oriente.

VETI IN EUROPA E INERZIA DIPLOMATICA ITALIANA

Le denunce su UnderSec sono rimaste finora lettera morta. Mentre i bombardamenti israeliani su Gaza suscitavano sdegno globale, a Bruxelles si tentava timidamente di reagire in sede istituzionale. La Commissione europea ha proposto nel luglio 2025 una sospensione parziale della partecipazione di Israele a Horizon Europe, limitata ai finanziamenti per startup e tecnologie dual-use (circa 200 milioni di euro sui 95 miliardi totali del programma) (Euronews). Si trattava di un gesto più simbolico che sostanziale, infatti non avrebbe nemmeno toccato progetti collaborativi come UnderSec (Altreconomia), ma avrebbe lanciato un segnale politico importante. Ebbene, neppure questo piccolo passo è passato: nella riunione dei 27 ambasciatori UE non si è raggiunta la maggioranza qualificata. Paesi chiave come Germania e Italia si sono opposti, preferendo “mantenere il dialogo con Israele” (Euronews). Altri governi (Francia, Spagna, Irlanda e altri) erano favorevoli alla sanzione, giudicando insostenibile la passività europea di fronte alle stragi di civili a Gaza (Euronews).

“Il rifiuto di alcuni Stati membri di compiere anche il più piccolo passo per fare pressione su Israele, mentre i civili continuano a essere uccisi e affamati a Gaza, è assolutamente incriminante”, ha dichiarato a Bruxelles Martin Konecny, direttore dell’European Middle East Project (Euronews).In questo blocco delle misure UE il governo italiano ha giocato un ruolo determinante, saldando un asse con Berlino. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha esplicitamente frenato ogni ipotesi di sanzioni dirette a Israele. “Iniziamo con le sanzioni ai coloni più violenti, e se poi non funziona si possono studiare altre tappe”, ha suggerito Tajani durante un vertice europeo a fine agosto, nel tentativo di dirottare l’attenzione sugli estremisti delle colonie in Cisgiordania (Il Fatto Quotidiano). Si tratta di una foglia di fico diplomatica: colpire pochi fanatici delle colline di Hebron, lasciando intatti i rapporti con il governo Netanyahu e i flussi di denaro verso l’apparato militare israeliano. Non sorprende che questa posizione sia minoritaria in Europa e sia stata criticata da esperti di diritto come un escamotage per “coprire le responsabilità” di Israele a livello statale (Il Fatto Quotidiano).

In realtà, l’Italia – insieme alla Germania – ha bloccato perfino la lieve sanzione tecnologica proposta dalla Commissione (Euronews). Roma non ha condannato in modo netto neppure i più gravi eccidi: alle Nazioni Unite, il nostro governo si è accodato alla linea di astensione o voto contrario su risoluzioni per il cessate-il-fuoco a Gaza, invocando la mancanza di riferimenti critici su Hamas. Di fatto, l’Italia di Giorgia Meloni ha evitato qualsiasi atto concreto che potesse dispiacere a Israele, distinguendosi come uno dei suoi più indulgenti alleati occidentali durante l’offensiva su Gaza.

GAS E ARMI: GLI INTERESSI CHE LEGANO ROMA A TEL AVIV

Per comprendere questa inerzia complice bisogna seguire la pista degli interessi, economici, energetici e militari, che vincolano l’Italia alla potenza israeliana. Anzitutto c’è il capitolo energia: nell’ottobre 2023, appena tre settimane dopo l’inizio della guerra, Israele ha assegnato 12 licenze di esplorazione gas offshore nelle proprie acque. Una di queste è la Zona “G” al largo della Striscia di Gaza, concessa a un consorzio guidato dall’italiana Eni (The New Arab). Si tratta di giacimenti ingenti: alcune stime parlano di un valore potenziale di oltre 200 miliardi di dollari di gas naturale (The New Arab). Non è un segreto che l’Eni, partecipata al 30% dallo Stato italiano, sia un braccio operativo della nostra diplomazia energetica (The New Arab). Il premier Netanyahu, durante la visita a Roma nel marzo 2023, citò espressamente Eni come partner strategico di Israele (The New Arab). Ora, con l’Europa a corto di metano russo, i giacimenti del Mediterraneo orientale fanno gola: il progetto di gasdotto EastMed-Poseidon mira a collegare entro il 2027 i campi israeliani e ciprioti alle coste italiane (The New Arab).

È evidente che Roma ha tutto da guadagnare nel preservare una relazione privilegiata con Tel Aviv in questo settore.Questa scommessa sul gas israeliano comporta però compromessi morali pesanti. Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano che i giacimenti al largo di Gaza appartengono legalmente al popolo palestinese. Autorizzando Eni a sfruttarli unilateralmente durante l’assedio, Israele sta di fatto “annettendo” risorse di un territorio occupato.

