La Banca d’Italia ha realizzato un interessante lavoro sulla capacità dell’economia italiana di mantenere le proprie posizioni sui mercati mondiali.
La risposta è negativa: dal 2000 al 2024 il peso dell’Italia sui mercati mondiali si è ridotto di circa la metà, scendendo dal 4,5 al 2,5%. Ad ogni modo, le aziende italiane hanno mostrato una certa capacità di adattamento, che non è però bastata a difendere le quote di mercato.
Tra i paesi che hanno inciso di più in positivo sull’export ci sono gli Stati Uniti, almeno prima dei dazi, Turchia e Polonia. Interessante anche il dato sui costi per unità di prodotto, scesi dal 2015 di quasi il 10%. Il costo del lavoro è crollato, confermando la continua deflazione salariale che colpisce l’Italia da decenni.
Nel complesso, il saldo delle partite correnti è rimasto positivo, salvo il 2022, quando l’impennata dei prezzi energetici ha causato un deficit temporaneo. Nel 2024 il surplus è tornato, seppur ridotto rispetto al periodo pre-pandemico, principalmente per l’impatto dei tassi d’interesse sul reddito da investimenti. La posizione patrimoniale netta sull’estero è solida.
Insomma trionfa il modello export led: schiacciamento della domanda interna, export e riciclo dei ricavi dell’export come investimenti finanziari sui mercati esteri, osserva l’economista Sandor Kopacsi.
Le proiezioni indicano che le esportazioni rimarranno stagnanti per effetto dei dazi, dell’apprezzamento dell’euro e della crescente competizione cinese. Insomma, per quanto possano ridursi i salari e squagliarsi lo stato sociale, le aziende sono sempre meno competitive.
“In prospettiva, l’aumento della spesa europea per la difesa potrebbe dare impulso alle esportazioni italiane”, riporta la Banca d’Italia nella sua pubblicazione.
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0981/QEF_981_25.pdf

