Alfredo Facchini
Questa è la storia di una detenzione che uccide prima del processo. Non c’è sentenza. Non c’è ancora un giudice che abbia scritto “colpevole”. No. Eppure le celle sono piene. Il tempo scorre, ma non ha mai un termine.
È un corridoio senza uscita, un’anticamera che diventa, giorno dopo giorno, la pena stessa.Heba Muraisi ha trentun anni. È palestinese, è militante di Palestine Action. L’accusa: aver colpito con azioni dirette le infrastrutture di Elbit Systems, la più grande industria militare privata israeliana, quella che fornisce droni, munizioni intelligenti, sistemi di sorveglianza ai checkpoint, le armi che ogni giorno mietono vite a Gaza e in Cisgiordania.
È in custodia cautelare da mesi nelle carceri inglesi. Isolamento quasi totale. Lettere aperte, lette, trattenute, censurate. Visite negate o con vetri spessi e telefoni che gracchiano. Un’attesa che non ha calendario, solo un orologio che gira a vuoto.E poi c’è quella parola. Terrorismo. Appiccicata sopra il fascicolo ancor prima che il processo cominci. È un marchio. Serve a legittimare tutto. Perché lo Stato ha già deciso chi sei.
Dal 2 novembre 2025 Heba ha smesso di mangiare. Il suo sciopero della fame ha oltrepassato i 66 giorni di Bobby Sands. Ha oltrepassato il confine che, nella memoria collettiva, segnava il limite estremo. Oltre quel confine il corpo non mente più. I muscoli si contraggono in spasmi violenti e incontrollabili. Il respiro diventa un rantolo corto, affannoso. La vista si annebbia, poi sparisce per ore. I reni cominciano a spegnersi. Il cuore inciampa, minaccia di fermarsi. Il cervello, affamato di glucosio, inizia a cancellare se stesso: confusione, allucinazioni, vuoti di memoria.
Non è più rischio teorico. È danno reale, irreversibile, che avanza centimetro dopo centimetro. Accanto a lei resistono altri corpi in rivolta. Kamran Ahmed, 28 anni. Sessanta giorni senza cibo. Diversi ricoveri per collassi. Perdita di oltre il 20% del peso corporeo. Dolori toracici lancinanti. Perdita uditiva intermittente.
Lewie Chiaramello, 22 anni, diabetico tipo 1. Non può fare un digiuno continuo: lo spezzetta, lo interrompe quando la glicemia crolla, poi riprende. Quarantacinque giorni complessivi di fame. Episodi di confusione mentale sempre più lunghi. Cedimenti improvvisi delle gambe. Momenti in cui non ricorda più perché è lì.Altri cinque compagni di lotta hanno dovuto sospendere a dicembre. Trasportati d’urgenza in ospedale, più volte. Quando il corpo ha detto basta, quando il battito è diventato irregolare, quando la pressione è crollata, quando gli elettroliti sono andati in tilt.
Fuori dalle mura, più di ottocento persone – medici, avvocati, accademici, familiari, attivisti – hanno firmato una lettera urgente al Segretario di Stato alla Giustizia, David Lammy. Chiedono che si ponga fine alla tortura legale prima che restino solo cadaveri da seppellire. La risposta dell’amministrazione penitenziaria britannica è sempre la stessa, gelida, burocratica: «I detenuti sono monitorati regolarmente dal personale sanitario». I medici indipendenti, le organizzazioni per i diritti umani, i nutrizionisti forensi rispondono con i numeri nudi: dopo 42–49 giorni senza cibo gli organi vitali subiscono lesioni irreversibili. Dopo 60 giorni la probabilità di morte sale vertiginosamente. Oltre i 70 la sopravvivenza senza danni permanenti gravi diventa eccezione statistica.E allora fuori dalle prigioni si moltiplicano i presìdi. Veglie silenziose sotto la pioggia di Londra, Manchester, Bristol, Dublino, Parigi, Berlino, Roma. Cartelli con i volti dei prigionieri. Sono tentativi disperati di fermare un meccanismo che sta macinando corpi vivi.
È lo sciopero della fame collettivo più vasto nelle carceri britanniche da quando, nell’inverno 1981, dieci prigionieri repubblicani irlandesi sono morti uno dopo l’altro nella prigione di Long Kesh / Maze. Dieci vite spezzate per dire: non ci piegherete con la fame, non ci piegherete con l’isolamento, non ci piegherete con la paura.Questa non è più una misura cautelare. È “tortura di Stato”. Qui stiamo misurando il confine ultimo. Il punto oltre il quale il potere non si ferma più davanti al corpo umano.
E mentre scriviamo queste righe i corpi di Heba, Kamran, Lewie e degli altri continuano a consumarsi, un grammo di vita alla volta, in celle che odorano di disinfettante e di morte annunciata.Il tempo sta finendo.

