Manuel M Buccarella
Con legge numero 92 del 30 marzo del 2004 lo Stato italiano ha istituito il “Giorno del ricordo”, per commemorare le vittime delle foibe e gli esuli di Istria e Dalmazia.
La data del 10 febbraio è stata scelta in quanto corrispondente al Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che sancì il passaggio dall’Italia alla Jugoslavia del Quarnaro, di Zara e provincia e della maggior parte della Venezia Giulia. Il disegno di legge fu presentato dalla destra italiana, in qualche modo per compensare La “Giornata della Memoria”, che commemora, anche su iniziativa delle Nazioni Unite, le milioni di persone morte nei lager nazisti, tra cui anche tanti italiani che furono consegnati ai nazisti dai collaborazionisti italiani fascisti.
Si parla di vittime delle foibe, quando in verità la maggior parte dei morti venivano gettati in quelle cavità carsiche già privi di vita. Storicamente i primi infoibati, come appurato dalla Commissione storico – culturale italo–slovena, furono proprio dei cittadini slavi, infoibati dal regime fascista, che aveva occupato militarmente la Slovenia a partire dal 1941.
Il fascismo, già prima della seconda guerra mondiale, fu particolarmente oppressivo nei confronti delle popolazioni slave, costringendole ad una italianizzazione forzata, vietando l’uso delle lingue slovena e croata, e macchiandosi di persecuzioni razziali e politiche non indifferenti, con violenze ed eccidi. All’amministrazione italiana, che durò sino all’8 settembre 1943, fu assegnato circa un terzo dell’intero territorio jugoslavo ed un quinto dei suoi abitanti.L’occupazione scatenò una serie di conflitti che coinvolsero le milizie nazifasciste croate (ustaša), quelle collaborazioniste serbe (četnici) e slovene (domobranci), e la resistenza antifascista jugoslava. Le conseguenze di questi eventi furono catastrofiche per le popolazioni locali, vittime di violenze sommarie, deportazioni e distruzioni durate fino alla liberazione da parte dell’esercito partigiano jugoslavo. Complessivamente, si stima che i conflitti in questi territori causarono circa un milione di morti nel periodo 1941-1945. L’Italia fascista è stata protagonista di questi eventi: indirettamente, per il sostegno alle forze collaborazioniste e agli ustaša croati – questi ultimi condussero una campagna di sterminio che riguardò principalmente ebrei, serbi e rom -; ma anche direttamente, perché le autorità italiane investirono nello spazio jugoslavo ingenti risorse belliche e umane. Nell’ambito della repressione anti-partigiana, furono attuate politiche deliberatamente persecutorie verso la popolazione civile. Le truppe italiane furono responsabili di rappresaglie, devastazioni di interi villaggi, esecuzioni sommarie, e della creazione di campi di concentramento in cui furono internati, secondo diversi studi, circa 100.000 jugoslavi (da Istoreco). Le violenze italiane furono orchestrate tra il 1941 ed il 1943 dal famigerato generale Roatta.
La reazione dei partigiani comunisti fu veemente ed anche violenta. Si trattò in verità di vendetta, di rappresaglia: la rappresaglia colpì innanzitutto fascisti e militari italiani, collaborazionisti del regime fascista e nazista, burocrati italiani. Purtroppo la furia vendicativa dei partigiani jugoslavi colpì anche degli innocenti, come spesso accade alla fine di una guerra.
In verità i morti furono compresi tra i 3.500 ed i 5000. Non si trattò di una pulizia etnica. In passato si è parlato di numeri enormi di “infoibati”, ma gli storici ormai condividono una cifra di massima: quattro-cinquecento vittime per i fatti del 1943 all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre e tre-quattromila per i fatti del 1945. Sono numeri, questi ultimi, comparabili a quelli registrati in altre zone d’Italia nelle ultime fasi della guerra e inferiori a quelli di altre zone della Jugoslavia.
Gli esuli istriani e dalmati
Quanto agli esuli di Istria e Dalmazia, ove all’epoca risiedevano circa 350mila italiani (circa il 44% della popolazione, la maggioranza era slava), va detto che i più benestanti furono espropriati dai comunisti, in ossequio alla lotta di classe, altri invece non accettarono che al fascismo si sostituisse un regime socialista a guida slava. Va da sé, inoltre, che Tito ed i suoi, ormai al potere dopo la guerra, fossero mossi da pregiudizio nei confronti degli italiani, molti dei quali avevano collaborato con i fascisti e in molti se ne sentivano anche protetti.
L’esodo è stato un fenomeno lungo, durato dal 1944 al 1958, attraverso fasi diverse. In primo luogo, bisogna distinguere le fughe clandestine di persone direttamente minacciate, dagli esodi di massa che coinvolsero intere comunità. Gli esodi di massa avvennero in genere quando le comunità italiane si convinsero che la dominazione jugoslava era diventata irreversibile. Il primo in ordine cronologico fu l’esodo da Zara: iniziò come sfollamento della città a seguito dei devastanti bombardamenti alleati del 1943/44 e si consolidò in esilio dopo l’ingresso in città delle truppe jugoslave nell’ottobre 1944. Il secondo esodo fu quello silenzioso da Fiume, che si svolse gradualmente: nel gennaio 1946 i partiti erano già 20.000 e la città si svuotò entro il 1948. A Pola, nel luglio 1946, 28.058 residenti su 31.700 dichiararono di voler lasciare la città in caso di cessione alla Jugoslavia. Vi fu un esodo preventivo, perché il trattato di pace entrò in vigore appena il 15 settembre 1947.L’ondata successiva riguardò i residenti nei territori passati alla sovranità jugoslava a seguito del Trattato di pace, che si avvalsero del diritto di opzione per la cittadinanza italiana entro un anno. Fu questo il “grande esodo”, che svuotò quasi integralmente le città ed aprì ampi vuoti anche nelle campagne. Complessivamente, il flusso riguardò circa 130.000 persone L’ultima ondata fu quella degli abitanti la zona B del mai costituito Territorio libero di Trieste, provvisoriamente amministrata da un governo militare jugoslavo, i quali fino agli inizi degli anni ’50 sperarono di poter ritornare a far parte della madrepatria italiana. Già nel 1950 però si ebbe un picco di un migliaio di partenze, a seguito delle violenze di cui gli italiani caddero vittime in occasione delle elezioni amministrative del 16 aprile. La definitività della dominazione jugoslava divenne chiara dopo la nota bipartita anglo-americana dell’8 ottobre 1953 e venne sancita dal Memorandum di Londra del 26 ottobre 1954. Ne seguì l’esodo quasi totalitario della popolazione italiana della zona. Le motivazioni dell’esodo furono, come detto, prevalentemente politiche: la maggior parte degli italiani non accettavano il socialismo, in quanto molti di essi erano commercianti, industriali, possidenti. Borghesi, in parole povere, che si videro espropriati e comunque ridimensionati nel loro patrimonio, al pari di altri ricchi e borghesi appartenenti ad altri gruppi etnici (Raoul Pupo, L’ESODO DEI GIULIANO-DALMATI, in Regione Storia FVG).
Oggi in Slovenia vi è una minoranza italiana di circa 35mila individui.