In febbraio un pool di ONG (Adalah, Al-Haq, Al Mezan, PCHR) ha diffidato formalmente Eni dall’operare nelle acque di Gaza, ricordando che sfruttare risorse nei Territori occupati a beneficio dell’occupante costituisce crimine di guerra di saccheggio (Il Fatto Quotidiano). In un duro comunicato, Al Mezan ha avvertito: “Durante il genocidio in corso a Gaza, il Ministero dell’Energia israeliano ha dato licenza a sei compagnie, tra cui Eni, per l’esplorazione di gas in acque palestinesi. Eni deve astenersi dal partecipare al crimine di guerra del saccheggio” (Il Fatto Quotidiano). Nonostante ciò, il governo italiano non ha sollevato obiezioni sull’operato di Eni, segno di un preciso allineamento con gli interessi israeliani anche a costo di ignorare il diritto internazionale.

Un discorso analogo vale per il settore difesa. Negli ultimi anni la cooperazione militare tra Italia e Israele si è intensificata, dagli accordi industriali alla fornitura di sistemi d’arma. La stessa Ravenna, mentre co-sviluppa tecnologie di sicurezza marittima con Israele, funge da snodo logistico per traffici militari: nel porto adriatico attraccano regolarmente le navi della compagnia israeliana Zim, che trasportano armamenti verso Haifa (Ravenna&Dintorni). A febbraio 2025 la dogana di Ravenna ha sequestrato un carico illegale di componenti per cannoni navali diretti in Israele; e appena un mese dopo la fine dell’“operazione Sky Shield” su Gaza, un nuovo invio di munizioni è partito da Ravenna il 30 giugno (Ravenna&Dintorni). Non stupisce che i manifestanti abbiano accusato le autorità italiane di complicità diretta: se il nostro porto movimenta armi utilizzate per bombardare Gaza, come possiamo dichiararci spettatori neutrali?

Anche l’industria bellica nazionale è coinvolta: un rapporto dell’ONU curato da Francesca Albanese elenca l’italiana Leonardo S.p.A. tra le aziende fornitrici di armamenti impiegati da Israele nella campagna di Gaza (Ravenna&Dintorni). In altre parole, l’Italia arma Israele (direttamente o indirettamente) mentre Israele devasta la popolazione civile palestinese.

DOPPIO STANDARD E CRISI DI VALORI IN EUROPA

Il conflitto israelo-palestinese sta così mettendo in luce una profonda ipocrisia nelle politiche occidentali. L’UE e l’Italia si sono mostrate inflessibili contro l’aggressione russa in Ucraina, con sanzioni economiche durissime, isolamento scientifico e sostegno militare alla resistenza di Kiev, appellandosi ai principi di legalità internazionale e difesa dei civili. Ma quando si tratta di Israele, quegli stessi principi vengono diluiti e reinterpretati. Il massacro in atto a Gaza viene giustificato con il mantra della “sicurezza” e del diritto alla difesa contro Hamas; le richieste di tregua umanitaria dell’ONU sono eluse; e qualsiasi iniziativa punitiva (sanzioni, embargo militare, sospensione di accordi) è bloccata dietro le quinte da alleati compiacenti.

Due pesi e due misure: Mosca viene trattata da paria per i suoi crimini in Ucraina, mentre a Tel Aviv si perdona tutto in nome della Realpolitik. Questa disparità corrosiva mina la credibilità morale dell’Europa e ne tradisce i valori fondanti.Nel caso italiano, il peccato originale risiede nella subordinazione della nostra politica estera a interessi materiali di corto respiro. Il governo Meloni, anziché perseguire con coerenza la tutela dei diritti umani universali, ha scelto una ragion di Stato cinica: proteggere le partnership su gas e armi con Israele, anche a costo di sacrificare la propria autorevolezza etica. Il risultato è che l’Italia, patria del diritto e culla dell’umanesimo, oggi si ritrova accusata di essere complice di un genocidio. Non sono solo gli attivisti a dirlo: è implicito nelle parole dei giuristi, dei docenti e perfino di alcuni funzionari europei indignati (Euronews, Ravenna&Dintorni).

La storia giudicherà questo silenzio-assenso molto severamente. Ogni giorno in cui la cooperazione con Israele prosegue “business as usual”, ogni esitazione nel condannare gli eccidi a Gaza rappresenta una macchia sulla coscienza dell’Italia e dell’Europa. Ritrovare un minimo di coerenza vorrebbe dire sospendere subito ogni collaborazione tecnico-militare con Tel Aviv, imporre condizioni sul rispetto del diritto umanitario e rimettere i diritti umani al centro della politica estera. Diversamente, resteremo prigionieri dei nostri interessi e corresponsabili, per omissione, di un genocidio.

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