Sandor Kopacsi (economista)
Sempre meno umani, sempre meno profitti.
Viviamo in un periodo di passaggio per l’umanità, sotto vari punti di vista. Uno, fondamentale, è la transizione demografica. In passato l’umanità ha subìto forti cali demografici per eventi naturali (cambiamenti climatici, pandemie, ecc.), ma oggi l’umanità è sulla soglia di una transizione per ragioni sociali, politiche, economiche, culturali.
Buona parte delle comunità umane sono già in declino sotto il piano numerico. Non c’entra la religione o altri aspetti diciamo ideologici, perché ciò riguarda paesi cristiani, musulmani, induisti, confuciani, laici. L’umanità raggiungerà il picco attorno al 2070-2080, e poi inizierà a ridursi di numero. Di quanto non lo sappiamo. L’esperienza insegna che figli unici o con un solo fratello tendono a replicare il modello e quindi pare difficile ipotizzare un’inversione almeno a breve. Beninteso, se da 8 diventeremo 7 6, 5 miliardi, non sarà un grande problema; in fondo negli anni ’60 eravamo 3 miliardi, negli anni ’80 4-5 miliardi e nessuno pensava che fosse drammatico.
Il tema è però la transizione della piramide demografica. Una cosa è passare da 3 a 5 miliardi, un’altra da 8 a 5. Ovviamente per una o due generazioni l’assestamento sarà complesso perché la piramide sarà squilibrata dalla transizione stessa. Questo sarà visibile soprattutto nei paesi dove ci sarà meno immigrazione perché sono quelli in cui la transizione comporterà un maggior calo della forza-lavoro. Del resto questo è già visibile oggi. La stagnazione economica italiana ha anche questa, tra le altre cause.
In un recente articolo del FT il tutto è reso ottimisticamente osservando che “L’età cronologica non è un parametro particolarmente utile per definire l'”invecchiamento”, perché avere 70 anni oggi non è più come 20 o 30 anni fa. Nel Regno Unito, ad esempio, i livelli di cattiva salute generale per le donne di 70 anni nel 2017 erano più o meno gli stessi di quelli di 60 anni nel 1981”.
Ora, la scienza medica ha fatto passi da gigante in questi decenni, ma questo ottimismo è alquanto sospetto, avendo lo scopo di dimostrare la necessità di allungare l’età per la pensione (l’articolo stesso vi accenna). Oggi a 70 anni si è giovani! Quindi rimani pure in fabbrica, nei ristoranti, nei cantieri, nei call center! Peraltro questo in un periodo in cui si riducono i fondi alla sanità e quindi le meraviglie della scienza medica sono sempre più riservate a chi paga fior di soldi.
L’altro tema che affronta l’articolo è proprio quello del calo della forza-lavoro. La soluzione pare ovvia, al di là dell’immigrazione. Al posto degli umani metteremo robot. Non a caso la Cina, che è uno dei paesi in cui è più drammatica la transizione demografica, è anche quello dove l’investimento in robotica è più massiccio. Da un punto di vista capitalistico c’è però un problema: i profitti nascono dallo scambio capitale-lavoro. I robot si pagano (ad altri capitalisti) esattamente quello che valgono sotto il profilo della produzione attesa. È così con tutti i beni capitali. Se un’azienda compra un camion a 150.000 euro, quel camion creerà valore per 150.000. Se ne creasse meno, l’azienda sarebbe stata imbrogliata dal produttore di camion, se ne creasse di più, viceversa.
In media i capitalisti sanno fare bene i loro calcoli e quindi i beni capitali non producono profitti. I robot quindi aumentano enormemente la produttività del lavoro, ma aumentando gli investimenti a parità di produzione, riducono la profittabilità complessiva del settore a cui sono applicati. La singola azienda li introduce perché, risultando più produttiva dei concorrenti, abbassa i prezzi e aumenta la propria quota di mercato, ma quando l’innovazione si generalizza, cala il saggio di profitto generale.
Questo è il destino dei settori economici maturi: aziende giganti che compensano il calo del profitto unitario con dimensioni tali da aumentare la massa del profitto.Se domani si introducessero centinaia di milioni e poi miliardi di robot industriali, la profittabilità delle aziende crollerebbe al punto da costringerle a fondersi in pochi immensi conglomerati industriali e non basterebbe nemmeno quello. Questo non dimostra un destino avverso all’umanità (demografia+robot= miseria eterna) ma solo che il modo con cui gli umani gestiscono ora la società, ossia massimizzare i profitti dei super-ricchi, non è compatibile con la nostra sopravvivenza. In una società in cui buona parte del lavoro è svolto dalle macchine, i salari sono alti e i servizi efficienti, donne e uomini saranno ben felici di pensare al proprio benessere che includerà anche il fare dei figli, non dovendo ciò implicare, come oggi, il crollo del proprio tenore di vita. Ovviamente sarà anche un’umanità in cui la violenza sulle donne sarà considerata un incomprensibile ricordo di epoche misere, come oggi il cannibalismo.
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